Turista sarà lei!

Viaggio nell'età del capitalismo turistico e manuale d'uso contro l'imbecillità di non vedere oltre il giardino. Un saggio di Marco d'Eramo, "Il selfie del mondo. Indagine sull'età del turismo", in libreria per i tipi di Feltrinelli
scritto da ROBERTO ELLERO

Si fa presto a dire turismo. Magari con la sufficienza solitamente riservata alle frivolezze del tempo libero (non necessariamente “liberato”) e delle vacanze. Per chiederne di più dove manca e di meno dove ce n’è troppo (Venezia docet). Quasi sempre, ora che tutti viaggiano, snobisticamente, per lamentarne la massificazione. E dunque ricordando con nostalgia – gran brutta bestia, fa sempre strani scherzi – com’era bello quando a muoversi erano soltanto i veri “viaggiatori”, altro che i poveracci dell’odierno mordi-e-fuggi. E poi, si sa, il turista è sempre un altro, anzi l’Altro: mica siamo turisti noi quando andiamo in giro per il mondo…  Direbbe Totò: “E si ricordi che io viaggio, sono un viaggiatore, turista sarà lei!”

Ci sarebbe da scherzare a lungo se il tema del turismo non fosse maledettamente serio. Come ben ci spiega il giornalista e saggista Marco d’Eramo, studi di sociologia a Parigi con Pierre Bourdieu e tante inchieste “sul campo” all’attivo, nel suo Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo, in libreria per i tipi di Feltrinelli.

Il fatto è che il turismo – tentacolare e globale, variegato nelle sue mille tipologie, tendenzialmente onnivoro dove c’è da spolpare bellezze paesaggistiche e monumentali, storia e tradizioni, magari opportunamente “reinventate” per l’occasione: divertentissimo l’esempio del kilt scozzese – è ormai un’industria, forse l’industria più importante del secolo nuovo, ben capace di muovere soldi e persone come mai prima, modificando così in maniera determinante l’esistente architettonico, urbanistico e soprattutto sociale. E naturalmente è un’industria che non nasce oggi, frutto di processi secolari che l’autore ricostruisce  nei tempi della modernità appoggiandosi ai punti di vista di coloro che se ne sono fatti interpreti e critici (da Francis Bacon a Guy Debord, passando per Gobineau, Samuel Jackson, Mark Twain, Karl Marx, Walter Benjamin, lo stesso Bourdieu e tanti altri), badando naturalmente a scavare – cara vecchia talpa! –  ben oltre la superficie dei fenomeni (la sovrastruttura, ricordate?) per andare al cuore del problema. “Il turismo – scrive – appartiene a quella categoria di fenomeni sociali, come lo sport o la pubblicità, che sono onnipresenti, familiari, ma sempre e comunque indigeriti, inelaborati. È perfino più importante, tanto che la nostra epoca può essere seriamente definita ‘l’età del turismo’.”

Figli del Novecento e nipoti di quell’altro grande secolo di trasformazioni che fu l’Ottocento, quando parliamo di industria pensiamo alle fabbriche, alla manifattura, ciminiere e operai, tutto ciò che in buona parte oggi è già “archeologia industriale”, meta a sua volta di itinerari turistici, magari soltanto di nicchia. E avendo creduto alle favolette del terziario avanzato, della produzione immateriale, del salvifico digitale – tutte cose vere, peraltro, ma anch’esse da metabolizzare criticamente – mai avremmo pensato che persino quest’altra industria, il turismo, potesse diventare “pesante”, di una pesantezza magari differente da quella manifatturiera, ma tutt’altro che snella. Tutt’altro che smart, per dirla con lo slang dell’idiozia globalizzata.

Prendiamo la ristorazione nelle città d’arte, altro grande indotto del turismo, le loro cucine in particolare, dove sgobbano (da noi) per dieci e passa ore al giorno bangla e magrebini, spesso – c’è da credere, vorremmo tanto sbagliarci – senza diritti, contratti, tutele e magari permessi di soggiorno. A Las Vegas sono preferibilmente messicani, quelli che Trump vorrebbe prendere a calci. Non saranno, quelle cucine, le miniere di Germinal ma mica si va troppo distanti. Nuovi operai, senza classe (ancora), e nemmeno sindacato (per ora). But never say never again: proprio a Las Vegas, ci informa D’Eramo, ha visto la luce la Culinary Workers Union, un sindacato con 55.000 iscritti capace di piegare il padronato con il più lungo sciopero della storia americana: sei anni, quattro mesi e undici giorni. Con vittoria finale.

Intendiamoci: non è che l’età del turismo corrisponda al peggiore dei mondi possibili. Tutto è relativo al suo tempo. E viaggiare resta un’attività meritoria, che personalmente consideriamo di fondamentale importanza, ben capace di farci spalancare gli occhi, aprendo – se non è troppa retorica – cuori e menti. Figuriamoci dunque se stiamo qui a sostenere il romitaggio anticapitalistico. Si tratta piuttosto di capirne bene la traiettoria, la portata, forma e sostanza. Per non farsi travolgere, come sta accadendo a Venezia. E se quella traiettoria è ben iscritta nella storia e nell’evoluzione dell’Occidente capitalistico,ormai tracimato anche ad est, adottare le opportune contromisure.

D’Eramo cita i casi di Detroit e Chicago, l’una interamente dipendente dalla General Motors, che poi chiuse e se ne andò, oggi “abominio di desolazione” e l’altra, cresciuta su attività differenziate, oggi ancora fiorente. “Ogni città – ammonisce l’autore – che dipende da una sola industria (che sia turismo, finanza, automobile, moda) è destinata a morire presto”. E a Venezia, com’è noto, quasi ci siamo, grazie ai correttivi “strutturali” mancati. Ieri e ancor più oggi. Altro che tornelli e contapersone, forse digitali e forse col pallottoliere: diversificare, diversificare, diversificare… E intanto leggere il bel libro di Marco d’Eramo, che di suo è già un antidoto, quantomeno all’imbecillità di non vedere oltre il giardino.

Turista sarà lei! ultima modifica: 2017-05-22T17:25:37+00:00 da ROBERTO ELLERO

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1 commento

carlo 24 maggio 2017 a 8:02

Certo che imparare a scrivere un italiano più chiaro senza tante proposizioni subordinate, incisi e digressioni aiuterebbe la lettura e la comprensione di qualsiasi pezzo al lettore. La voglia di apparire educati ed acculturati finisce col costruire una lingua che nella realtà non esiste come insegnano i capi redattori ai giovani alle prime armi. Soggetto, verbo e complemento è la prima regola del buon scrivere. Se poi ci si vuol rivolgere agli ottimati … beh, forse è meglio rimettersi a scrivere la tesina di laurea che letta oggi fa veramente ridere!

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