Gentiloni alla corte dell’imperatore Xi

A qualche giorno di distanza dal vertice di Pechino sulla Belt and Road Iniziative un'analisi del mastodontico progetto cinese e delle sue implicazioni internazionali, e in particolare per l'Italia.
scritto da BENIAMINO NATALE

Proviamo ad analizzare a qualche giorno di distanza, a bocce ferme, per usare una frase fatta, cos’è stato il vertice di Pechino sulla Belt and Road Iniziative (BRI), chiamata anche One Belt One Road (OBOR). Si tratta di un mastodontico progetto di sviluppo economico mondiale lanciato con grande fanfara dal leader cinese Xi Jinping.

Molti paesi, di tutti i continenti, nutrono pesanti dubbi sulla natura e sul futuro di questa iniziativa. Non il nostro governo, che è stato rappresentato al livello più alto – il presidente del consiglio Paolo Gentiloni.

In due parole, Xi sta cercando di occupare gli ampi spazi lasciatigli dal presidente americano Donald Trump e dalla sua amministrazione, che ogni giorno di più appare come un gruppo di partecipanti a un’edizione di Dilettanti allo Sbaraglio.

Qui apro una rapida parentesi: secondo me, una delle azioni più gravi e più stupide finora intraprese da Trump è stata la cancellazione della Trans Pacifc Partnership (TPP), cioè un mercato comune tra le due sponde del Pacifico, basato su regole e standard che la Cina non e’ in grado di rispettare. Ora il Giappone sta cercando di rilanciarla ma senza la leadership americana è molto difficile che possa contrastare l’espansionismo di Pechino nella regione.

Chiusa parentesi, torniamo al vertice BRI di Pechino, che si è concluso il 15 maggio. Vediamo chi erano gli altri capi di stato e di governo che si sono presentati di persona a omaggiare il nuovo imperatore Xi Jinping. Di europei, oltre al simpatico Gentiloni, c’erano il greco Alexis Tsipras, l’ungherese Viktor Orbán, la polacca Beata Szydło, il serbo Aleksandar Vučić e lo spagnolo Mariano Rajoy. Gentiloni era l’unico capo di governo del Gruppo dei Sette, che comprende, oltre all’Italia, Germania, Francia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito e Giappone, cioè i paesi industrializzati e nei quali il sistema democratico è consolidato.

Altri primi ministri presenti erano, per esempio, il pakistano Nawaz Sharif – uno dei responsabili del disastro economico del suo paese e dell’inarrestabile sviluppo dell’ estremismo islamico in Pakistan e nel vicino Afghanistan, e il malese Najib Razak, sotto accusa per corruzione e fortemente sospettato di aver ordinato un omicidio.

Le “star” dello spettacolo sono però stati alcuni campioni dell’autoritarismo come, oltre allo stesso Xi Jinping, il presidente russo Vladimir Putin, quello turco Recep Tayyip Erdoğan e il filippino Rodrigo Duterte, che sarebbe una simpatica macchietta se non fosse che ha ordinato qualche migliaio di omicidi di suoi concittadini – in grande maggioranza spacciatori di droga di quartiere – e che se ne vanta.

Una bella compagnia! La cosa non sembra spaventare Gentiloni che del resto, nel 2015, era stato uno dei due ministri degli esteri europei presenti all’esibizione militaresca voluta da Xi Jinping in teoria per celebrare la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale e in realtà per intimidire il Giappone e gli altri paesi della regione. In quell’occasione disse che la sua presenza voleva essere un “segnale” per Pechino – senza fornire ulteriori spiegazioni. Prima di partire per la Corte di Xi Jinping, il presidente del Consiglio ha rilasciato un’ intervista ai media cinesi presenti in Italia (a proposito: questi media sono sottoposti alle stesse restrizioni che subiscono i media stranieri, tra cui quelli italiani, in Cina? No? E perché mai? I rapporti tra diversi paesi non si basano forse sulla reciprocità?).

Forum Belt and Road for International Cooperation a Pechino, il 14 e 15 maggio 2017

Nell’intervista, riportata dall’ agenzia cinese Xinhua (Nuova Cina), Gentiloni afferma tra l’altro che Italia e Cina

hanno molto da dare l’una all’altra in termini di turismo e di cooperazione culturale [perché sono entrambe] antiche civilizzazioni [che] colpiscono l’ immaginazione popolare.

Vero, ma un po’ poco per spiegare la sua presenza alla kermesse pechinese. Cos’è, infatti, la BRI o OBOR o ancora Nuova Via della Seta?

Secondo l’Economist si tratta “della più chiara indicazione emersa fino ad oggi della volontà di Xi Jinping di abbandonare il motto di Deng Xiaoping secondo il quale “dobbiamo nascondere le nostre capacita”, guadagnare tempo e non prendere mai una posizione di leader”. Il settimanale britannico sottolinea che “le ambizioni” del progetto sono “immense” e che la Cina sta spendendo circa 150 miliardi di dollari all’anno nei 68 paesi che hanno aderito allo schema”.

“Nel 2014, il ministro degli esteri Wang Yi ha affermato che si tratta della più importante iniziativa di politica estera di Xi Jinping” con l’ obiettivo di creare una zona politico-economica euroasiatica dominata dalla Cina in opposizione a quella atlantica, dominata dagli USA.

Insomma, un piano di lungo periodo per stabilire l’egemonia della Cina su una vasta parte del pianeta. In un essay sulla BRI Guy de Jonquieres, sinologo dell’European Centre for International Political Economy, che ha sede a Bruxelles, ha scritto:

…dubbi sono stati sollevati sulle motivazioni, sull’apertura e sulla trasparenza della Cina. Per esempio, la Commissione Europea, il braccio esecutivo dell’Unione Europea, ha recentemente criticato il piano cinese per la costruzione di una ferrovia che colleghi Budapest a Belgrado… la Commissione sta valutando la fattibilità finanziaria del progetto e se abbia violato le leggi della UE che richiedono una gara d’appalto internazionale e competitiva.

Aggiunge de Jonquieres:

…i sospetti che la BRI possa favorire le imprese cinesi a spese di quelle straniere si sono acuiti a causa delle affermazioni di alcuni funzionari di Pechino che in parte vedono il progetto come un modo per smaltire la cronica sovrapproduzione in settori come quelli dell’acciaio e del cemento che è emersa a causa degli eccessivi investimenti e del rallentamento della crescita della Cina.

In effetti, come ha ricordato Jane Perlez sul New York Times, “quasi tutto” quello che viene impiegato per uno dei pochi progetti della BRI che sono già attivi, quello della costruzione di una ferrovia di oltre 400 km in Laos, “viene dalla Cina”, tra cui la forza lavoro. “Nel momento culminante della costruzione, (in Laos) ci saranno circa centomila operai cinesi”, aggiunge Perlez.

Stesso discorso per un altro progetto “modello” della BRI, il cosidetto China Pakistan Economic Corridor (CPEC). Secondo il quotidiano pakistano Dawn

il piano prospetta una profonda e vasta penetrazione nella maggior parte dei settori dell’ economia e della società pakistana delle imprese e della cultura cinesi. La sua vastità non ha precedenti nella storia del Pakistan in termini dell’apertura dell’economia interna alla partecipazione di imprese straniere.

Probabile che, come ha affermato Tom Miller, autore di “China’s Asian Dream: Empire Building Along the New Silk Road”,

Xi faticherà a convincere i paesi scettici che l’iniziativa non sia in realtà altro che uno schermo per il controllo strategico (della Cina).

Non per niente importanti paesi asiatici come India, Giappone e Corea del Sud hanno inviato a Pechino delegazioni di basso livello, o non ne hanno inviate affatto.

La più critica è l’ India perché il CPEC passa per il territorio conteso del Kashmir e perché ritiene che faccia parte di una strategia per “accerchiarla” con accordi di collaborazione per la costruzione e l’uso di porti nel Bangladesh e nello Sri Lanka.

Già, i porti. Secondo molti commentatori e cronisti la ragione della presenza del capo del governo è la promozione dei porti italiani nel quadro della BRI. Davvero, ci vuole un presidente del Consiglio per un obiettivo come questo? Un presidente del Consiglio che si rechi – per la seconda volta, come abbiamo ricordato – ad omaggiare il Nuovo Imperatore? Uno dei crucci della nostra diplomazia – una diplomazia i cui rappresentati a New Delhi sgomitano per un posto in prima fila alla Kalachakra del Dalai Lama mentre quelli a Pechino tacitamente approvano la feroce repressione cinese in Tibet – è che i nostri rapporti “politici” con Pechino sono “ottimi” (grazie, gli diamo sempre ragione!), mentre quelli economici lasciano a desiderare.

28 capi di Stato e di governo, un centinaio di ministri, leader di 70 organizzazioni internazionali per il Forum Belt and Road for International Cooperation a Pechino, il 14 e 15 maggio 2017

Difficile che i sorrisi di Gentiloni servano a cambiare le cose. Infatti, secondo commentatori e addetti ai lavori, la battaglia dei porti è già stata combattuta – e persa.

Ecco un estratto di un lungo e informato articolo scritto da Cecilia Attanasio Ghezzi su Pagina99 poco prima della partenza di Gentiloni per il vertice:

C’è un memorandum d’intesa per la collaborazione dei porti industriali di Marghera e Tianjin e un progetto che va sotto il nome di “alleanza a cinque porti” che dovrebbe unire le forze di Venezia, Trieste e Ravenna con quelle di Capodistria in Slovenia e di Fiume in Croazia… Si potrebbe fare, ma non siamo pronti. Come ci spiega la professoressa Alessia Amighini – membro della delegazione che accompagnerà il premier Gentiloni a Pechino, a capo del programma di ricerca dell’ ISPI…- “l’ Italia soffre di una grande frammentazione del territorio, ma nessun porto nazionale è in grado di far fronte da solo a un traffico così consistente di merci”.

 

L’ Italia [ha dichiarato ad Alessandra Spalletta dell’AGI Andrea Goldstein, managing partner di NOMISMA] partiva da una situazione vantaggiosa, non tanto per l’eredità di Marco Polo e Matteo Ricci; Gioia Tauro occupa nel Mediterraneo una posizione centrale, sarebbe stato per i cinesi il porto ideale su cui investire ma si sono scontrati con le criticità del nostro sistema di governare. Gioia Tauro [aggiunge Goldstein] è una partita persa, i cinesi hanno investito sul Pireo…

A giudizio di Eugenio Buzzetti, corrispondente della stessa AGI da Pechino, la partecipazione dell’ Italia alla BRI

potrebbe fruttare al fisco incassi per un miliardo e mezzo di euro…a condizione, s’intende, che i progetti italiani interessino agli investitori cinesi.

Sembra che Gentiloni e il suo governo, invece di partecipare alle iniziative di propaganda cinesi, potrebbero con maggior profitto occuparsi delle “criticità del nostro sistema di governare” e di elaborare progetti che “interessino gli investitori”… sempre che sia indispensabile corteggiare un regime autoritario che tiene nelle sue galere migliaia di prigionieri di coscienza tra cui – qualcuno se lo ricorda? – il premio Nobel per la pace Liu Xiaobo.

Gentiloni alla corte dell’imperatore Xi ultima modifica: 2017-05-25T13:04:07+00:00 da BENIAMINO NATALE

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