L’illegittima difesa del Senato

È in corso un gioco delle tre carte con le leggi sulla legittima difesa, lo “ius soli” e il reato di tortura. Un esempio di “mediazione per la mediazione”, pericoloso effetto collaterale del bicameralismo perfetto.
scritto da GIOVANNI INNAMORATI
Condividi
PDF

Meno male che c’è il Senato” ha detto il presidente Pietro Grasso venerdì 5 maggio, togliendosi non un sassolino, bensì un intero vialetto di brecciolino dalla scarpa. Che cosa era accaduto? Il giorno precedente, la Camera dei Deputati aveva approvato con i voti della sola maggioranza di governo (tranne Mdp) la legge che riforma la legittima difesa, e la sera stessa Matteo Renzi, neo segretario del Pd, aveva criticato il testo preannunciando che il proprio partito avrebbe fatto modificare la legge in Senato in seconda lettura.

Grasso, qualcuno se lo ricorderà, nella primavera del 2014, quando il Governo Renzi presentò il ddl di riforma costituzionale, si era battuto per mantenere il Senato elettivo, con maggiori poteri legislativi, ma aveva perso. Ora le parti si invertono, ed è Renzi, con la cenere sul capo, a invocare l’intervento del Senato per aggiustare una legge fatta male dalla Camera. “Meno male – è il sottointeso delle parole di Grasso – che la Riforma sia stata bocciata” dai cittadini. E il concetto è stato esplicitamente affermato, specie sui social, da molti avversari della riforma e sostenitori del bicameralismo.

Dunque il “pasticcio” della legge sulla legittima difesa viene risolto grazie al bicameralismo? Lo sguardo superficiale indurrebbe a dire di sì, ma l’analisi attenta obbliga a dire esattamente il contrario: il bicameralismo perfetto è la causa del “pasticcio”. Non entro nel merito della legge ma voglio spiegare perché l’assetto istituzionale porta a queste incongruenze.

Come si può intuire, il primo elemento che può portare a testi legislativi mal scritti è la necessità di mediare tra posizioni di partiti che hanno idee diverse sull’argomento. E all’interno dell’attuale maggioranza di governo questa realtà è presente da inizio legislatura. Ma il problema si accentua se, quando inizia la mediazione alla Camera, occorre tenere conto anche dei rapporti di forza al Senato. Faccio un esempio di attualità per far comprendere in modo chiaro il meccanismo.

La Commissione Affari Costituzionali della Camera sta esaminando la legge elettorale, e in quella sede i partiti a favore del Mattarellum sarebbero la maggioranza: il Pd ha 21 voti, la Lega 3, Ala 1 e altrettanto la Svp: 26 voti su 48, a fronte di nessun’altra proposta di legge in campo che abbia un maggior numero di voti. Il Mattarellum passerebbe anche in Aula, grazie ai 282 voti del Pd, i 19 della Lega, gli 11 di Direzione Italia (il partito di Raffaele Fitto), i 15 di Ala-Sc, i 6 delle minoranze linguistiche, più altri singoli deputati di altri gruppi. E allora perché non si procede? Come ha osservato il relatore e presidente della Commissione, Andrea Mazziotti, in Senato il testo si arenerebbe. A Palazzo Madama i rapporti di forza sono diversi.

Già questa è un’alterazione del bicameralismo perfetto così come dovrebbe essere in punta di diritto e com’è fotografato dall’articolo 71 della Costituzione: ognuna delle due Camere dovrebbe essere libera di deliberare in base alla propria maggioranza, al proprio dibattito politico e parlamentare. Il realismo impone una logica diversa per evitare una perdita di tempo, o peggio, una impasse. Di qui la necessità di aprire un’ulteriore mediazione alla Camera per trovare una soluzione che abbia i numeri non solo a Montecitorio ma anche a Palazzo Madama.

Mediazioni, quindi, ancora più complesse e sofferte. Lo si è visto anche con la riforma Costituzionale bocciata dal referendum, allorquando ci furono cambi di posizione da parte di partiti o correnti di partito a seconda del frangente politico. Come si ricorderà, senza che il testo mutasse prima la Lega e poi Fi cambiarono idea, e poi anche la minoranza bersaniana del Pd, che impose un’ulteriore modifica nel settembre 2015 in Senato, dopo che aveva votato la legge alla Camera.

Nel caso delle leggi che entrano in Commissione Giustizia del Senato, questo discorso vale ancora di più perché sui temi della giustizia le distanze tra Pd e Ap sono assai ampie. Si ricorderà come la riforma del processo penale rimase in Commissione Giustizia di Palazzo Madama oltre un anno e mezzo. La mediazione è imposta anche dalla struttura numerica del Senato che ha la metà dei parlamentari (315) rispetto alla Camera (630), quindi con margini di maggioranza più esigui.

Nelle quattordici commissioni permanenti, la maggioranza di governo ha solo un voto in più, e quindi basta la divergenza di un solo senatore perché il percorso legislativo diventi impervio. Proprio l’esiguità dei numeri della Camera Alta induce potentemente in tentazione i singoli senatori, che hanno un potere di ricatto enorme. Si può dire “no” su una legge per ottenere il “sì” della maggioranza su un’altra.

Questo ci porta a un altro aspetto della “mediazione per la mediazione”, accentuata dal bicameralismo: la mediazione inter-legislativa tra partiti. Non ci si confronta su una sola legge, bensì su due leggi contemporaneamente o anche su tre. Ed è quello che sta accadendo anche per la legge sulla legittima difesa. Il Pd doveva cedere su alcuni punti, così da ottenere il via libera da parte di Ap, e magari anche di Fi, alla legge sulla tortura (la Camera l’ha approvata il 16 aprile 2015 e da allora è in Senato) e a quella sulla cittadinanza (lo “ius soli”), bloccata in Senato in Commissione Affari costituzionali dall’ottobre 2015 e sulla quale da alcune settimane Ap ha alzato le barricate. Anche questa legge alla Camera era stata votata da Ap, ma essendo cambiate le condizioni politiche generali ora il Partito di Angelino Alfano tira la corda.

Si sa che la mediazione è l’anima della politica, ma non occorre essere uno scienziato della politica per capire che quando la mediazione diventa lo strumento per un partito per aumentare il proprio potere contrattuale all’interno della coalizione, indipendentemente dai contenuti, è la fine della politica. E il bicameralismo perfetto, per di più con un Senato dai numeri ristretti, raddoppia le occasioni della “mediazione per la mediazione”.

Insomma la battuta di Grasso è stata infelice, come qualsiasi battuta riguardante una tragedia. E l’assetto istituzionale del nostro Paese rimasto immutato dopo il 4 dicembre, è una tragedia.

A rendere quasi grottesca questa inversione delle parti ci ha pensato Roberto Speranza, leader di Mdp, che con gli altri bersaniani ha fatto campagna per il “no” al referendum costituzionale, così da mantenere il bicameralismo perfetto: il 20 aprile, commentando l’approvazione della legge sul testamento biologico alla Camera, ha ingiunto agli inquilini di Palazzo Madama: “il Senato approvi la legge al più presto così com’è, nel testo della Camera”. Il monocameralismo della volontà. La sua.

Ma non è solo la storia a vendicarsi: anche la cronaca ha la sua “nemesi”. Dopo pochi giorni dall’esultanza per la mancata abrogazione del Senato, lo stesso presidente Pietro Grasso, l’8 maggio, si è sentito in dovere di sollecitare i propri senatori a votare il ddl sulla tortura, reato che in Italia ancora non è stato introdotto dopo trentatré anni dalla Convenzione dell’Onu che ha definito tale reato. Uno spazientito Grasso ha fatto sentire la sua voce perché in Aula è in corso una mediazione dal 14 luglio scorso, sul testo licenziato dalla Camera. Ma le sue parole sono cadute nel vuoto: il giorno dopo, il 9 maggio, il testo è scomparso dal calendario dell’Aula, per tentare una nuova mediazione tra Pd, Ap e Mdp in parallelo a quella sulla legittima difesa, che Mdp ha annunciato di non voler votare, chiedendo invece di portare in aula la legge sullo “ius soli”. Buona fortuna Presidente Grasso.

L’illegittima difesa del Senato ultima modifica: 2017-05-12T17:04:37+02:00 da GIOVANNI INNAMORATI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

1 commento

Avatar
Stefano Rizzo 15 Maggio 2017 a 23:40

Eccellente articolo. Purtroppo è andata così.

Reply

Lascia un commento