Elezioni tedesche. Il fenomeno Martin fa sperare la SPD

In poco tempo, Schulz si è imposto come l’interprete di un improvviso bisogno di rinnovamento, dopo dodici anni di Merkel alla guida del Paese. La recente disfatta nella Saar ha però messo in luce tutte le difficoltà dei socialdemocratici a costruire una coalizione con gli altri partiti.
scritto da Matteo Angeli

[STRASBURGO]
Mentre in Francia e nel resto d’Europa l’alternanza tra destra-sinistra è sull’orlo dell’implosione, rimpiazzata dallo scontro tra liberali e nazionalisti, in Germania si fa strada una dinamica opposta, con i socialisti dell’Spd (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, il Partito Socialdemocratico di Germania) che sono tornati a rappresentare un’alternativa credibile alla Cdu-Csu della cancelliera Angela Merkel.

Il merito è tutto di Martin Schulz, presidente uscente del Parlamento europeo, tornato in Germania per guidare il suo partito nelle elezioni federali del prossimo 24 settembre. Per oltre due mesi dal giorno dell’annuncio della sua candidatura nella corsa alla cancelleria, l’Spd è cresciuta in maniera esponenziale nei sondaggi, fino ad agganciare la Cdu-Csu. Un balzo di più di dieci punti percentuali nelle intenzioni di voto, che ha portato l’Spd dal 21 per cento a fine gennaio fino al 32 di inizio aprile. In poco tempo, Schulz si è imposto come l’interprete di un improvviso bisogno di rinnovamento, dopo dodici anni di Merkel alla guida del Paese.

L’incantesimo si è però spezzato a fine marzo, con le elezioni regionali nella Saar che hanno visto la vittoria schiacciante della candidata della Merkel. Da allora, Schulz e l’Spd hanno cominciato a perdere colpi nei sondaggi. La disfatta nella Saar ha messo in luce tutte le difficoltà dei socialisti a costruire una coalizione con gli altri partiti. Merkel ne ha approfittato, riguadagnando le posizioni perdute ed effettuando un contro-sorpasso: secondo gli ultimi sondaggi la Cdu-Csu è in testa con il 37 per cento nelle intenzioni di voto a livello nazionale, mentre l’Spd cala leggermente, arroccata al 29 per cento.

Elezioni federali, sondaggio del 28.04.17, Forschungsgruppe Wahlen

L’infinita fiducia che gli elettori tedeschi ripongono in Angela Merkel avrà ancora la meglio? Oppure alla fine prevarrà la voglia di cambiamento di cui Martin Schulz si fa portavoce? Un’indicazione decisiva arriverà dalla doppia sfida che si giocherà il 7 e il 14 maggio, con le elezioni regionali in Schleswig-Holstein e Nordrhein-Westfalen. Dopo la disfatta nella Saar, Schulz ha messo le mani avanti: “Io punto al 2-1”. Dovesse fallire, per lui la corsa alla cancelleria rischierebbe di trasformarsi in un calvario.

La stampa tedesca parla di “effetto Schulz” per descrivere l’euforia che la discesa in campo di Martin Schulz ha scatenato nell’Spd e nella popolazione tedesca. Martin Schulz è stato accolto in patria come un vero e proprio “uomo della provvidenza”, che in poche settimane è riuscito a salvare il suo partito da un inesorabile declino e a renderlo di nuovo un “partito di massa” agli occhi dei tedeschi.

La rincorsa di Schulz comincia il 24 novembre scorso, quando comunica a sorpresa che non si presenterà per un terzo mandato alla guida del Parlamento europeo. Due mesi dopo, il 24 gennaio, il presidente dell’Spd, Sigmar Gabriel, fa sapere che rinuncerà a candidarsi alla cancelleria. Per Schulz la strada è spianata: il 29 gennaio il presidio dell’Spd lo nomina ufficialmente e all’unanimità presidente del partito e candidato alla cancelleria contro Angela Merkel. Il 19 marzo, al congresso straordinario del partito, a Berlino, è eletto presidente dell’Spd con il cento per cento dei voti. Una maggioranza bulgara, che non ha precedenti nella lunga storia del partito, che nel 2013 ha celebrato il suo centocinquantesimo anniversario.

Figlio di un poliziotto, autodidatta diventato libraio e poliglotta, Martin Schulz incarna il ritorno alla sinistra tradizionale tedesca. Ragazzo “prodigio” dell’Spd, Schulz comincia la sua carriera come sindaco di Würselen, cittadina di quasi quarantamila abitanti nel Nordrhein-Westfalen, che dirige dal 1987 al 1998. All’epoca della nomina, a soli trentuno anni, è il sindaco più giovane del Land.

Ma è in Europa che Schulz si è fatto un nome, imponendosi come peso massimo nel suo partito e sulla scena politica europea. Eletto per la prima volta eurodeputato nel 1994, Schulz è presidente della delegazione dei socialdemocratici tedeschi dal 2000 al 2004 e dal 2004 presidente del gruppo parlamentare socialista al Parlamento europeo. Carica questa che detiene fino al 2012, quando viene eletto presidente del Parlamento europeo. Nel 2014, poi, tenta la scalata alla Commissione europea, ma viene sconfitto dal candidato popolare, Jean-Claude Juncker. Ripiega allora sulla presidenza del Parlamento europeo, dove viene eletto, prima volta nella storia di questa istituzione, presidente per un secondo mandato.

A lungo si mormora che Schulz voglia addirittura andare a caccia di un terzo mandato come presidente dell’Assemblea di Strasburgo, fino a quando lui stesso, lo scorso novembre, mette definitivamente fine a queste voci, dicendo di volersi dedicare alla politica tedesca.

A gennaio, Sigmar Gabriel, allora presidente della Spd e, in quanto tale, legittimo sfidante di Merkel alle elezioni federali, si fa da parte, proprio a beneficio di Schulz, ritenuto più adatto a mobilitare la sinistra. Gabriel, infatti, è stato ministro degli Affari economici e dell’Energia nella grande coalizione tra Cdu-Csu e Spd e, perciò, viene spesso associato alle politiche del governo guidato da Angela Merkel. Schulz, invece, con una carriera politica costruita in Europa, non si è mai occupato di politica interna e ha tutte le carte in regola per presentarsi come l’“uomo nuovo” della sinistra tedesca.

La discesa in campo di Schulz è folgorante. L’ex presidente del Parlamento europeo rompe con il recente passato dell’Spd, criticando duramente le riforme di ispirazione liberale del mercato del lavoro condotte dall’ex-cancelliere dell’Spd, Gerhard Schröder, tra il 2003 e il 2005. Si tratta della “Agenda 2010”, quell’insieme di misure che hanno consentito alla Germania di uscire dalla crisi economica e di far scendere il tasso di disoccupazione, ma che allo stesso tempo hanno contribuito a creare una generazione di lavoratori che devono accontentarsi di contratti precari.

È quindi al grido di “più giustizia sociale” che Martin Schulz cerca di imporsi come credibile alternativa ad Angela Merkel, che ha raccolto tutti i frutti delle riforme lacrime e sangue di Schröder e ha saputo garantire ai tedeschi un benessere che non ha pari in Europa. “Abbiamo fatto degli errori – ha commentato Schulz riferendosi ad Agenda 2010 – Fare degli errori, però, non è un peccato mortale. L’importante è riconoscerlo. E noi lo abbiamo riconosciuto”, spingendo, ad esempio, l’attuale governo di grande coalizione a introdurre il salario minimo nel 2015. La metamorfosi da “Mister Europa” a “Robin Hood” è completata, ironizzano alcuni giornali tedeschi.

Allungare i tempi dell’assegno di disoccupazione, trasformare i contratti a tempo in contratti indeterminati, estendere la cogestione – ovvero la presenza di sindacati nei vertici delle aziende – alle imprese che sono in Germania ma sottostanno a regimi giuridici di altri Paesi, aiutare le famiglie, investendo i surplus di bilancio a loro vantaggio e non per fare regali fiscali ai più ricchi, sfruttare la tecnologia non solo per aumentare l’efficienza ma anche per ridurre gli orari di lavoro: questi sono gli ingredienti della ricetta di Schulz, che, però non può contare ancora su un programma politico vero e proprio. Il programma elettorale dell’Spd, infatti, è atteso solo per giugno.

Non è solo la mancanza di un programma elettorale a non far dormire sonni tranquilli al candidato Schulz. Per l’Spd, il vero problema è quello della coalizione con cui andare al potere. Per diventare cancelliere, Schulz deve mettere insieme una coalizione di partiti in grado di fargli raggiungere la maggioranza assoluta dei voti nel Bundestag, il parlamento federale tedesco. L’assegnazione dei seggi parlamentari ai singoli partiti viene definita sulla base di un sistema proporzionale: entrano nel Bundestag i partiti che hanno ottenuto almeno il cinque per cento dei voti.

Con queste premesse, per l’Spd, la via che porta alla vittoria si presenta come stretta e avara di alternative.

Schulz vuole assolutamente vincere e lo ha messo in chiaro aprendo la porta a una possibile alleanza post-elettorale tra Spd, Verdi e Die Linke (La Sinistra), partito quest’ultimo, che raccoglie posizioni socialiste, comuniste e anticapitaliste. Si tratta della cosiddetta Rot-Rot-Grüne Koalition (R2G), la “coalizione rosso-rosso-verde“.

L’alleanza a livello nazionale con Die Linke, il partito erede della SED (Partito di Unità Socialista di Germania, il partito egemone nella Repubblica Democratica Tedesca) è il vaso di Pandora che nessun leader dell’Spd aveva osato finora scoperchiare (anche se va ricordato che nel 2013, all’indomani delle elezioni, si tennero già dei colloqui in questa direzione tra gli esponenti delle tre forze politiche).

Ma Schulz vuole vincere. E per vincere, stando agli attuali sondaggi, l’alleanza tra Spd, Verdi e Die Linke è l’unica che gli concederebbe i numeri necessari per scippare la poltrona ad Angela Merkel. 29 per cento Spd, nove per cento Die Linke, otto per cento i Verdi: con questi numeri, almeno sulla carta, la cancelleria è a portata di mano.

Die Linke, però, è considerata da molti, dentro e fuori l’Spd, come una formazione di sinistra radicale e di protesta, che difficilmente può conciliarsi con il programma progressista della Spd (e dei Verdi). Die Linke propone, in tal senso, di sciogliere la NATO e di sostituirla con un’alleanza militare in cui la Russia occupi un ruolo centrale, attacca frontalmente l’Unione europea, criticando la Troika e i trattati di libero scambio (TTIP e CETA in testa) e, soprattutto, si porta dietro l’eredità controversa della SED, il partito della dittatura durante la DDR, da cui provengono molti suoi esponenti.

Nell’Spd c’è chi dice apertamente che questo matrimonio non s’ha da fare. Olaf Scholz, sindaco di Amburgo e figura di spicco nel partito, ha detto che Die Linke potrà far parte di un eventuale governo solo se prenderà una posizione chiara in favore del processo di integrazione europea e della NATO. Gerhard Schröder, l’ultimo cancelliere dell’Spd, gli ha fatto eco dicendo che la coalizione rosso-rosso-verde non sarà possibile a livello nazionale finché in Die Linke “continuerà a farla da padrone la famiglia Lafontaine”, riferendosi a Oskar Lafontaine, ex-presidente dell’Spd e di Die Linke, e sua moglie, Sahra Wagenknecht, attuale capogruppo di Die Linke al Bundestag.

Quella tra Schröder e Lafontaine è una diatriba di lunga data, che è all’origine della scissione che indebolì l’Spd all’inizio degli anni Duemila. Contrario ad Agenda 2010, Lafontaine, infatti, uscì dall’Spd e contribuì a fondare Die Linke, spaccando così di fatto la sinistra tedesca in due.

Una ferita che Schulz sta tentando di risanare, con la sua promessa di rivedere Agenda 2010. Un’apertura accolta con favore da Wagenknecht, che ha lasciato intravedere le possibilità per una coalizione rosso-rosso-verde. “Se l’Spd vuole perseguire con sincerità una politica sociale, non sarà certo Die Linke a impedirglielo”, ha commentato la donna forte del partito il 24 febbraio, intervistata dalla rivista Spiegel.

Reintroduzione dello stato sociale e politica estera pacifica, queste le due condizioni che ha posto per il sostegno del suo partito al progetto di Schulz. Tuttavia, successivamente Wagenknecht ha rimproverato duramente a Schulz la decisione di andare alle elezioni senza specificare la coalizione che formerà in caso di vittoria. Dal canto suo, il leader socialdemocratico non ha alcuna intenzione di legarsi le mani e si lascia aperta ogni possibilità.

Schulz ha imparato a sue spese che è meglio non abbracciare Die Linke pubblicamente. La disfatta nelle elezioni regionali nella Saar è lì a ricordarglielo. Qui la candidata socialista, Anke Rehlinger, che si era espressa a favore di un’alleanza tra Spd e Die Linke, ha subito una cocente e (inaspettata sconfitta) il 26 marzo scorso, finendo staccata di ben 11 punti dalla candidata della Cdu, Annegret Kramp-Karrenbauer. Un risultato che ha ricordato alla Spd come molti tedeschi siano terrorizzati dalla prospettiva dell’ingresso di Die Linke al governo, nazionale o regionale.

Dopo il tracollo nella Saar e con i sondaggi che segnalano un trend negativo, l’Spd non può permettersi altri passi falsi. A maggio si vota in Schleswig-Holstein e Nordrhein-Westfalen, due Land che insieme rappresentano un quinto della popolazione complessiva tedesca. Si tratta di un test cruciale in vista delle elezioni federali di settembre. In entrambi i casi, l’Spd è favorita per la vittoria, forte dell’ampio consenso personale di cui godono i governatori uscenti, entrambi socialisti: Torsten Albig, in Schleswig-Holstein, e Hannelore Kraft, in Nordrhein-Westfalen. Ma, se da un lato Albig non dovrebbe avere problemi a riproporre la coalizione con i Verdi e il partito della minoranza danese, dall’altro Kraft si trova di fronte a un dilemma delle alleanze che rispecchia quello a livello nazionale.

Per la candidata socialista le possibilità sono due. Potrebbe cercare di formare una “coalizione semaforo” (rosso-giallo-verde, dove giallo è il colore dei liberali), con i liberali della Fdp (Freie Demokratische Partei, il Partito Democratico Libero) e i Verdi, oppure proporre una grande coalizione a guida Spd, che però non è proprio il massimo per chi a livello nazionale vuole presentarsi come alternativa ad Angela Merkel.

A complicare la situazione, c’è la ritrosia dei liberali ad allearsi con l’Spd a livello regionale, nello specifico caso del Nordrhein-Westfalen. Wolfgang Kubicki, vice-presidente del partito, ha tagliato corto: “Nessuno nel partito fa campagna per una coalizione semaforo”. Lo stesso, però, non vale a livello nazionale, con il presidente dei liberali, Christian Lindner, che, dopo aver messo in chiaro che il suo partito andrà da solo alle elezioni, senza legarsi ad alcuna coalizione prestabilita, non ha chiuso le porte a una coalizione con Verdi e Spd, che pare comunque difficile.

Non escludo nulla nel caso in cui l’Spd la smetta di parlare guardando al passato e cominci a guardare in avanti – al momento si stanno allontanando da noi, con delle proposte che ricordano il programma del presidente francese François Hollande. Per ora, sui contenuti abbiamo più punti in comune con la Cdu,

ha chiarito Lindner.

Martin Schulz e Sigmar Gabriel, sullo sfondo la statua di Willy Brandt nella sede della SPD il 24 gennaio scorso

Anche la fedeltà dei Verdi è tutt’altro che scontata. Come i liberali, anche i Verdi hanno intenzione di presentarsi alle consultazioni di settembre liberi da ogni alleanza pre-elettorale. La base del partito è chiaramente a sinistra, favorevole per un’alleanza con la Spd, mentre i vertici sono più orientati per un patto con la Cdu-Csu, nella prospettiva di una “coalizione Giamaica” (nero-giallo-verde, dove il nero è il colore della Cdu e il giallo quello dei liberali). A spingere per un’alleanza con la Cdu sono in particolare i due co-presidenti, Cem Özdemir e Katrin Göring-Eckardt, oltre che Winfried Kretschmann, presidente del Land Baden-Württemberg, dove governa insieme alla Cdu in quella che viene definita una “colazione kiwi” (nero-verde).

Le elezioni in Schleswig-Holstein e Nordrhein-Westfalen rappresentano quindi un test decisivo per le aspirazioni di Martin Schulz e per la campagna dell’Spd in vista delle elezioni federali di settembre. Dovesse trionfare in entrambi Länder, l’Spd riuscirebbe a rimettere Merkel sulla difensiva e a presentarsi come reale alternativa di governo, facendo chiarezza sul nodo delle coalizioni. Una chiarezza che nelle ultime settimane è mancata: il susseguirsi di opzioni di alleanze più o meno irrealistiche ha, infatti, contribuito a frenare l’entusiasmo per la candidatura di Martin Schulz.

Per l’ex presidente del Parlamento europeo, stretta e piena di insidie è la via che porta alla vittoria.

Elezioni tedesche. Il fenomeno Martin fa sperare la SPD ultima modifica: 2017-05-04T11:49:59+01:00 da Matteo Angeli

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