Caravaggio e l’Europa. Quando Schengen era solo un villaggio

Due belle mostre a Roma fanno riflettere sull'apertura del Vecchio Continente all'epoca di Michelangelo Merisi in contrasto con il ripiegamento d'oggi sotto lo spinta di pulsioni sovraniste.
scritto da GIOVANNI INNAMORATI
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Il 28 maggio 1606, è uno di quei giorni in cui la cronaca si incrocia con la Storia. In via di Campo Marzio, nel centro di Roma, giace a terra, ucciso da un colpo di spada, Ranuccio Tomassoni da Terni. L’omicidio è stato perpetrato, si leggerebbe oggi in un verbale di polizia, “per futili motivi”, cioè per una discussione durante una partita di pallacorda. A impugnare la spada era Michelangelo Merisi da Caravaggio, il pittore che in poco più di un decennio di residenza a Roma aveva rivoluzionato la pittura.

Roma all’epoca era una delle maggiori città d’Europa con centomila abitanti, di cui due terzi uomini, e dunque una città violenta, e il Merisi si è già fatto conoscere dalla polizia pontificia, per precedenti risse. Da quando papa Felice Peretti, Sisto V, aveva avviato la “Renovatio Urbis”, Roma era diventata una calamita per artisti di tutta Europa, architetti, scultori, pittori, e lo sarà per oltre un secolo. Quel secolo che modellerà la Roma che conosciamo ancora oggi (ovviamente il suo centro storico), che gli ossessivi sventramenti operati dai piemontesi dal 1870 non riuscirono a cancellare.

Caravaggio, dopo i primi anni di grandi difficoltà, di gavetta nella bottega del Cavalier d’Arpino o di semplice aiuto ad altri pittori affermati (Antiveduto Gramatica o Lorenzo Carli) per i quali dipinge parti meramente decorative delle loro opere, finalmente sfonda dal 1594, grazie al mecenatismo del cardinal Francesco Maria Del Monte, che lo ospita a Palazzo Madama, oggi sede del Senato della Repubblica e che gli commissiona alcune tele, come “I bari” oggi a Fort Worth, nel Texas. Negli anni successivi il pittore abbandona il luminismo lombardo e inventa una nuova pittura.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Giuditta e Oloferne, 1599, Gallerie Nazionali di Arte antica di Roma

Inventa dei generi, come la natura morta (“Giovane con cesto di frutta” della Galleria Borghese, o “Bacco” degli Uffizi), o quello con scene di osteria e dei bassifondi (“I Bari”, “La buona fortuna”), inventa un modulo narrativo stupefacente, vale a dire le scene nell’oscurità e illuminate da una fonte di luce laterale (“Vocazione di San Matteo”); e soprattutto inventa il naturalismo: inizialmente sorprendente (“Giuditta e Oloferne” della Galleria Barberini, “Madonna dei Pellegrini” a S.Agostino), poi scandaloso (“Amore vincitore” oggi a Berlino) fino al rifiuto da parte dei committenti degli ultimi due lavori (“Morte della Vergine” oggi al Louvre e ”Madonna dei Palafrenieri” oggi alla Galleria Borghese), perché questo verismo nei soggetti sacri ha “poco decoro”. E in effetti le Madonne non sono bionde creature ideali, come nel Rinascimento fiorentino, ma belle ragazze dai capelli neri; Sant’Anna ha le rughe; i pellegrini in ginocchio davanti a Maria e al Bambino hanno le verruche ai piedi e le fattezze affaticate dei popolani romani; i santi al momento del martirio (es. San Matteo) non rivolgono lo sguardo in estasi al cielo, ma fanno il gesto istintivo di alzare la mano di ripararsi dal colpo di spada del carnefice.

Ma Caravaggio, a 33 anni, è già un Maestro, nel senso che la sua pittura fa scuola, è già ammirata (P. P. Rubens acquista per i Gonzaga la “Morte della Vergine”) e soprattutto imitata. Le sue opere sono diventate un ulteriore motivo, per i pittori del Nord Europa, per venire a Roma. Nella capitale della cattolicità oltre alla Cappella Sistina o alle Logge di Raffaello, ora c’era da studiare anche le tele del Merisi.

Ma con l’omicidio di Ranuccio Tomassoni, il pittore lombardo l’aveva fatta davvero grossa e a nulla valsero le protezioni di illustri cardinali (Dal Monte, Giustiniani, Scipione Borghese) che in altre circostanze lo avevano tirato fuori dai guai. Caravaggio viene condannato alla decapitazione ed è costretto alla fuga, per di più precipitosa. Dopo un breve soggiorno a Palestrina, ospite dei feudi Colonna, deve prendere la strada per Napoli, e poi ancora per Malta.

Ognuna delle tappe è segnata da un capolavoro, che fa immediatamente scuola, vale a dire che il suo linguaggio viene ripreso da altri pittori locali, se non altro per soddisfare le richieste dei committenti che vogliono tele o affreschi nello stile di “messer da Caravaggio”. Nell’isola egli realizza nella Cattedrale di Valletta l’impressionante “Decollazione di San Giovanni”, di un crudo realismo, in pratica una istantanea di un’esecuzione capitale come sarebbe potuta essere la sua. Ma se il 14 luglio il Merisi era stato insignito del Cavalierato dal Gran Maestro Alof de Wignacourt, già a ottobre si scopre il motivo della sua fuga da Roma.

Michael Sweerts, L’artista nello studio, 1647-1648, Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma

Ancora una volta è costretto a salpare precipitosamente, dopo essere stato espulso anche dall’Ordine, per rifugiarsi in Sicilia dove, a Siracusa e a Palermo, lascia ancora il suo segno. Dopo un anno dalla fuga è di nuovo a Napoli, dove realizza le sue ultime tele (le autobiografiche “Salomé con la testa del Battista” e “Davide con la testa di Golia”) e dove, nell’ennesima rissa viene ferito gravemente. Nell’attesa dell’agognata Grazia che lo farebbe rientrare a Roma, Merisi si imbarca verso Nord, ma il 18 luglio 1610 muore sulla spiaggia di Porto Ercole. Il 31 arriva beffardamente la Grazia.

Il caravaggismo prende il largo anche fuori da Roma: Rubens e altri fiamminghi lo portano a Genova; il fiorentino ma romano di formazione Orazio Gentileschi, lo interpreta a Londra per Carlo I Stuart; a Napoli sono Battistello Caracciolo e lo spagnolo Jusepe de Ribera a proseguirne il linguaggio, e in un secondo momento Mattia Preti, a sua volta chiamato a Malta dove realizza 400 tele e affreschi. Nella grande metropoli del Mediterraneo meditano sulla lezione caravaggesca gli spagnoli, non solo De Ribera, ma anche Diego Velasquez, che la riporterà in Patria. In Francia sono Simon Vouet e Valentin de Boulogne gli interpreti del nuovo linguaggio.

Hendrick Ter Bruggen, Duetto, 1629, Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma

Ma l’aspetto più particolare riguarda il ruolo degli olandesi. Gerrit Van Honthorst (in Italia conosciuto come Gerardo delle Notti), dopo un soggiorno a Roma, porta il realismo caravaggesco a Utrecht, assieme a T. Van Baburen. Le stupefacenti “fotografie” di Jan Vermeer o di Frans Hals, sono figlie di questo linguaggio, così come quello di Rembrandt e di tutta la ritrattistica borghese olandese che ne seguirà. A sua volta Van Honthorst porta la nuova pittura nel Brandeburgo, e non è quindi un caso che oggi la raccolta più numerosa di Rembrandt sia a Berlino.

Ma un figlio meno noto della scuola di Utrecht, Matthias Stomer, avrà un ruolo ancora maggiore. Cresciuto alla scuola di Van Honthorst, Stomer si reca a Roma (1630). Nella città dei Papi si sta affermando la scuola dei maestri bolognesi (Guido Reni, Guercino, Carracci), con un ritorno al classicismo. A tener vivo il naturalismo è dunque la folta colonia di pittori del Nord Europa, specie olandesi, tedeschi ma anche francesi, i cosiddetti Bentvogels, e tra essi Stomer. Il quale è chiamato a Napoli (1633-40), in Sicilia (1641) e infine a Malta dove lascia una serie importante di tele che richiamano il modulo narrativo di Caravaggio, a partire dalla sua “Decollazione del Battista”.

Matthias Stomer, Decollazione del Battista, 1640-1645 ca. MUŻA – Nazzjonali tal-Arti (Heritage Malta)

Questo viaggio del caravaggismo e della diffusione del realismo in tutta Europa è magnificamente sintetizzato in due mostre in corso a Roma, una quasi in chiusura, l’altra appena aperta. In “Mediterraneo in chiaroscuro”, ospitata alla Galleria Barberini fino al 21 maggio, alcuni capolavori di Stomer, Mattia Preti, ecc del Museo Nazionale di Malta, sono a confronto con tele degli stessi autori, di Caravaggio e altri caravaggeschi presenti a Palazzo Barberini. Alle Scuderie al Quirinale “Da Caravaggio a Bernini: Capolavori dei seicento italiano nelle collezioni reali spagnole”, ci consente di ammirare la “Salomé” di Caravaggio, “La tunica di Giuseppe” di Diego Velasquez, e ancora de Ribera o Luca Giordano.

Matthias Stomer, Adamo ed Eva piangono Abele morto, MUŻA – Mużew Nazzjonali tal-Arti (Heritage Malta)

Una riflessione che va oltre le considerazioni artistiche, tuttavia, si impone e riguarda l’oggi, l’Europa, noi stessi. La cosa che colpisce è come un linguaggio nato a Sud, nella capitale del cattolicesimo, sia stato ripreso, meditato, fatto proprio in modo originale, dall’Olanda, settentrionale, calvinista, patria della prima Rivoluzione borghese europea, quella che diede vita alle Province Unite, sancite dalla Pace di Westfalia (1648). Anzi, sono stati Maestri olandesi a tenere vivo, ancora più a Sud di Roma, il verbo del realismo caravaggesco. Nel pieno della Guerra dei Trent’Anni (1618-1648), una guerra Mondiale a tutti gli effetti, visto che tutte le potenze mondiali dell’epoca vi presero parte nelle sue varie fasi, esisteva comunque uno spazio Europeo, nel quale artisti si muovevano da Nord a Sud, da Est ad Ovest, costruendo un linguaggio comune, una comune cultura, quella del realismo nel nostro caso, che non a caso si sviluppò proprio in concomitanza con i primi passi della nascente scienza moderna. La precisione fotografica di alcune nature morte conservate al Mauritshuis a L’Aja, vanno pensare agli alambicchi di Torricelli. E che dire della “Lezione di anatomia” di Rembrandt?

Il realismo Mediterraneo di Merisi è l’interpretazione più radicale del cattolicesimo, portando l’incarnazione del Verbo alla sua estrema conseguenza (e modernità): la Storia nella quale la Salvezza si incarna è quella attuale, tanto che le figure bibliche delle sue opere vestono come i contemporanei del pittore. Una sorta di Teologia della Liberazione “ante litteram”. Il realismo dei pittori olandesi è radicalmente calvinista, e i loro grandi ritratti borghesi rappresentano come niente altro la “religione della prosperità” della Riforma. Ma l’Ecumene è ricomposta nella comune Koiné artistica.

Oggi c’è voglia di chiusura, di ripiegamento o, secondo il nuovo termine, di “sovranismo”, dimenticando che appena qualche decina di anni fa chi diceva di agire in nome del popolo (oggi “au nom du peuple” ieri “ein Volk”) ha portato alla catastrofe. Ma questa storia artistica ci insegna quale è la Storia europea, una koiné continentale che va da Amsterdam a Malta, da Madrid a Dresda, da Roma a Londra, quando Schengen era semplicemente un villaggio conosciuto solo dai suoi abitanti.

In alto un’immagine di Schengen, Lussemburgo

Caravaggio e l’Europa. Quando Schengen era solo un villaggio ultima modifica: 2017-05-04T18:37:48+02:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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