Una cura probiotica per Venezia

scritto da MAURIZIO BUSACCA LUCIO RUBINI

I probiotici sono organismi vivi che somministrati in quantità adeguata, apportano un beneficio alla salute dell’ospite.

Quando parliamo di Venezia diagnosticare la malattia è la parte più facile del compito, perché la conosciamo bene e perché se ne parla da molto tempo: Venezia ha perso una base economica non legata al turismo, che tutto si prende e tutto divora, unica (o quasi) fonte di profitto o più spesso solo di rendita. Questa stessa rivista accoglie diverse riflessioni su questa evidenza. La malattia è a uno stato avanzato a Venezia; più in là, Mestre e Marghera guardano, imparano e sperano di ammalarsi al più presto. Si tratta infatti di una malattia strana: gonfia i portafogli mentre svuota la città delle sue imprescindibili funzioni urbane, civiche, culturali e sociali.

Se questa è la malattia, di antibiotici ne abbiamo già presi molti ma con risultati molto deludenti. L’ossessionante refrain sul destino della città ci dice infatti due cose.

La prima: tutti – ma proprio tutti – dimostrano ancora una volta un approccio conservativo. Chi è disposto a rischiare per tendere verso una città diversa da quella di adesso, e ugualmente diversa da quella che è stata? É almeno dagli anni ‘60 che rincorriamo una soluzione al “problema di Venezia”. Da allora abbiamo trovato e anche testate tante soluzioni. Ognuna di queste però ha agito come un antibiotico: per uccidere i vari germi patogeni ha colpito anche tutto ciò che stava intorno ed era vivo. Lo stesso potrebbe succedere anche oggi nel tentativo di placare la monocultura turistica.

La seconda: nella continua definizione di un progetto di città, abbiamo sempre cercato un medico per diagnosi e cura ideali. Quell’idea non funziona: non c’è più, e forse non c’è mai stata, una relazione tra diagnosi (come conoscenza) e cura (come azione); non è insomma più il momento di costruire a tavolino salvifici “progetti di città”, così come la prassi politica l’ha intesa finora sopravvalutando, e molto, la propria capacità di analisi e di azione.

Immaginiamo allora che la cura antibiotica così concepita non sia più sufficiente. Anzi: quanto del problema Venezia si risolve solo arginando la monocultura turistica? Possiamo pensare che questo sia molto importante, imprescindibile, ma tutto sommato non risolutivo?

Un cambio di passo: una cura probiotica

I probiotici sono “organismi vivi – anzi, come dice la parola stessa, a favore della vita – che somministrati in quantità adeguata, apportano un beneficio alla salute dell’ospite”. Proviamo a pensare quindi di somministrare nel corpo della città sei probiotici, che funzionano da visioni concorrenti a uno stesso obiettivo:

Venezia riserva dei panda, riguarda la salvaguardia della civitas. È la città del welfare urbano: qualità offerta alla persone in termini di mobilità, istruzione, sanità, residenza, tempo libero.
Venezia-Rotterdam, la città-porto. In questa visione, la città afferra la tendenza globale “portocentrica” che guida i processi di (ri)localizzazione dell’industria. A questa visione si affianca quella di città-aeroporto, che permette a Venezia di stare nei flussi globali.
Venezia-Bruxelles, la città metropolitana che migliora le relazioni funzionali al suo interno tra una città-centro e i comuni limitrofi, organizzata per sfruttare economie di scala e complementarietà dei costi.
Venezia-Boston, la città campus. Portare a Venezia il modello Boston è uno slogan dell’attuale sindaco Brugnaro, ma anche in questo caso è da 50 anni che si parla di una Venezia città degli studi: se la fragilità di Venezia non può reggere uno stabilimento industriale può forse reggere la produzione di conoscenza, con l’università come fabbrica. Nuove tecnologie e humanities, immateriale ed affettivo diventano i possibili asset di un’economia ancora possibile.
Venezia-Barcellona, la cultura diffusa. Venezia è città creativa molto prima che Florida si inventi l’idea di città creativa. In modo quasi paradossale – e certamente ironico – l’immagine di Venezia che molti propongono come innovazione radicale è quella di una città di cultura diffusa, in qualche modo simile a Barcellona.
Venezia come Venezia, la città del turismo. C’è sempre nell’aria, nelle osterie e nei campi questa idea: Venezia dovrebbe tornare ad essere com’era 30-40-50 anni fa, città turistica ma di un turismo ricco, a modo.

Questi sei probiotici (se ne potrebbero aggiungere altri dieci o venti ma non è l’elenco il nostro obiettivo) non hanno di nulla di originale, né innovativo. Sono le stesse cose che discutiamo appunto da decenni, formalizzate di volta in volta da cicli politici che su queste hanno cementato la loro azione, dall’ “l’idea di Venezia” del 1989 che conduce alle stagioni del centro sinistra di Massimo Cacciari, passando per il Piano Strategico del Comune di Venezia del 2003.

È tutta una questione di metodo

Quello che rileva, e molto, è che oggi chi sostiene queste visioni lo fa in modo esclusivo, una contro l’altra, alla ricerca di quella giusta, che da sola può risolvere il problema Venezia. Al contrario, ognuna di queste visioni potrebbe funzionare perché affiancata e non in contrapposizione. Proviamo allora a pensare per aggregazione e non più per sottrazione; per socio-diversità e non più per omologazione. Arriviamo allora al cuore del ragionamento. Dati per buoni questi sei probiotici, immaginiamo quattro obiettivi di metodo:

Promuovere la socio-diversità. Significa costruire opportunità per ingaggiarsi a vicenda nell’ibridare le nostre visioni; lavorare per esplorare soluzioni come un gioco a somma positiva, perché stabilisce rapporti che prima non esistevano, perché allarga le visioni, mette in crisi le nostre convinzioni, ne costruisce di nuove e inedite.
Mescolare carne e metallo. Ci interessa di più una Venezia Cyber-Punk, città meticcia, spuria, dove carne, metallo, pietra e bit si mescolano. Il contrario di una smart city, la punk-city rifugge drasticamente dalla precisione. Ibrida, ripete, simula, relativizza, distopizza, aliena: una città che spiazza e diventa unica, in uno scenario già unico.
Mobilitare intelligenza. Fare questo è forse la cosa più complicata perché richiede di mobilitare intelligenze collettive, meno razionali e più emotive ma non per questo meno numerose. Richiede di stimolare un ampio e variegato universo di imprese, professionisti, cittadini, reti formali e informali.
Patto per un laboratorio permanente. Riconoscersi a vicenda con pari dignità giocatori di una stessa partita: cittadini, istituzioni, partiti, tutti. Non significa ignorare un possibile conflitto, questo sarà inevitabile e funzionale; significa attraversarlo pienamente.

E la politica in tutto questo? I partiti soprattutto, a cui per lungo tempo si è affidato il ruolo di medico e infermiere; a cui oggi non ci si affiderebbe più neanche per un raffreddore.

Senza girarci troppo intorno: l’immobilismo che abbiamo di fronte ci dice che la partita è per il momento persa, ammesso che si sia mai voluto giocarla. L’occasione era (lo è ancora) irripetibile: fare un patto per stimolare, riconoscere, chiamare al gioco le migliori energie e intelligenze cittadine, senza preclusioni. E senza quel blocco di burocrazia a cui era arrivato il centro sinistra veneziano, con modelli di governo tecnicamente inadatti a comprendere le risorse che la città stava o avrebbe potuto esprimere: di fatto, perdendole.

Spazio invece a chi vuole mettersi in gioco, attrezzando una macchina comunale capace di innescare i giusti dispositivi per intercettare queste risorse a cui agganciare una visione coraggiosa e inclusiva. Forse, è proprio così che si potrebbe unire, riconoscere, stimolare e provocare una comunità collaborativa che si mette al lavoro per la propria città. O perlomeno, varrebbe la pena provarci. Una città collaborativa, alla faccia delle retoriche e dei premi alle smart cities; una città Cyber-Punk; una città irriverente e realmente innovativa; una città, in un aggettivo, conflittuale.

foto Chiara Becattini

Nell’illustrazione in alto, di Paolo Bertuzzo, il Ponte della Costituzione (ponte di Calatrava)

Una cura probiotica per Venezia ultima modifica: 2017-05-01T17:44:06+00:00 da MAURIZIO BUSACCA LUCIO RUBINI

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento