Biennale. Guardare e sentire la Venezia che non si vede

scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Che rapporto c’è tra una cartografia sonora e sensoriale di Venezia e l’arte? È quello che “Catalonia in Venice, La Venezia che non si vede”, evento collaterale della 57. Biennale di Venezia dell’artista catalano Antoni Abad, si propone di suggerire ai visitatori dal prossimo 13 maggio.

Frutto di un’elaborazione collettiva di persone non vedenti, ipovedenti e vedenti, e con la collaborazione degli studenti delle due università veneziane e di volontari, la mappa è un insieme di registrazioni sonore che insiste sull’aspetto più sensoriale di Venezia. Registrando i suoi suoni e odori, per tracciare un percorso riconoscibile e sicuro a chi ha problemi di accessibilità.

“La Venezia che non si vede, precisa Antoni Abad, mostra Venezia dal punto di vista della percezione dei ciechi, che mappano la città e ci fanno sentire come la vivono.” Per raggiungere questo fine, Abad ha progettato un’applicazione per dispositivi mobili che ha chiamato col nome di BlindWiki, la quale permette di registrare file sonori che costituiscono la vera e propria mappa di differenti luoghi della città.

Una specie di work in progress, visto che ai più di mille post fino ad ora registrati potranno aggiungersene in futuro altri, come implementazione prodotta dal gruppo originario che ha lavorato al progetto, ma aperto anche ai contributi di chiunque voglia partecipare a un lavoro corale che ha permesso di fornire una mappa inedita e di sicura utilità. Che va ad aggiungersi agli infiniti percorsi, spesso futili, in cui è possibile “perdersi” a Venezia.

foto di Claudio Madricardo

Su “La Venezia che non si vede” abbiamo incontrato Antoni Abad approfittando di una pausa dei suoi impegni di allestimento dell’esposizione. La conversazione si è svolta seduti su una panchina all’ombra degli alberi dei giardini di Via Garibaldi.

Puoi spiegare questo tuo interesse per i ciechi?
È una cosa che viene da lontano, dato che tutti i progetti che ho fatto negli ultimi quindici anni hanno riguardato gruppi a rischio di esclusione. Come i migranti, le prostitute a Madrid, i gitani o gli sfollati in Colombia. In tutti i paesi in cui ho lavorato c’erano questi gruppi che, attraverso i telefoni cellulari, hanno voluto far conoscere alla società chi sono, raccontando il loro quotidiano. Tra questi progetti, ce ne sono stati tre, rispettivamente a Barcellona, Ginevra e Montreal in Canada, dove ho lavorato con disabili motori. Con i cellulari scattavano fotografie geolocalizzate di tutte le barriere architettoniche, costruendo in tempo reale la cartografia della città inaccessibile. Da lì mi sono chiesto cosa sarebbe successo se si fosse fatto questo con le persone cieche. Ed è diventata una sfida che mi ha preso anni per essere attuata, anche perché quando ho iniziato la tecnologia non era ancora disponibile. Nel 2015 ho avuto una borsa dell’Accademia di Spagna, che mi ha consentito di sviluppare la base tecnologica del progetto e ho lavorato con diversi ciechi a Roma, tra cui anche studenti della Sapienza. Il che ha consentito di sviluppare questo dispositivo.

Parli dell’applicazione mobile?
Sì. Con quest’applicazione abbiamo fatto una piccola mappatura audio con post geolocalizzati a Roma. Ripetendo l’esperimento in seguito a Sydney, alla Biennale di Berlino, a Breslavia e ora a Venezia. In ciascuno di questi capitoli del progetto abbiamo potuto implementare l’applicazione sulla base di quanto i partecipanti ci hanno chiesto. E si può dire che la versione che arriva a Venezia è già molto matura.

Tu stai usando una tecnologia. Mi viene spontaneo chiederti quale rapporto intercorra tra la tecnologia e l’arte.
Quello che i partecipanti raccontano nei loro post lo decidono loro. Abbiamo degli incontri settimanali dove hanno la possibilità di discutere, proporre e decidere i temi di cui trattare. Il problema non è descrivere la città o individuare le barriere architettoniche, quanto quello di dimostrare quella che è la percezione di chi non ci vede. A Venezia abbiamo visto che ci sono quattro temi principali.

Quali?
Il primo è relativo all’ambiente sonoro, come le campane, le fontane, i gabbiani, gli uccelli, la musica, il rumore del vaporetto, o i lamenti emessi dai vaporetti attraccati la notte qui in Arsenale. Prodotti dal gioco delle corde di ormeggio con il movimento dei natanti sulle onde del bacino.

Quasi un urlo di dolore, un lamento nella solitudine del buio.
Così l’ha descritto la persona che ha parlato di questo. Poi c’è un aspetto che definirei culturale, e che si riferisce ai molti che sono innamorati della loro città, della sua storia e delle sue leggende, fino anche al suo quotidiano, di com’era e di com’è adesso. Un altro tema sensoriale riguarda gli odori, ovvero come la città, anche sotto questo aspetto, è cambiata molto. Da quella città dove c’era tanto artigianato, dove potevi sentire l’odore del cuoio, o quello dei pescivendoli, che ancora ci sono, naturalmente. Ma meno. Quello che rimane è l’odore della bassa marea, mentre gli altri sono quasi spariti per la trasformazione della città in economia turistica.

E il quarto aspetto?
Quello si riferisce più alla sfera culturale, e riguarda quel molto che Venezia offre come bassorilievo, sotto forma di tutte le cose che si riesce a toccare. Come le vere da pozzo, i bassorilievi nelle chiese. C’è tutta una parte sensoriale che può aiutare i non vedenti a orientarsi in città quando sentono le campane, o quando c’è qualcosa che possono toccare, o annusare un particolare odore, che è pure un racconto poetico. E non solo un racconto tecnico. Anche gli studenti di Architettura e di Ca’ Foscari hanno mappato la città, e alcuni lo fanno assieme ai ciechi partecipanti. E quello che fanno è mappare quello che chiedono i ciechi.

Quali sono i maggiori pericoli che avete rilevato?
Di sicuro barcarizzi e calli morte che finiscono in canale. Un altro pericolo è il Ponte di Calatrava con il suo pavimento di vetro, o i ponti con diverse uscite. In genere le persone che non vedono si muovono nello stesso raggio e quando per una qualche esigenza ne devono uscire, si fanno accompagnare. Ma c’è anche chi si muove da solo, e usando Google Map sa dove si trova, ma non quello che in quel posto c’è. È di sicuro una descrizione pratica, ma che alla fine serve a tutti.

E potrebbe quindi essere usata anche da chi ci vede.
Certo, l’applicazione è fatta anche per loro. E pure tutti noi potremmo installarla e raccontare cosa sarebbe utile per le persone cieche. In questo senso diventa un progetto inclusivo, dove tutti possono partecipare. Con altre parole potrei definirlo micro politica.

Le descrizioni, oltre il compito pratico, suggeriscono apprezzamenti estetici dei luoghi descritti?
Sì, ma dipende da chi le ha fatte. A Berlino, per esempio, le descrizioni erano molto pratiche. Qui, invece, non solo danno informazioni pratiche, ma anche giudizi estetici. In altre parole c’è un’altra maniera di sentire la vita. Ma voglio rispondere alla tua domanda di prima se questa è arte. Tra tutte le definizioni che l’arte ha avuto o che uno ha inventato secondo le differenti epoche, ce n’è una che mi piace molto e che dice che l’arte è qualcosa che ti pone delle domande e ti fa pensare all’utente. E questo progetto va molto in questo senso, perché fa chiedere a te stesso quale è la percezione di uno che non ci vede.

Quante persone sono state coinvolte nel progetto?
Hanno partecipato alla mappatura sessantatre persone, composte da una ventina di non vedenti e ipovedenti, cui si aggiungono gli studenti e i volontari del servizio civile, visto che abbiamo il sostegno di “Città per tutti” del Comune di Venezia.

Quando avete iniziato a mappare?
Il primo febbraio.

E che tipo di futuro vedi per questo progetto?
Il maggior successo che un progetto come questo può avere è che chi ha partecipato lo fa proprio e lo continua. E questo è successo per la maggior parte dei progetti avviati in precedenza con gli altri gruppi. Il progetto poi è online e liberamente utilizzabile. Io non vedo interessante che possa diventare qualcosa di commerciale, perché si perderebbe questa qualità di essere stato fatto per gruppi piccoli di persone che s’incontrano e mostrano agli altri com’è la percezione della città che non si vede. Se diventa una cosa come una guida turistica non sarebbe interessante. Quel che è bello è quest’anima che ha dentro di sé.

Mi spieghi perché il giro in barca a remi?
Nelle precedenti varie tappe di questo progetto, il primo giorno la gente veniva accompagnata in un giro per la strada. Arrivati a Venezia, la geografia della città è a partire dal percorso dell’acqua, e di qui l’uso della barca. Con cui facciamo un tour molto vicino al padiglione a San Pietro di Castello con due guide. La prima guida, Giulia, fa un tour sensoriale, parlando del rumore dell’acqua, del silenzio e degli odori. La seconda, Anna, è una signora di Castello che racconta com’era questa parte di Venezia che gravita sull’Arsenale.

Com’è stato il lavoro con il gruppo?
Ha funzionato, e abbiamo raccolto quasi milleduecento post. Posso dire che ora ho amici qui a livello personale, e penso che si siano create delle relazioni tra i partecipanti. Si è creata una comunità e si è fatto micro politica.

Dopo il tuo lungo soggiorno in città, preferisci qualche zona di Venezia rispetto ad altre?
Mi piace la zona di Castello e la parte di Sant’Elena. Cannaregio alto, e mi è piaciuta molto la Giudecca che prima non conoscevo. Ma questa città non finisce mai, e la mia conoscenza non è esaustiva. Trovi sempre un’altra strada e un altro percorso. Ti perdi, ma sai che alla fine ti ritroverai.

Biennale. Guardare e sentire la Venezia che non si vede ultima modifica: 2017-05-06T16:08:01+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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