Donna Franca Florio, il ritratto della belle époque

Nessun museo è sceso in lizza, fallita la raccolta popolare per racimolare una cifra consistente. Né lo Stato ha esercitato il diritto di prelazione. Così il più famoso dipinto di Giovanni Boldini è stato venduto all’asta per un milione e 133mila euro.
di GIORGIO FRASCA POLARA 18 maggio 2017

Alla fine qualcuno se l’è portato via: parlo del ritratto di Donna Franca Florio – il più famoso dipinto di Giovanni Boldini, un must della Palermo “felicissima” della belle époque del primo ‘900 – che è stato appena venduto all’asta per la incredibile cifra di un milione e 133mila euro.

Chi se l’è comperato? Mistero: nella gara erano rimasti due contendenti (uno straniero e un italiano, riserbo dalla casa d’aste Bonino sulla loro identità e sul più ricco tra i due), ed ha vinto chi ha fatto un rilancio del 51 per cento sulla base d’asta che, dopo una prima seduta andata deserta, era scesa dal milione a 750mila. Con una premessa all’acquisto da parte di un privato che è sorprendente: nessun museo era sceso in lizza, fallita la raccolta popolare (sostenuta da Vittorio Sgarbi) per racimolare una cifra consistente. Né lo Stato aveva esercitato il diritto di prelazione e persino la Sovrintendenza siciliana non si era fatta cura di vincolare almeno, come poteva e doveva, il dipinto alla villa dei fasti mondani dei Florio. Il quadro comunque non potrà uscire dall’Italia: lo proteggono le disposizioni sulle opere di valore. Campa cavallo, come dimostrato centinaia di casi euro-americani.

La marchesa Costanza Afan de Rivera Costaguti, nipote di Donna Franca, su un’auto della Targa Florio

“Dispiaciuta e demoralizzata” si dice la nipote di Franca Florio, Costanza Afan de Rivera:

Nessuno ha mosso un dito. Con tutta evidenza Palermo non merita questo dipinto. Nessuno ha fatto un gesto concreto per proteggerlo. Quindi se qualcuno se lo porta via chissà dove, peggio per chi non ha fatto nulla. E se invece restasse a Palermo ma non in mostra, sarà come non averlo. Conclusione, la città ha perso un pezzo della sua storia e della storia dei Florio; ed ha perso soprattutto un pezzo della sua anima e della sua anima. Già, e pensare che l’anno prossimo Palermo sarà Capitale della Cultura!

E allora tocca a noi spiegare non solo la storia del quadro, ma come si è arrivati alla fine materiale di un’epoca. Cominciamo da qui. Cioè dal fallimento di un ex palazzinaro romano, Francesco Bellavista Caltagirone (altro ramo rispetto a quello del proprietario del Messaggero).

Un salone di Villa Igiea a Palermo. L’hotel fu progettato nel 1908 dall’architetto Ernesto Basile, uno dei maggiori esponenti del liberty

In realtà il fallimento è stato del suo Gruppo Acqua Marcia che, tra cento altre cose, possedeva tutti e sei i più fantastici alberghi cinquestelle della Sicilia. A Palermo sono tre: non solo Villa Igiea (un gioiello liberty di Ernesto Basile, un tempo proprietà del grande industriale Ignazio Florio, marito di donna Franca), ma anche il Grand Hotel des Palmes (dove sono state scritte tante pagine di storia: Wagner vi scrisse l’ultimo atto del Parsifal, il poeta Raymond Russel vi si suicidò, i capimafia dell’Isola vi tenevano i loro vertici insieme ai boss americani), e l’Hotel Excelsior-Hilton. A Catania svendita dell’Excelsior Grand Hotel; a Siracusa dell’Hotel des étrangers; e infine a Taormina del fantastico ex monastero trasformato nel San Domenico Palace Hotel, quello che ospiterà tra pochi giorni i grandi del G7.

Donna Franca Jacona della Motta dei baroni di San Giuliano, dipinta da Giovanni Boldini nel 1924. Olio su tela 221×119,4 cm

Questo po’ po’ di preziosi immobili era stato venduto all’asta, per la (relativamente) modica cifra di 18 milioni già più di un anno addietro: sparpagliato tra acquirenti italiani e fameliche multinazionali. Restava da vendere, sempre all’asta, un altro prezioso patrimonio: gli arredi, soprattutto di Villa Igiea e, tra i patrimoni del lussuoso albergo dell’Acquasanta, anche e soprattutto il quadro in cui Boldini aveva immortalato Donna Franca, pardon all’anagrafe Franca Jacona della Motta dei baroni di San Giuliano, andata sposa a Ignazio Florio, un nome che richiama celebri tonnare, altrettanto noti vini tra cui un Marsala che faceva concorrenza ai più pregiati Sherry spagnoli, navi, ville, palazzi e persino una gara automobilistica sulle Madonie, insomma un impero economico-finanziario che crollò tra la prima e la seconda guerra mondiale.

Franca Florio nel ritratto di Ettore De Maria Bergler, amico personale dei Florio, nonché autore dei celebri dipinti di Villa Igiea

Era, Franca Florio, una donna il cui fascino – si favoleggiava – andava oltre la grande bellezza fisica: assai acculturata, amica dell’élite artistica e culturale europea, amata dal Kaiser e adorata da D’Annunzio. Ecco allora Ignazio Florio commissionare a Giovanni Boldini, un grande artista dell’epoca, il ritratto della moglie. (A Roma, giusto in queste settimane, c’è una esposizione delle sue opere, compreso il ritratto di Franca Florio che campeggia nel placard sui muri della capitale.)

Fattura travagliata, questo ritratto. Il marito era gelosissimo, e per questo del dipinto esistono tre versioni sovrapposte come hanno accertato i periti e come rivela indiscutibilmente una foto della seconda versione, quella intermedia, fatta dallo stesso Boldini tra il 1908 e il 1912. Là la gonna déco arrivava poco sotto il ginocchio. Nella versione definitiva la gonna scende sin quasi alle caviglie. Di più: Boldini aveva accentuato i tratti seducenti di donna Franca creandole una spallina assai cadente, sino a intravvedere la rotondità del seno destro. Anche qui, nella versione definitiva la spallina è risalita.

Donna Franca a una gara automobilistica della Targa Florio

Il quadro viene abbozzato a Palermo nel 1901, corretto e ricorretto in un paio d’anni, esposto alla Biennale di Venezia nel 1903. Poi Boldini se lo riprende, ne muta anche parte dell’abito, fa propri i “suggerimenti” pudibondi di Ignazio Florio, e infine è posto sul mercato quando le fortune del marito di donna Franca cominciano a vacillare. Ne approfitta il capostipite dei Rothschild, una delle famiglie più potenti del mondo di allora e di (quasi) sempre. Più tardi, in un sussulto di ripresa economica dei Florio, il quadro torna non solo in famiglia ma sulla parete d’onore del salone principale di Villa Igiea dov’è restato per decenni anche sotto la proprietà della società Acqua Marcia: un atto di civiltà e di intelligenza della storia da parte di Caltagirone.

Quel rispetto che non hanno avuto lo Stato, la Regione (dilapidatrice non solo di tanti quattrini ma anche di un’autonomia oramai dannosa), la Sovrintendenza, il Comune di Palermo. Povero Boldini, povero dipinto, povera Palermo che deve quel “felicissima” non ai vicerè di ieri e di oggi ma agli arabi che prima del Mille e per lungo tempo ne avevan fatto un esempio di civiltà, di tolleranza, di crescita economica, culturale e urbanistica.

 

Donna Franca Florio, il ritratto della belle époque ultima modifica: 2017-05-18T16:22:20+00:00 da GIORGIO FRASCA POLARA

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