La terra patrimonio comune

Una mostra e un convegno per ricordare il fenomeno dell’occupazione delle terre e la nascita delle cooperative agricole sociali. Perché anche oggi rimane fondamentale il ruolo economico, sociale e civile dell’agricoltura.
scritto da MARCO MILINI

Lunedì 15 maggio a Roma, nella sala della Protomoteca del Campidoglio, si è tenuto il convegno La terra come patrimonio comune. Quarant’anni di impegno dall’occupazione delle terre alla creazione delle Cooperative Agricole e Sociali. L’iniziativa voleva sviluppare e approfondire le tematiche raccontate nella mostra omonima ospitata al Museo di Roma in Trastevere fino al 4 giugno, e che comprende documenti, filmati e fotografie.

Molti gli interventi, a cominciare da quello di Matteo Amati, curatore della mostra e organizzatore del convegno, che si sono susseguiti nella sala affollata per cercare di raccontare e spiegare un fenomeno, quello dell’occupazione delle terre, che ha avuto un ruolo importante, spesso non adeguatamente riconosciuto, nella storia economica e sociale del nostro paese. Un fenomeno che tocca il nostro presente, perché molte delle cooperative nate in quegli anni sono ancora attive, e di nuove ne possono nascere. Perché le cooperative sociali hanno un valore economico, culturale, sociale e civile da prendere in considerazione.

Ma quando tutto è cominciato? La mostra si concentra a partire dagli anni ’70, ma l’occupazione delle terre è iniziata prima, nel dopoguerra. Negli anni ’40, l’occupazione fu sostenuta dallo stato allo scopo elementare di dare di che vivere a una popolazione povera e affamata. Non solo: dare la terra ai braccianti e ai contadini significò combattere il latifondo e la mafia, soprattutto nel sud, e in particolar modo in Sicilia. Come ha fatto notare Emanuele Macaluso, l’occupazione delle terre e la nascita delle prime cooperative significò il superamento di un sistema ancora semifeudale, e porre le basi per il miracolo economico.

Negli anni ’70 fu diverso. Anche se in maggioranza si occuparono terreni pubblici, le occupazioni non furono decise dallo Stato. Le cooperative si formarono per iniziativa autonoma, costituite in maggioranza da giovani disoccupati, che recuperarono terreni incolti e mal coltivati. Fu un fenomeno di grande rilevanza, inserito nella cornice di quegli anni di grandi cambiamenti economici e culturali, di grande passione e lotta politica, di battaglie per i diritti civili, d’immaginazione al potere. Roma fu grande protagonista, con il suo territorio agricolo sotto attacco della speculazione edilizia.

Come ha ricordato Vezio de Lucia, il decennio a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 fu per Roma la stagione più bella, quella di sindaci come Argan e Petroselli, dell’impegno di Cederna per salvare l’agro romano e consegnare a noi, oggi, come esito di quelle battaglie, il parco dell’Appia Antica, il più bel paesaggio romano. E lo stesso Cederna sosteneva, dalle pagine del Corriere, il movimento d’occupazione, visto come argine alla speculazione, come opera di cultura. Per De Lucia è questo clima che va oggi recuperato, anzi ricostruito, per porre mano ai problemi del territorio italiano che vede ampie zone, come quelle interne dell’Appennino, prossime al collasso.

Furono migliaia le cooperative che si formarono negli anni ’70. Rispondevano al richiamo di ideali utopici combinati all’esigenza stringente della disoccupazione; furono la ricerca di nuove forme di vita sociale e lavorativa. Protagonisti, i giovani. Il fenomeno riguardò tutta la penisola ma in particolare il sud, dove però le cooperative furono spesso effimere. Per Luigi Sansò, al tempo presidente della Lega Nazionale Cooperative agricole dei Giovani, non vi fu il giusto sostegno economico e tecnico da parte delle istituzioni. E in generale, il movimento venne sottovalutato.

Non tutti colsero il fatto che, con quel movimento, la contestazione era trasformata in fatto positivo e costruttivo; i giovani volevano sperimentare nuovi modi di produrre e rapportarsi col mercato. Ma i due mondi, i giovani e il governo, salvo rare eccezioni, come Sandro Pertini, non si capivano. E anche se vi furono interventi legislativi essi non furono sufficienti, e si scontò un insufficiente uso delle risorse unito al cattivo funzionamento della pubblica amministrazione. Eppure, nonostante le difficoltà, molte cooperative sono sopravvissute fino ad oggi, e molte sono cresciute.

Sandro Pertini incontra una delegazione di cooperative agricole giovanili

Oggi l’agricoltura italiana è molto cambiata dagli anni ’70. Gli occupati, ufficialmente, sono circa ottocentomila, ma se si considera il lavoro nero sono molti di più. Per fare solo alcuni esempi, l’agricoltura italiana è tra le prime d’Europa, è prima per il biologico, è comparto trainante dell’economia. In Sicilia, se c’è un settore che resiste dopo la crisi del 2009, è quello agricolo. In questo panorama, le cooperative continuano a giocare un ruolo fondamentale, sono un’entità economica forte.

E sono molto cambiate negli anni. In molti casi, si è passati dal cavallo al drone. Ci sono cooperative che praticano l’agricoltura di precisione, ad altissimo contenuto tecnologico. Si compete in un mondo globalizzato, si vende e si opera sui mercati internazionali. Fa notare Giovanni Luppi, dell’Associazione Nazionale Lega Cooperative, che oggi l’associazione sta cercando di unire le cooperative, per renderle più forti; ma è l’intero comparto agroalimentare italiano, un boccone appetibile per la finanza internazionale, che ha bisogno di essere unito.

Prima aratura dopo l’occupazione delle terre

Purtroppo, come sottolinea Ivana Galli, segretaria generale FLAI CGIL, in Italia c’è un’idea predatoria dell’agricoltura. La politica sembra disinteressarsene, e c’è la tendenza a gestire malamente le risorse. A volte si preferisce sostenere la sagra del fungo porcino piuttosto che le cooperative di giovani, che di risorse ne avrebbero bisogno. Ci sono ancora molte, molte terre incolte in Italia, e la disoccupazione giovanile è tra le più alte d’Europa. L’agricoltura può essere occasione di riscatto sociale ed economico, soprattutto al sud, dove invece esperienze importanti rischiano di essere abbandonate a se stesse.

La metà dei beni confiscati alle mafie sono terreni. Una delle cooperative sociali nate su questi terreni, in Calabria, è “La valle del Marro-Libera Terra”. Una storia di impegno e tenacia, a dispetto dei tentativi intimidatori e i sabotaggi scontati negli anni. I terreni confiscati alle mafie fino a pochi anni fa sembravano intoccabili, prima che questi giovani si impegnassero a coltivarli, spesso rischiando la vita. Come ha detto Emanuele Macaluso, oggi rispetto al passato ci sono di sicuro molti meno occupati in agricoltura, ma il suo ruolo economico, sociale e civile resta fondamentale.

Memoriale di Portella della Ginestra

E vale per la lotta alle mafie come per il reinserimento di persone in difficoltà, un aspetto presente fin dalle prime esperienze cooperative degli anni ’70. A ricordarlo, l’intervento di Don Franco Monterubbianesi, che ha lanciato il Forum nazionale per l’agricoltura sociale. Perché le cooperative sociali possono essere cuori pulsanti del progresso sociale, ponti tra disabilità e normalità. Occasioni per i disabili di assumere un’autonomia che altrimenti gli sarebbe negata. E possono essere anche occasioni di impiego per i giovani, legate sia all’assistenza, sia alla produzione.

Una di queste cooperative, la Garibaldi di Roma, che si occupa dell’inclusione lavorativa di giovani con disturbi autistici, ha un progetto di collaborazione con istituti agrari. Gli studenti erano presenti al convegno. Uno di loro è intervenuto, in maniera tanto breve quanto chiara, ponendo delle domande: cosa sono in grado di fare le istituzioni per aiutare i futuri periti agrari, i futuri imprenditori agrari, le cooperative sociali?

Una bella domanda. Se lo chiedono anche i ragazzi della cooperativa Coraggio di Roma. La loro esperienza è simile a quella delle cooperative degli anni ’70, solo che non hanno occupato ma hanno concordato con le istituzioni la gestione della terra pubblica che lavorano. Ma non hanno ricevuto molto di più della terra: se la loro esperienza prosegue, diventando esempio degno di riconoscimenti anche fuori dall’Italia, è perché lavorano gratis, da due anni.

E qui sta il problema. È l’incapacità delle istituzioni a sostenere queste iniziative. È il fatto che questa agricoltura sembra non trovare posto nell’agenda della politica. Eppure, per usare le stesse parole di Antonio Napoli della cooperativa Valle del Marro-Libera Terra, che ha concluso il suo intervento citando Cicerone:

Di tutte le attività dalle quali si ricava qualcosa, niente è migliore, niente più fecondo, niente più dolce, niente più degno dell’uomo libero dell’agricoltura.

Le foto pubblicate fanno parte della mostra “La terra come patrimonio comune – 40 anni d’impegno 1977/2017” ospitata dal Museo di Roma in Trastevere fino al 4 giugno.

La terra patrimonio comune ultima modifica: 2017-05-20T11:43:55+00:00 da MARCO MILINI

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