Siria, le ragioni dell’odio

Riflessioni a partire dal libro "Siria. L’ultimo genocidio. Così hanno vinto i nemici del dialogo" di Riccardo Cristiano (Castelvecchi, Roma, marzo 2017)
scritto da ERSILIA FRANCESCA

Vi dico che ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi! C’è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire!

Con queste parole, pronunciate da Papa Francesco all’Angelus del 1° settembre 2013 a commento della tragedia siriana, inizia il bel libro di Riccardo Cristiano.

Parole forti, dure, nette, che ci mettono in guardia contro i mali reali della nostra epoca. Bergoglio – come pure il filosofo Baumann – partono da una serie di domande dirette:

Chi governa allora? Il denaro. Come governa? Con la frusta della paura, della disuguaglianza, della violenza economica, sociale, culturale e militare che genera sempre più violenza in una spirale discendente che sembra non finire mai. Quanto dolore e quanta paura! … c’è un terrorismo di base che deriva dal controllo globale del denaro sulla terra e minaccia l’intera umanità. Di questo terrorismo di base si alimentano i terrorismi derivati come il narco-terrorismo, il terrorismo di stato e quello che alcuni erroneamente chiamano terrorismo etnico o religioso. Ma nessun popolo, nessuna religione è terrorista! È vero, ci sono piccoli gruppi fondamentalisti da ogni parte. Ma il terrorismo inizia quando “hai cacciato via la meraviglia del creato, l’uomo e la donna, e hai messo lì il denaro”. Tale sistema è terroristico.” (Riccardo Cristiano, p. 14)

Le risposte del pontefice cattolico, che Cristiano cita nel suo libro, sgombrano subito il campo dalla colpevolizzazione di una religione, l’islam, per spiegare le ragioni delle violenze e del terrorismo che stanno affliggendo il Mediterraneo. Non sono però scontate nella loro quasi ovvietà. Infatti anche un intellettuale raffinato, come il poeta e scrittore siriano Adonis, nel suo libro-intervista Violenza e islam (Ugo Guanda Ed., Milano 20151) sostiene la tesi che la violenza si possa considerare un elemento costitutivo dell’islam. L’analisi di Adonis non è priva di peso politico perché aggiunge una voce importante, quella di un esponente di spicco della Siria cristiana, alle tante voci che a livello internazionale descrivono il regime di Bashar al-Asad come “male minore” e pressoché unico baluardo all’avanzata dell’ISIS e del terrorismo islamico. Questo nonostante la brutalità, la ferocia e i massacri perpetrati dal regime a danno del suo stesso popolo.

Ma accusare una religione non serve a spiegare né tanto meno a risolvere un conflitto, ma solo ad aumentare il divario e l’intolleranza tra le parti in lotta. La Siria, come ci spiega Cristiano, profondo conoscitore del Medio Oriente e attento al dialogo interreligioso, è stata da sempre crogiuolo di rappresentanze religiose: cristiani di varie chiese, ebrei, musulmani sunniti e sciiti. Mosaico reso più complesso dalla presenza di due gruppi di derivazione sciita ma che non si ricollegano all’islam in senso strettissimo: i drusi e gli alawiti a cui appartengono gli Asad, al potere in Siria dagli anni ’70. Dopo il crollo dell’impero ottomano, la minoranza alawita (circa il dodici per cento della popolazione) ha conquistato i gangli dell’esercito e contribuito alla nascita del partito nazionalista Ba‘th. Nel 1971, Hafiz al-Asad, padre di Bashar, ha imposto la dittatura e portato gli Alawiti al potere, strappandolo di mano ai sunniti dopo mille anni.

Come spiega Alberto Negri, giornalista del Sole 24 ore nel libro Il musulmano errante. Storia degli alauiti e dei misteri del Medio Oriente (Rosenberg & Sellier, 2017), le differenze dogmatiche sono state strumentalizzate dal punto di vista politico, l’appartenenza ad un credo religioso è diventata il collante per rinsaldare un gruppo e facilitarne l’ascesa al potere. Già nella seconda metà del XIV secolo, il famoso storico maghrebino Ibn Khaldun descriveva questo fenomeno in termini di asabiyya, lo spirito di corpo che aiuta l’ascesa di una dinastia, il complesso gioco di alleanze strategiche con cui un gruppo o un clan costruisce la sua forza, si mantiene al potere, salvaguarda i privilegi acquisiti.

Nel 2011, poco dopo che erano scoppiate le rivolte arabe, è uscito in Italia un romanzo duro L’elogio dell’odio dello scrittore siriano Khaled Khalifa (Bompiani 2011) che racconta, dal punto di vista di una ragazzina, la storia di una famiglia di Aleppo sullo sfondo del massacro di Ḥamā e degli scontri degli anni ’80 tra il partito di Hafiz al-Asad e i Fratelli musulmani. Al centro del romanzo c’è l’odio feroce in cui le parti in lotta si crogiolano e che esaltato come una virtù. Un odio che stritola le famiglie siriane strette tra il regime alawita, poliziesco e corrotto, e il fondamentalismo sunnita.

Questo odio i siriani oggi lo vivono in misura ben peggiore che negli anni ’80. La repressione, la mancanza di libertà di espressione, di stampa, di associazione hanno reso i siriani un popolo disperato. Una disperazione fatta di impotenza. Come scrive Samir Kassir ne L’infelicità araba:

L’impotenza è oggi la cifra dell’infelicità araba. Impotenza di essere ciò che si ritiene di dover essere. L’impotenza di agire per affermare la propria volontà di esistere, se non altro come possibilità di fronte all’Altro che ti nega, ti disprezza e nuovamente di domina. Impotenza a reprimere la sensazione di essere ormai un’entità trascurabile sullo scacchiere planetario quando è in casa tua che si gioca la partita… (Einaudi 2006, p. 6)

Secondo l’intellettuale libanese, questa “infelicità” del mondo arabo nasce dall’essenza della democrazia che si coniuga con la presenza egemonica straniera, spesso indiretta, a volte solo economica. I governi in carica, incapaci di un ruolo attivo a livello internazionale, schiacciano le istanze di libertà e partecipazione dei loro cittadini. Vista la crisi delle ideologie, spesso, per dare sfogo alla frustrazione non resta che il ricorso alla religione. Il successo dell’islam militante è stato in primo luogo una conseguenza dell’assenza di legittimità interna dei singoli stati.

Nel suo libro Riccardo Cristiano cita Mustafa Khalifa, autore di La conchiglia. I miei anni nelle carceri siriane (Castelvecchi 2016), in cui lo scrittore siriano racconta la detenzione e le torture subite nelle terribili carceri di Tadmur (Palmira), costruite dagli Asad per dissidenti e oppositori politici. Quando, nel 2005, lo scrittore esce dal carcere, dopo tredici lunghi anni, non è più in grado di vivere con gli altri, sta meglio da solo, protetto dalla sua “conchiglia di solitudine”, e si si chiede come è possibile che un popolo così notevole come quello siriano, non sappia cosa accade nel suo paese.. oppure lo sappia e non faccia nulla.

La stessa domanda – resa più drammatica dai fatti recenti – risuona nelle pagine di RC: perché non siamo tutti Aleppo? Perché non teniamo abbastanza conto di milioni di persone torturate, prigioniere, morte? Un genocidio, un olocausto, come Riccardo Cristiano non esita a definirlo. Perché l’Occidente non fa abbastanza?

Aleppo, città morente come la descrive Khaled Khalifa, che vi è nato, nel suo ultimo romanzo Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città (2013). Aleppo che torna lentamente alla vita. Aleppo, secondo Cristiano, simbolo del conflitto siriano.

La tragedia di Aleppo inchioda l’Occidente alle sue responsabilità. Cristiano sottolinea, in particolare, gli errori dell’amministrazione Obama:

Obama non ha ritenuto che la sua inazione davanti alla tragedia siriana e all’annientamento di chiunque non si piegasse a Bashar al-Assad avrebbe creato quel ‘referente emotivo’ che insieme ad altri sviluppi, non emotivi ma storici, a cominciare dall’emergere dell’orrore Isis, avrebbe portato all’estromissione del suo Paese dal Nuovo Medio Oriente – i cui riassetti non vengono più discussi a Camp David ma nella kazaka Astana –, alla crisi della Nato, alla creazione di un corridoio omogeneo di esportazione della rivoluzione khomeinista fino alle coste del Mediterraneo, alla destabilizzazione dell’Europa per mezzo di un’ondata di profughi senza precedenti e quindi al perfezionamento di un cortocircuito culturale capace di lanciare un Tea Party globale che avrebbe fatto di Donald Trump il suo successore. (p. 41).

Quella che era iniziata come una guerra civile tra il regime e l’opposizione si è trasformata in un conflitto di ben più ampia portata in cui si scontrano, direttamente o indirettamente, potenze regionali e globali, al punto che il lancio, nella notte tra il 6 e 7 aprile 2017, di 59 missili americani contro il regime di Bashar al-Asad ha fatto temere scenari di una nuova guerra mondiale. Una cosa è certa: il dittatore siriano – spalleggiato da Russia e Iran – non seguirà, proprio grazie a questo fatto, la sorte toccata a Gheddafi.

Lo spiega chiaramente Gilbert Achcar, professore alla School of African and Oriental Studies di Londra, nel suo libro Morbid Symptoms (Saqi books, London 2016, pp. 15-64). La guerra siriana deriva da una lunga destabilizzazione del Medio Oriente in cui si intrecciano diversi fattori che si riallacciano al conflitto israelo-palestinese così come al conflitto Iran-Iraq degli anni ’80. Dopo le rivolte del 2011, in cui si esprimeva una legittima protesta popolare a seguito di una grave crisi sociale ed economica e di una spietata repressione politica, l’opposizione moderata in Siria è stata, ben presto, sostituita da milizie armate violente e jihadiste. Turchia, Arabia Saudita, Qatar e le altre monarchie del Golfo hanno scelto di opporsi ad Asad perché alleato storico dell’Iran sciita.

Il passaggio dei combattenti islamici è stato favorito dalla Turchia che ha permesso l’ingresso in Siria di migliaia di miliziani. Così si è formato, pian piano, il sedicente califfato dell’ISIS, nato da una costola di al-Qaeda in Iraq tra connivenze mediorientali e indifferenze (o errori di calcolo) occidentali.

Una Siria unita come prima del 2011 sarà difficile da ricostruire, anche cancellato l’ISIS lascerà un retaggio in termini di instabilità e terrorismo: come al-Qaeda, esso è una specie di “brand” che anche i cosiddetti “cani sciolti” (spesso musulmani liminali delle nostre periferie metropolitane) possono facilmente adottare. Le cronache recenti ce ne hanno, purtroppo, fornito vari esempi. Nessuna delle forze in campo è stata, al momento, veramente sconfitta: né Bashar al-Asad, né le forze islamiste nate all’indomani delle rivolte. Quale sarà il futuro della Siria al momento non è facile immaginarlo, sarà comunque difficile, se non impossibile, ritrovare la compattezza di prima del 2011.

La minoranza alawita sta tentando un’ultima carta. Secondo un recente articolo di Gianluca Di Feo, una parte degli alawiti chiede, in un documento di 35 punti, a Bashar al-Asad cambiamenti al vertice, un nuovo corso politico e la costituzione di uno stato laico e democratico.

I crimini dei dittatori mediorientali sono considerati, in genere, più efferati dei crimini commessi dall’Occidente, che sono stati tanti, troppi, in questi anni. Riccardo Cristiano si focalizza proprio sulle responsabilità dell’Occidente, incapace di uscire da un ginepraio di calcoli sbagliati e interessi che dura ormai da oltre tre decenni. La voce del papa è stata tra le poche a levarsi forte. Ma questo non deve sorprendere, come dice il nostro autore:

Non sorprende che il genocidio siriano, il genocidio di Aleppo, non abbia indignato, non abbia scosso le coscienze: non è accaduto con Aleppo come in occasione di tutti i genocidi precedenti.”(RC, p.52)

Ma c’è una responsabilità anche dei cristiani siriani:

Non vedere, o lasciar falcidiare, “l’Islam illuminato” non ha fatto altro che favorire, da una parte, i fondamentalismi e dall’altra, ossia nel campo cristiano, ‘la sindrome del millet’, rafforzando l’idea, o la percezione, che solo così sia possibile tutelarsi e che, al contempo, quella del millet sia la sola forma possibile nella ‘Terra dell’Islam’.” (RC, p. 106)

Non tutti i cristiani sono in bilico tra la permanenza di una divisione in gruppi confessionali (millet) e

la ricerca di una piena cittadinanza. Il patriarca caldeo Louis Sako,subito dopo il trauma dei terribili fatti di M osul che avevano visto la sua comunità perseguitata e scacciata dai terroristi del sedicente Stato islamico, ai primi di settembre del 2014, invece che recarsi a Washington al congresso In Defense of Christians ha scelto di partecipare all’incontro religioso promosso dalla Comunità di Sant’Egidio ad Anversa per chiedere ai leader musulmani di abbandonare tutte le interpretazioni letterali del Corano e abbracciare una nuova ermeneutica che salvi l’Islam, denunciando poi come quella in atto non sia una guerra di religione e infligga terribili sofferenze anche ai musulmani che non si piegano alla visione malata dei terroristi (RC, p. 107).

Louis Sako ha indicato una via di uscita dal conflitto siriano: un lavoro fianco a fianco di cristiani e musulmani contro i fondamentalismi, per ricreare “la cittadinanza”, cioè un tessuto e una prospettiva comuni, ossia, usando le parole di Samir Kassir, costruire gli Stati come Stati di tutti. (RC, p. 117).

Capire le ragioni dell’odio in Siria è cruciale, perché, come scrive Cristiano:

 … dalla Siria passa la deflagrazione della questione dei rifugiati, la pulizia non “etnic” ma “religiosa” – a discapito dei sunniti – più ampia tra tutte quelle tentate nel secondo dopoguerra, il riordino dell’intero Medio Oriente, la legittimazione delle più spietate dittature, lo sfaldamento dell’Europa, la terribile archiviazione non solo del liberalismo… ma anche dei diritti umani. (p. 184).

Siria, le ragioni dell’odio ultima modifica: 2017-04-26T14:06:45+00:00 da ERSILIA FRANCESCA

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1 commento

Una “Norimberga siriana” | Ytali 27 giugno 2017 a 19:36

[…] Siria, annota Riccardo Cristiano nel suo coraggioso e documentato libro “Siria, l’ultimo genocidio”, è […]

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