Élections législatives. Il voto che disegna il nuovo paesaggio francese

Il 7 maggio, vinca Emmanuel Macron o Marine Le Pen, saranno le elezioni legislative di giugno a decidere se il prossimo presidente riuscirà a realizzare la propria agenda politica
scritto da Marco Michieli

[PARIGI]
Che domenica 7 maggio vinca Emmanuel Macron o Marine Le Pen, saranno le elezioni legislative di giugno a decidere se il prossimo presidente riuscirà a realizzare la propria agenda politica. Perché se è l’elezione del presidente della repubblica che struttura la vita politica francese, sono tuttavia le elezioni legislative che attribuiscono al potere esecutivo e al governo i mezzi per riformare il paese.

Ripasso rapido. La Francia è divisa in 577 circoscrizioni e in ognuna di queste si confrontano dei candidati. Se al primo turno nessuno ottiene la maggioranza assoluta (e non vi tedio ulteriormente), in quella circoscrizione si tiene un secondo turno, a due settimane di distanza, nel quale possono (e sottolineo possono) presentarsi tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 12,5 per cento dei voti espressi. Al secondo turno vince chi ha la maggioranza relativa, cioè chi ottiene più voti. Si chiama maggioritario uninominale a due turni. Fondamentale è perciò poter contare su una riserva di voti nel secondo turno. Nel passato, a causa della soglia del 12,5 per cento si verificavano le cosiddette triangolazioni, cioè la presenza al ballottaggio del secondo turno di tre candidati: FN, destra e sinistra. Spesso è accaduto che in alcuni di questi triangolari, il candidato della sinistra o della destra si ritirasse per impedire la vittoria del FN. Dopo il primo turno delle presidenziali le cose però sono un po’ diverse e non si parla più di triangolari.

L’emiciclo dell’Assemblea nazionale © Assemblée nationale

La fine di un’epoca?

In effetti, il big bang del primo turno ha avuto conseguenze importanti. I rapporti di forza sono cambiati e sembra che il sistema binario francese (neogollisti vs socialisti) sia giunto a conclusione. Oggi esistono fondamentalmente cinque blocchi politici: il Front National di Marine Le Pen; Les Républicains di François Fillon (e alleati); En Marche! di Emmanuel Macron (e alleati); l’alleanza tra i socialisti e gli ecologisti; La France Insoumise di Jean Luc Mélenchon (e il Partito comunista francese). Di solito l’effetto di trascinamento del candidato vincente alle presidenziali ha un impatto sulle legislative, che diventano una sorta di elezioni di conferma. Questo appunto in un sistema in cui vi siano due-tre formazioni rilevanti. Qui parliamo di cinque blocchi elettorali e la possibilità di quadrangolari o, addirittura, di corse a cinque nel ballottaggio del secondo turno delle legislative non sembra inverosimile.

Le legislative si profilano quindi come elezioni molto complesse.
E non senza incognite. Innanzi tutto i partiti dei due vincitori del primo turno – Macron e Le Pen – non sono nelle condizioni migliori per questo tipo di elezione. Nelle legislative la logica dei feudi elettorali è molto importante e i partiti tradizionali non sono scomparsi. L’organizzazione dei vincenti del primo turno è problematica, soprattutto per Macron che non ha una struttura territoriale in grado di mobilitare gli elettori. Se è vero che il Front National può contare su una rete di centinaia di eletti locali, questo può non essere un vantaggio: non sono rare le prese di posizione xenofobe dei militanti ed eletti del FN che potrebbero mettere in difficoltà l’opera di dédiabolisation operata da Marine Le Pen e allontanare possibili consensi di elettori di altri partiti. Non che per gli altri le cose vadano meglio.

Mélenchon, ad esempio, ha sempre avuto difficoltà a trasformare i consensi per le presidenziali in voti alle legislative. I partiti tradizionali sono all’agonia. Il partito socialista è diviso tra chi ha sostenuto Benoît Hamon e chi ha sostenuto Macron: questo avrà un’incidenza sulle alleanze per le legislative. Fillon non sembra in grado di poter guidare il suo partito, dopo la mancata qualifica al secondo turno, e sconta notevoli divisioni interne esplose in questi giorni: il risultato del primo turno cambia il peso delle correnti interne (equilibrio che si era definito prima delle primarie). Inoltre, più della metà dei deputati dell’alleanza di Fillon sono in una situazione di cumulo di mandati (i famosi sindaci-deputati). Dopo l’intervento legislativo in materia, che ha posto fine a questa pratica, i sindaci-deputati dovranno scegliere. Molti hanno già annunciato di non volersi ricandidare all’Assemblea nazionale.

Uscita dalla Salle des Séances ©Assemblée nationale

Macron tra i dilettanti e le beghe socialiste

Domenica sera, dopo il primo turno, Macron ha detto di volere costruire una maggioranza di governo. Per evitare la coabitazione, ha puntato tutto sui nuovi volti. La sua fiducia nel sistema istituzionale della Quinta Repubblica lo porta a sostenere che i francesi gli attribuiranno la maggioranza di cui ha bisogno. Secondo quanto stabilito da Macron stesso, la metà dei candidati dovrà provenire dalla società civile. Poco conosciuti, si troveranno ad affrontare dei parlamentari uscenti ben installati nelle circoscrizioni e già noti sul territorio. Non è detto che ciò sia sempre uno svantaggio, però rende il tutto molto più difficile e incerto. Soprattutto visto che i tempi per fare campagna elettorale sono molto stretti.

L’altra metà tuttavia dei candidati macronisti verrà dai partiti e saranno “socialdemocratici, ecologisti ragionevoli e europeisti, il centro, il centrodestra, i gollisti sociali, la destra sociale ed europeista”. E forse in questo Macron è stato ben consigliato: si è lasciato le mani libere per eventuali accordi con gli altri partiti. Lo ha ripetuto Gérard Collomb, sindaco di Lione, un “elefante” del PS e sostenitore della prima ora di Macron: “Emmanuel non può governare col 25 per cento del primo turno” pertanto “a un certo momento, sulla base di un accordo preciso definito prima delle elezioni, bisognerà creare delle grandi aggregazioni. Puntando sull’istinto di sopravvivenza di una parte della classe politica. Tanto a sinistra quanto a destra. Collomb ha indicato chiaramente Alain Juppé (ex primo ministro e avversario di Fillon alle primarie della destra) come possibile interlocutore. Perché se le rotture a sinistra ci sono state prima delle presidenziali, oggi quelle della destra diventano evidenti.

Quello che è certo è che Macron ha più possibilità di scelta per le legislative rispetto a Marine Le Pen: può allearsi con altri partiti prima delle elezioni oppure può stringere accordi di desistenza. Se Macron dovesse pertanto vincere il ballottaggio, il leader di En Marche! potrebbe proporre agli altri partiti centristi un’ampia coalizione presidenziale, senza che essi debbano rinunciare al loro simbolo e alla loro identità.

La partita più complessa però si giocherà tra il movimento di Macron e i socialisti, che cercano di limitare i danni della bruciante sconfitta di Benoit Hamon (6.2 per cento). Emmanuel Macron aveva escluso “accordi di apparato” coi socialisti. Tanto più se vuole mantenere questa distanza dalla destra e dalla sinistra. E da Hollande soprattutto. Tuttavia se vuole una maggioranza parlamentare è possibile che vi siano accordi taciti di desistenza col PS. Il rischio infatti per entrambi i soggetti politici è quello di portarsi via voti a vicenda, a vantaggio di altri, e di ritrovarsi con pochi deputati.

I socialisti da parte loro non sembrano al momento voler entrare in guerra contro Macron. E qualche segnale lo inviano. Dei 42 seggi promessi dai socialisti agli ecologisti, dieci sono quelli in cui si trovano molti dei pezzi grossi di En marche!. Nonostante le proteste degli ecologisti, la direzione del PS aveva specificato che i socialisti che avevano aderito a En marche!sarebbero stati espulsi se fossero rimasti in corsa contro altri candidati socialisti. Appunto socialisti, non ecologisti.

A guidare il PS alle legislative è probabile sia Bernard Cazeneuve, il primo ministro e uomo di François Hollande. E visto che saranno gli uomini di Hollande a gestire il gioco delle candidature è probabile che vengano avvantaggiati dei candidati compatibili con le idee del movimento di Macron. Che ciò avvenga con una decisione chiara e precisa dei socialisti non è detto. Ed infatti potremmo assistere ad una spaccatura successiva del gruppo socialista all’Assemblea nazionale tra i macronisti e i socialisti più vicini alle posizioni della France Insoumise di Mélenchon. A oggi non sappiamo nemmeno quello che farà l’ex primo ministro Manuel Valls che fino a qualche settimana fa diceva che “quelli che sono in disaccordo sull’Europa, l’economia, l’impresa, la sicurezza, possono restare ancora nella stessa famiglia politica? Personalmente non lo credo”. Molti vi hanno visto l’intenzione di creare un partito, dopo la dichiarazione pubblica di sostegno a Macron.

La biblioteca dell’Assemblea nazionale con dipinti di Delacroix ©Assemblée nationale

La difficile partita del Front National

Per il Front National l’impresa è ardua. Anche se Marine Le Pen contasse sull’effetto traino delle elezioni presidenziali, difficilmente potrà ottenere la maggioranza assoluta di cui necessita per governare. E le opzioni disponibili sono molto poche.

L’isolamento politico del Front National rende improbabili le alleanze pre-elettorali o accordi di desistenza con altri partiti. Inoltre rimane sempre vivo l’appello al “fronte repubblicano”, la possibilità che i partiti avversari del FN possano accordarsi al secondo turno per impedire al partito di Marine Le Pen di ottenere seggi in Assemblea nazionale. Per ora l’unico accordo che Le Pen potrebbe raggiungere è con Nicolas Dupont-Aignan (quattro per cento alle presidenziali), candidato sovranista. Pochino. A meno che una sua vittoria alle presidenziali non spinga il partito di Fillon a stringere un’alleanza: sarebbe una vera e propria rivoluzione politica.

Quindi Marine Le Pen è probabile che faccia quello che sa fare meglio: incursioni in parti di elettorato che sulla carta le sono distanti per cercar di convincerli. Secondo i sondaggi pubblicati negli ultimi giorni, tra il dieci e il venti per cento degli elettori che hanno votato per Mélenchon al primo turno stanno pensando di votare Le Pen al ballottaggio con Macron. Una percentuale non indifferente di elettori che probabilmente condivide il messaggio anti-élite della candidata all’Eliseo. “Dégagez-les!” (“Mandiamoli a casa”) ha detto qualche giorno fa Marine Le Pen, utilizzando non a caso l’espressione che Mélenchon ha ripetuto durante la campagna elettorale. Che poi possa trasformarsi in consenso alle legislative è tutto da vedere. Intanto però il Front National continua in questa sua strategia “accattivante”: Marine Le Pen ha lasciato al presidenza del FN per dissociare la sua immagine da quella del partito fondato dal padre. E sulle candidature all’Assemblée nationale ha fatto uno sforzo enorme: per lo più si tratta di persone che hanno già svolto un ruolo a livello locale (secondo Europe1, circa l’ottanta per cento dei candidati FN contro il dieci per cento del 2012), viene garantita la parità di genere e circa il 45 per cento ha una laurea.

Le Pen ha già ottenuto così un risultato importante, qualora non dovesse vincere domenica 7 maggio. Perché se la dinamica positiva dovesse continuare per il Front National potrebbe comunque ottenere un numero di deputati non indifferente. C’è chi stima almeno quaranta-cinquanta deputati: per un partito che nella legislatura precedente ne aveva tre si tratta di un risultato notevole in termini di crescita di influenza.

La sala dei passi perduti con affreschi di Horace Vernet ©Assemblée nationale

Fillon e Mélenchon: a ognuno il suo problema

Le legislative saranno difficili anche per i partiti dei candidati esclusi. Prendiamo il caso di Mélenchon. Nel 2012 nonostante il buon risultato alle presidenziali (undici per cento) la sua formazione riesce a far eleggere soltanto dieci deputati. Il politico attrae voti ben al di là dei partiti che lo sostengono. E coi quali Mélenchon qualche problema lo ha. Il Partito comunista francese (e si, è vivo e vegeto) ha sostenuto ufficialmente la candidatura di Jean-Luc Mélenchon. Tuttavia le due formazioni non avevano raggiunto un accordo sulle candidature per le elezioni legislative. Se Mélenchon sembra voler sfruttare al meglio il risultato delle presidenziali per emergere come il leader della sinistra radicale francese, i comunisti francesi hanno paura di una possibile “annessione” e avrebbero preferito trattare con il PS.

La pesante sconfitta di Hamon ha eliminato questa possibilità. Pertanto oggi il PCF fa pressioni su Mélenchon per ottenere garanzie e ha quindi presentato anticipatamente una lista di 253 candidature (circa la metà di quelle necessarie). Presentazione a cui Mélenchon ha risposto chiedendo disciplina del gruppo parlamentare e collegamento finanziario di tutti i candidati alla sua formazione, la France insoumise. Inaccettabile per il PCF.

Allo stato attuale quindi il partito di Mélenchon dovrebbe presentare propri candidati, anche in circoscrizioni di eletti comunisti uscenti e desiderosi di farsi rieleggere. A destra, con Fillon fuori dai giochi del secondo turno, il timore di un débâcle elettorale è molto forte, soprattutto in caso di vittoria di Macron. Non solo perché si moltiplicheranno i ballottaggi e saranno più numerosi i contendenti: il rischio è quello di perdere gli alleati centristi che potrebbero trovare un accordo elettorale con Macron.

E se il presidente non avesse la maggioranza?

La forza della Quinta Repubblica è che il presidente della Repubblica, anche in caso di coabitazione, rimane il presidente della repubblica. Se il governo è di colore diverso rispetto al partito di appartenenza del presidente, allora il capo dello stato diventa una specie di capo dell’opposizione parlamentare. Con qualche potere in più. Può sciogliere l’Assemblea nazionale, ha un ruolo di impulso e di decisione nell’ambito della politica estera e di difesa. E poi dispone di un potere straordinario in materia costituzionale. Decide infatti la convocazione del congresso, la riunione congiunta di Assemblea nazionale e Senato per la revisione della Costituzione. E soprattutto può convocare referendum su temi istituzionali. E sui trattati internazionali. È immaginabile che Marine Le Pen governi per referendum, anche in assenza di una maggioranza parlamentare?

Non bisogna dimenticare inoltre che spetta al capo dello stato nominare il primo ministro. La consuetudine vuole che il primo ministro sia nominato in funzione della maggioranza all’Assemblea nazionale e che il suo governo sia sottoposto ad un voto di fiducia. Appunto la consuetudine: non esiste un obbligo costituzionale come in Italia. Tanto è vero che alcuni governi non hanno mai ricorso al voto di fiducia poiché sostenevano che la loro legittimità derivasse dalla nomina del presidente della repubblica (per esempio i governi socialisti tra il 1988 e il 1993, François Mitterrand presidente della repubblica, non avevano la maggioranza assoluta dei seggi). Non nominare il primo ministro tra le file del partito di maggioranza, cosa possibile, significa però impegnasi in una prova di forza continua con la nuova maggioranza parlamentare, che può risolversi anche con una mozione di censura contro il nuovo governo.

Ormai tuttavia ci si può attendere di tutto. Per la Francia (e per l’Europa) i prossimi mesi saranno molto agitati.

Élections législatives. Il voto che disegna il nuovo paesaggio francese ultima modifica: 2017-04-28T16:45:32+00:00 da Marco Michieli

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