Adesso dividiamo la Macedonia?

Nella repubblica che era stata fra le prime a chiedere l'ingresso nella UE le tensioni stanno toccando il punto critico. E il presidente ventila lo "stato di guerra".
scritto da GIUSEPPE ZACCARIA

Com’è successo che nell’arco di appena dieci anni un piccolo Paese prima considerato il pupillo dell’Unione Europea sia sprofondato nel caos? La risposta può essere allo stesso tempo molto complessa o addirittura elementare, poiché se da una parte ripercorrere tutti gli avvenimenti che hanno scosso la Repubblica Senza Nome può far venire il mal di testa, dall’altra la spiegazione è chiara: un decennio di false promesse, di puntate sui cavalli sbagliati e di distrazione ha fatto precipitare la situazione fino al punto di non ritorno.

Qui si parla della Macedonia, che assieme alla Slovenia era stata la prima repubblica ex jugoslava a presentare la propria candidatura a Bruxelles e veniva considerata dagli eurocrati il pupillo più promettente: era uscita dalla Federazione jugoslava senza guerre, sembrava abbastanza democratica,zoppicava un po’ ma mostrava grande voglia di entrare nel salotto buono. Poi però da allora è successo che il nuovo Paese non ha potuto trovare neanche una denominazione, e oggi a Skopje si sentono riecheggiare parole come “bipartizione”,”emergenza” o addirittura “stato di guerra”.

Partiamo dalla faccenda del nome: da quando la Grecia bloccò il processo di integrazione europea affermando che Macedonia è denominazione della sua regione settentrionale, il Paese con capitale Skopje internazionalmente si definisce FYROM, ovvero Former Yugoslav Republic of Macedonia. Da allora una serie di inviati speciali hanno cercato di risolvere la controversia ma il massimo sforzo partorito dai loro cervelli è stato quello di proporre denominazioni come “Repubblica di Skopje”, “Repubblica del Vardar” o “Macedonia del Nord”, bocciate alternativamente da entrambe le parti. E dunque si è bloccato tutto.

Bene, anzi malissimo, poiché a partire da allora la Fyrom-Macedonia è diventata teatro di ogni sorta di nefandezze. La repubblica è composta per il 62 per cento di macedoni ortodossi e per il 25 di albanesi musulmani, e questi ultimi una quindicina di anni fa cominciarono a costruire una sorta di territorio franco nella regione montagnosa a nord-est, intorno alla cosiddetta “libera università di Tetovo”. Poi si sa come vanno queste cose: dalla libera università si passa al libero territorio, poi alle smanie di indipendenza, quindi alla guerriglia fino ad arrivare ad oggi, quando si parla apertamente di secessione.

Zoran Zaev

La storia politica macedone dell’ultimo decennio è un compendio di gestione selvaggia del potere, ma per non dilungarsi troppo basterà dire che al vecchio e corrotto partito socialdemocratico SDSM è subentrato alcuni anni fa il VMRO-DPMNE – da queste parti non sanno cos’è la sintesi – guidato da un tecnocrate che ben presto si è tramutato in populista. Oggi i due gruppi hanno come leader Zoran Zaev e Nicola Gruevski, e davvero difficile sarebbe dire chi ha fatto le cose peggiori.

A questo punto, però, interviene l’Unione Europea, che come un Arcangelo cala su quelle montagne e dice: “Basta polemiche e scontri: adesso ci penso io”. Dunque, convoca elezioni rinviate per due volte, qualche mese fa prende atto della vittoria di Gruevski e a quel punto pensa che le cose siano sistemate.

Neanche per idea: Gruevski non riesce a formare un governo per l’opposizione dei socialisti. A questo punto la palla passa a Zaev che, con l’appoggio di alcuni partitini albanesi, ce l’avrebbe anche fatta, però il presidente della Repubblica, George Ivanov, si rifiuta di affidargli l’incarico. Costituzione violata? Forse sì, ma Ivanov ribatte:”Come posso affidare il governo a chi si propone di dividere la Macedonia? Basta leggere la piattaforma di Tirana”. Lo scontro non è più politico ma identitario, e rischia di diventare etnico.

Nicola Gruevski

Rieccoci allora agli albanesi e al loro sogno secolare di vivere uniti: la cosidetta “piattaforma” è stata partorita lo scorso inverno a Tirana, dove il premier Edi Rama dice di aver solo “aiutato gli albanesi di Macedonia”. Ma da chiunque sia stato concepito il documento, questo dice cose agghiaccianti. Gli albanesi macedoni vogliono che la loro lingua diventi secondo idioma ufficiale del Paese, chiedono “frontiere integrate con Albania e Kosovo”, insomma preparano una secessione. E nel frattempo Dana Rohrabacher, membro repubblicano del Congresso Usa, dice senza mezzi termini: “La Macedonia non è un Paese, io propongo una bipartizione e sono convinto che il presidente Trump mi ascolterà”.

Le reazioni a tutto questo si sono attestate a un livello che si colloca subito sopra la rissa generalizzata e appena un passo sotto la guerra civile. Dinanzi al Parlamento nazionalisti macedoni hanno preso a sassate Zaev, il presidente della Repubblica ha detto che potrebbe anche dichiarare lo “stato di guerra”, il partito di Gruevski accusa la NATO di complottare per dividere la repubblica e lancia una campagna di “desorosizzazione” delle istituzioni (ad orchestrare il tutto sarebbero le organizzazioni del finanziere George Soros). La parte opposta, manco a dirlo, se la prende con la Russia, che non si sa perchè ma quando si parla di complotti ci sta sempre bene, e Mosca ribatte parlando di “piano di destabilizzazione dell’Alleanza Atlantica”.

Insomma, gli ingredienti per un’altra, sanguinolenta esplosione di violenza ci sono tutti, e oramai anche i Paesi confinanti sono in stato di allerta.

Dietro tutto questo, come sempre oltreoceano riaffiora l’idea di “alleanze regionali” che però fra le genti balcaniche non fanno che risvegliare antichi fantasmi, un tempo materializzatisi nell’idea di “Grande Serbia”, poi in quella di una Croazia allargata all’Erzegovina e adesso nella “Grande Albania”. Anche se, quando si coltivano idee di grandezza, ormai dovremmo sapere tutti come va a finire.

Adesso dividiamo la Macedonia? ultima modifica: 2017-05-10T21:28:03+02:00 da GIUSEPPE ZACCARIA

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