57. Biennale di Venezia. I trans-padiglioni di Christine Macel

scritto da ELSA DEZUANNI

Nella 57 Biennale d’Arte di Venezia, aperta fino al 26 novembre, come di consueto è preminente la mostra internazionale ideata dal direttore artistico, che quest’anno è Christine Macel, curatore capo del Centre Pompidou di Parigi. Con il proposito che questa edizione sia “con gli artisti, degli artisti e per gli artisti”, ne ha invitati centoventi, centotre dei quali in laguna per la prima volta, provenienti da cinquantuno paesi. Con le loro opere formano un continuum dai Giardini all’Arsenale, in un’inedita successione di nove Trans-padiglioni tematici (“trans” nel senso di transnazionali, con una consistente presenza dall’estremo Oriente). Cinquantadue i lavori realizzati in esclusiva sotto il titolo VIVA ARTE VIVA: un’esclamazione programmatica che si accompagna a uno svolgimento didascalico nel guidare il visitatore nella ricerca dell’io/artista.

Degli ottantasette padiglioni nazionali, compresi quelli sparsi in città, qui ci si limita a citare il Leone d’Oro assegnato alla Germania

per un’installazione potente e inquietante che pone domande urgenti sul nostro tempo e spinge lo spettatore a uno stato di ansia consapevole.

Percorriamo invece in sequenza i Trans-padiglioni, saltabeccando tra gli artisti, a partire da “Degli artisti e dei libri” nel Padiglione Centrale dei Giardini. Quasi all’inizio sta l’austriaco Franz West, scomparso di recente, che per anni si è fatto fotografare disteso su un divano, per esprimere l’otium di un riposo meditativo. Gli si contrappone il concetto di negotium espresso dal danese Olafur Eliasson (una delle poche superstar presenti quest’anno), noto per i mega progetti sviluppati per sensibilizzare sulle grandi problematiche sociali e ambientali.

Olafur Eliasson, Green light – An artistic workshop (Photo by Francesco Galli Courtesy: La Biennale di Venezia)

Per fare dell’arte una circostanza d’inserimento nella società dei senza-lavoro, da Berlino ha trasferito qui l’impianto di un workshop artistico, The Green Light (“semaforo verde”), dove per i sei mesi di apertura un gruppo di giovani, fatto di studenti e rifugiati dell’area veneta, è impegnato nella produzione, con materiale riciclato, di lampade modulari da lui disegnate: da rilevare che non di una performance si tratta ma di prestazioni retribuite. Proseguendo si trovano spazi-studio creati sì per richiamare l’operatività dell’artista, ma che, mancando le presenze, sono tutt’altro che “vivi”; meno banale è il magazzino-supermarket assiepato di merci dall’arabo Hassan Sharif quale riflessione sul consumismo compulsivo. Tra le opere riferite ai libri emerge l’eccentrico John Latham (Zambia 1921-Londra 2006), che dal 1958 ha fatto del libro l’elemento del suo lavoro, tra film, sculture, dipinti; ma pure bruciandolo o addirittura mangiandolo.

Hassan Sharif, Hassan Sharif Studio (Supermarket), 1990–2016 (Photo by Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia)

Sull’uso simbolico della scrittura spicca il settantenne McArthur Binion – primo degli afroamericani a diplomarsi in un’Accademia di Belle Arti (nel Michigan) – che con rigore geometrico dipinge strutture-scrittura, in cui declina ripetutamente le proprie generalità, per attestare la sua appartenenza, e sottintende con velati rimandi la sua vicenda di bambino sfruttato nei campi di cotone nel Mississippi. Nella successiva infilata di sala dopo sala del trans-padiglione “Delle gioie e delle paure”, quel viaggio “dall’interiorità all’infinito” promesso da Macel s’infiacchisce; e non riescono a ravvivarlo i disegni a china della mitica Kiki Smith che affronta l’universo femminile.

McArthur Binion, DNA, series, 2014-2016 (Photo by Elsa Dezuanni)

McArthur Binion, DNA, series, [particolare] 2014-2016 (Photo by Elsa Dezuanni)

Le altre sette “stazioni”, alloggiate alle Corderie dell’Arsenale, cominciano dallo “Spazio Comune”, per un confronto del presente con opere storiche degli anni Sessanta e Settanta, il cui linguaggio nasceva per andare oltre l’individualismo. Dà la sensazione di lavori ancora in progress l’abbinamento dell’installazione circolare dei monitor di Juan Downey, pioniere della videoarte (Cile 1940–New York 1993, il quale propone filmati girati esplorando una riserva federale amazzonica), con i cento colorati esaedri in graticolato di un fautore della globalizzazione dell’arte qual è Rasheed Araeen, lasciati abbandonati senza che il visitatore capisca di poterli ricomporre a proprio piacere; interazione, questa, considerata fondamentale dall’autore.

Franz Erhard Walther, Various works, 1975-1986 (Photo by Italo Rondinella, Courtesy: La Biennale di Venezia)

Poco più avanti, è l’indimenticabile Maria Lai l’altra figura forte; non le fanno eco però le proposte elaborate da autori attuali, lì inserite per le loro presunte affinità di riflessioni e di presa di posizione. Dei tanti (troppi) esempi di arte tessile che seguono convince, infatti, solo l’installazione di sculture murali in tessuto colorato, che ricordano delle nicchie, del tedesco Franz Erhard Walter, al quale la giuria ha assegnato il Leone d’Oro per il miglior artista, grazie anche alla performance che – così recita la motivazione – “stimola e attiva lo spettatore in un modo coinvolgente”, consentendogli, appunto, di entrare nelle cavità.

Una precisazione: molte delle opere presentate prendono significato dalle performance degli artisti (con i loro team), profferite nei giorni dell’anteprima per la stampa e gli addetti ai lavori, ma, con qualche eccezione, non ripetute nei sei mesi successivi. Il pubblico potrà rivederle nella Performances Video Room dell’Arsenale, di fronte alle Sale d’Armi (oppure sul sito della Biennale Arte 2017).

Charles Atlas, The Tyranny of Consciousness, 2017 (Photo by Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia)

Nel “Padiglione della Terra” le problematiche legate alla vivibilità sul nostro pianeta sono introdotte dal video-wall dell’americano Charles Atlas (menzione speciale della giuria), profetico sugli effetti del cambiamento climatico; da qui si prosegue tra ingenue logiche ecologistiche fino alla correlazione tra habitat uomo e fauna, interpretata senza enfasi drammatica dal kosovaro Petrit Halilaj, che ha legato la propria creatività ai terribili ricordi d’infanzia (a lui l’altra menzione della giuria).

Nella parte dedicata alle “Tradizioni”, se l’intenzione era di rivisitare il passato per inventare il presente, ripercorrendo la storia per una rilettura capace di portare a nuovi valori proiettati verso un futuro (auspicando di arginare fenomeni fondamentalistici e reazionari), ebbene, tutto questo è disatteso.

Ernesto Neto Encounter with the Huni Kuin (Photo by Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia)

Può l’arte essere terapeutica? Il capitolo sugli “Sciamani” ne vorrebbe fornire le prove, ma fa cilecca, e non convince nemmeno il brasiliano Ernesto Neto con la sua “Cupixawa” (una rete conica che pende dal soffitto), ambiente destinato alle cerimonie spirituali degli indios Huni Kuin, con i quali l’artista da qualche tempo convive (siamo nella foresta amazzonica), conducendo una ricerca antropologica. Vi si può entrare, o accomodarsi fuori ad ascoltare le voci registrate dei rituali praticati dalla tribù a scopo salvifico.

Spostandosi nel “Padiglione Dionisiaco” che viene appresso, incentrato sulla donna, si precipita in un mix di patetico e di barocchismi. Si salva la coinvolgente installazione del francese d’origine algerina Kader Attia, che in due corridoi confluenti in una saletta centrale concentra uno sguardo politico sulle differenze, in un toccante viaggio verso intuibili prese di coscienza, riunendo con incisiva eleganza la tradizione musicale del Nordafrica e del Medio Oriente (in cui privilegia le voci dei cantanti transgender) con fotografia, scultura, video, danza, scienza.

Alicja Kwade, WeltenLinie, 2017 (Photo byItalo Rondinella Courtesy: La Biennale di Venezia)

Dal “Dionisiaco” si va ai “Colori”, che, secondo gli studiosi di neuroscienza, inducono differenti esperienze emozionali in rapporto alla loro lunghezza d’onda e intensità; e ben si coglie la variabile di percezione tra le diafane tonalità del fiorentino Riccardo Guarnieri, classe 1933, un precursore della pittura analitica, e la timbrica chiassosa architettura-cascata di balle colorate della coetanea artista tessile Sheila Hicks (della quale tuttavia si sono apprezzate opere migliori).

L’ultima tappa, “Del tempo e dell’infinito”, non porta sorprese: lascia indifferenti, difatti, anche il gioco di sdoppiamento nel labirinto di specchi di Alicja Kwade; e da lì si esce volentieri a prendere una boccata d’aria verso il Giardino delle Vergini, dove Hassan Kahn, attivo al Cairo, ha montato, su steli che spuntano da terra come fiori, una serie di altoparlanti, e mixando suoni arabi e occidentali ha composto un concerto eloquente sulla possibile convivenza e contaminazione tra culture diverse. A lui il Leone d’Argento come promettente giovane artista (42 anni!);

la sua Composition for a Public Park – si legge nella motivazione della giuria – crea un’esperienza coinvolgente che intreccia in modo splendido politica e poetica.

Kiki Smith, Various works, 2009-2014 (Photo by Francesco Galli Courtesy: La Biennale di Venezia)

Christine Macel ha pensato anche a possibilità parallele per avvicinare ancor più il pubblico all’artista. Si può partire dal “Progetto Pratiche d’Artista”, basato su brevi video on line girati nei singoli atelier, per mostrare dove e cosa genera l’estro. Irma Blank, per esempio, in una sorta di meta-documentario, parla della sua scrittura micro-segnica-concettuale, mentre Philippe Navarro filma il calamaro fluttuante nell’acquario dello studio, forse quale emblema della sua galleggiante inventiva. Chi si affida alla musica, chi al silenzio e chi a tanto d’altro talora inafferrabile.

A tal proposito M.me Macel informa che c’è un catalogo “di oltre seicento pagine dedicato esclusivamente agli artisti, ricco di materiali, immagini e testi” (due volumi € 85, al book-shop dell’Arsenale; per visitare la mostra, da preferire la comoda guida breve a € 18). Catalogo che si può visionare all’ingresso dei Giardini nel Padiglione Stirling, denominato “La Mia Biblioteca” (dal celebre saggio di Walter Benjamin del 1931) nei cui scaffali gli artisti hanno collocato, per la libera consultazione, i volumi in qualche modo connessi con il loro processo creativo. Per chi preferisce invece un contatto diretto con l’artista è nata l’iniziativa “Tavola aperta”, che offre l’occasione di conversare vis-à-vis seduti a pranzo nell’area di ristoro nei pressi del Padiglione Centrale ai Giardini o in quella di fronte alle Sale d’Armi dell’Arsenale (per tutti i sei mesi d’apertura, su prenotazione).

Per Christine Macel la Biennale veneziana è “il luogo per eccellenza” dove convogliare l’attenzione, attraverso i linguaggi dell’arte, su un’umanità afflitta da sofferenze individuali e collettive. A tal fine ha accostato artisti di diverse provenienze, culture e formazioni, le cui espressioni ciò nonostante sono coese su grammatiche che raramente scatenano emozioni o reazioni. Ma con un po’ di ottimismo si può ritenere sperabile che questo possa portare a riflettere fruttuosamente sul ruolo dell’arte contemporanea, e sulla funzione dei luoghi istituzionali che la accolgono, in rapporto alle caotiche realtà odierne.

immagine in alto, sotto il titolo: Rasheed Araeen, Zero to Infinity in Venice, 2016-17 (Photo by Andrea Avezzù Courtesy: La Biennale di Venezia)

57. Biennale di Venezia. I trans-padiglioni di Christine Macel ultima modifica: 2017-05-23T17:25:45+02:00 da ELSA DEZUANNI

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