La primavera russa e il lungo inverno dello zar

scritto da ANNALISA BOTTANI

Russiagate, impeachment, hacker, cyberwar sono solo alcune delle parole che in questi mesi affollano l’agenda dei media e che vedono protagonisti, in particolare, Russia e Stati Uniti. Ma questa “cronaca geopolitica”, in cui il ruolo della Russia stessa è sempre più rilevante, rischia di oscurare una nuova “primavera” che sta coinvolgendo molte città russe.

Il Governo sta cercando di contrastare questo fenomeno in vista delle elezioni del 2018 per le quali Putin non ha ancora ufficializzato la propria candidatura. La decisione della Duma di valutare la proroga della data delle elezioni stesse dall’11 marzo al 18 marzo 2018, giorno in cui si celebra l’anniversario della firma del trattato di riannessione della Crimea alla Russia, la dice lunga sugli obiettivi della macchina della propaganda.

Ma cosa sta davvero avvenendo in Russia? In questo periodo si assiste ad uno “scontro” tra due diversi storytelling: da una parte, quello governativo; dall’altra, quello degli oppositori al regime, tra cui figurano anche le giovani generazioni. L’esito di questa nuova “primavera” è molto incerto, ma è un passo avanti per dare avvio, magari nel lungo periodo, ad una trasformazione sociale e politica.

ll primo pensiero va, dunque, alle proteste pacifiche che da settimane si susseguono in tutto il Paese dopo la manifestazione organizzata da Alexei Navalny il 26 marzo che ha portato all’arresto di oltre mille persone, tra cui molti giornalisti, e di Navalny stesso, poi rilasciato.

Alec Luhn, giornalista del Guardian, arrestato e rilasciato dopo cinque ore e mezza grazie all’intervento del Ministero degli Esteri, ha raccontato sulle pagine del quotidiano il trattamento riservato a coloro che manifestavano pacificamente. Un segno, secondo Luhn, del crescente timore delle autorità russe di non riuscire a gestire, dopo “l’euforia patriottica” legata alla Crimea, il movimento anticorruzione e antigovernativo.

Questa ondata di malcontento ha visto, nel mese di aprile, la folla scendere in piazza al grido di “We are sick of him”, grazie al movimento Open Russia, fondato da Mikhail Khodorkovsky e dichiarato “indesiderato” dalle autorità. Persino l’aggressione a Navalny del 27 aprile non ha fermato le proteste: dopo essere stato accecato, per la seconda volta, forse da attivisti del movimento “patriottico” SERB, con un antisettico usato contro i dissidenti (Zelyonka) che gli ha danneggiato parzialmente la vista, è rientrato in patria (dopo l’intervento presso una clinica straniera) deciso a dare nuovamente battaglia, prevedendo una nuova importante manifestazione il 12 giugno, che coincide con il Russia Day, una delle celebrazioni nazionali più importanti. Anche il 6 maggio, in occasione del quinto anniversario della manifestazione antigovernativa del 2012 di Piazza Bolotnaya, molti hanno sfidato il Cremlino rafforzando le attività di protesta.

E tutto ciò malgrado gli arresti, le detenzioni illegittime, le minacce e le torture denunciate da ONG e attivisti per i diritti umani. Forme di pressione esercitate anche sui giovani che hanno preso parte alle proteste: dall’obbligo di scrivere lettere illustrando le ragioni della propria partecipazione alla minaccia di essere inseriti nel registro dei ragazzi problematici, dalle visite forzate a istituti psichiatrici alla decisione di schedare i partecipanti. Il 17 maggio il Ministro dell’Istruzione e della Scienza Olga Vasilyeva ha precisato che “non si deve consentire ai giovani di essere trascinati in azioni ‘antisociali’ o soccombere alla perniciosa e terrificante influenza del radicalismo.” Secondo Navalny, il Governo avrebbe “ingaggiato” persino la popstar Alisa Vox, che, in una delle sue nuove canzoni, incita i giovani a “star lontani dalla politica e a fare i compiti.” Informazione confermata a Meduza anche da una delle fonti vicine alla cantante: il video sarebbe stato commissionato da Nikita Ivanov, un ex funzionario del Cremlino, a fronte di un pagamento di oltre 17 mila dollari.

Lo scopo di “Russia Today” (il giornale “Russia Oggi”) è far sì che tu non abbia assolutamente idea di che cosa accade davvero in Russia oggi

A Samara, una delle città più grandi della Russia, secondo la Novaja Gazeta, ai giovani sarebbe stato chiesto di non partecipare alle proteste del 12 giugno, ricordando loro l’articolo 282.1 della Costituzione che prevede pene fino a dieci anni di carcere per coloro che partecipano ad attività estremiste. In realtà, quell’articolo parla di pene legate alla creazione di “comunità estremiste”. Gli studenti più grandi sarebbero stati minacciati, ventilando l’ipotesi di eventuali “difficoltà” legate all’ammissione all’Università o alla possibilità di trovare impiego nel settore pubblico.

Malgrado tutto, Navalny e altri oppositori non si sono persi d’animo. Navalny stesso, a marzo, dopo aver reso pubblico, attraverso YouTube, un documentario, visualizzato più di 21 milioni di volte, in cui accusava Medvedev di aver “creato una rete corrotta di fondazioni di beneficenza” attraverso cui riceveva “tangenti dagli oligarchi”, costruendo “freneticamente” residenze e palazzi in tutto il Paese, è stato citato in giudizio da uno di questi oligarchi, Alisher Usmanov, che ha diffuso online due video di insulti “in stile mafioso” a Navalny, sfidandolo a trovare le prove della sua colpevolezza. Alcune settimane dopo il Cremlino ha diffuso un altro video in cui Navalny veniva paragonato a Hitler.

Alisher Usmanov e, a destra, Alexei Navalny

Altri attivisti e giornalisti sono stati meno fortunati: il 19 aprile Nikolai Andrushchenko, cofondatore della testata Novy Peterburg, è morto dopo quaranta giorni di coma, a seguito di un’aggressione. Il reporter scriveva spesso di corruzione e di criminalità, denunciando anche la violenza della polizia russa. Medesima sorte è toccata a Dmitry Popkov, Direttore del giornale Ton-M, ucciso il 25 maggio a Minusinsk (Siberia), a causa delle sue inchieste sulla corruzione dei reparti di polizia.

Da una parte, dunque, la “primavera”, dall’altra, un lungo e rigido “inverno”. Lo storytelling governativo, infatti, ha rafforzato la propria retorica, consolidando i suoi punti chiave. Tra questi rientrano certamente la difesa della nazione e il concetto di “unità”, “indipendentemente dai punti di vista e dalle posizioni individuali.” Secondo Putin,

la storia russa sta riconquistando la propria unità. Consideriamo preziosa ogni pagina della nostra storia [ha dichiarato], non importa quanto sia difficile. Queste sono le nostre radici nazionali spirituali […] Abbiamo solo ‘una Russia’ e dobbiamo difendere e prenderci cura di questa Russia.

Chi, se non la Chiesa Ortodossa, può supportare il Cremlino nel perseguimento di questo obiettivo ? Ribaltando la logica sovietica dell’“ateismo di stato”, negli anni sono aumentati gli omaggi del Patriarca a Putin e viceversa: riapertura dei monasteri, recupero e ricostruzione di molti luoghi sacri distrutti dopo la Rivoluzione, tra cui il monumento dedicato al Granduca Sergei Alexandrovich, ucciso nel 1905 da un terrorista.

Il patriarca Kirill

Purtroppo, vi sono anche altri ambiti in cui questa sinergia ha dato i suoi frutti, in nome della necessità di controllare la società civile considerata “sovversiva”.

Basti pensare alla legge, approvata nel 2013, contro la “propaganda di orientamenti sessuali non tradizionali”: Putin ha dichiarato “inaccettabile” sia la persecuzione nei confronti della comunità LGBT sia la cosiddetta “propaganda”, una posizione che alimenta il pregiudizio e l’ignoranza proprio in un momento in cui, anche alla luce di quanto sta avvenendo in Cecenia, si stanno intensificando le persecuzioni. Dopo le rivelazioni della Novaja Gazeta, si sono svolti due incontri di rilievo: il primo ad aprile tra Putin e Kadyrov e un altro, il 5 maggio, tra Putin stesso e Tatiana Moskalkova, Commissario per il Diritti Umani. Per la prima volta Putin, secondo RIA Novosti, ha promesso alla Moskalkova che tratterà la questione con il Ministro dell’Interno e il Pubblico Ministero per verificare i dossier sulle persecuzioni in Cecenia. Il 19 maggio ha firmato un ordine esecutivo nominando Mikhail Galperin rappresentante della Federazione Russa alla Corte Europea dei Diritti Umani e ha disposto l’invio in Cecenia di una delegazione incaricata di effettuare le indagini. Tutto questo mentre il 29 maggio il Patriarca Kirill paragonava, secondo Meduza, la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso alle “leggi della Germania nazista.”

Un’altra legge frutto di questa “sinergia” è quella sull’“incitamento all’odio religioso”, utilizzata di recente per condannare il blogger Ruslan Sokolovsky che, ad agosto del 2016, aveva postato su YouTube un video in cui si riprendeva mentre giocava a Pokémon Go nella Cattedrale sul Sangue di Ekaterinburg. Ad ottobre del 2016 era finito in carcere, provocando la mobilitazione di molti attivisti in tutto il mondo. In seguito è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere con sospensione della pena, cui si sono aggiunte 160 ore di lavori socialmente utili. Questo episodio ha avuto alcune ripercussioni dal punto di vista mediatico: il 16 maggio Radio Free Europe/Radio Liberty ha riferito che Vladimir Pozner, uno dei volti più noti dei media russi (First Channel), ha posto durante la trasmissione un quesito importante: “L’ateismo può portare all’arresto in Russia?”. Un dubbio sollevato proprio alla luce di questa legge. “Come noto, sono ateo.”, ha dichiarato Pozner […] Diffondendo il mio punto di vista, sto violando il codice penale della Federazione Russa?” La Chiesa Ortodossa ha subito chiarito che la sentenza legata a Sokolovsky non va intesa come persecuzione nei confronti degli atei.

Questo sentimento di appartenenza religiosa alimenta in maniera significativa la narrativa del regime e, soprattutto, l’identità nazionale. Secondo un sondaggio del 2016 del Levada Center, il 34 per cento dei Russi ritiene che la religione rivesta un ruolo importante o molto importante nella propria vita. Milioni di persone, ad esempio, onoreranno a Mosca, esattamente come Putin, e poi a San Pietroburgo il reliquiario di San Nicola conservato a Bari. Un evento, ha precisato Putin, divenuto possibile grazie a un accordo tra il Patriarca Kirill e Papa Francesco.

Sappiamo [ha dichiarato Putin] quanto possa essere fragile la ‘pace civile’. […] Ed è nostro dovere fare il possibile per mantenere l’unità della nazione russa, attraverso un dialogo costante per supportare l’armonia sociale e politica basata sui valori della tradizione e i valori della nostra tradizione religiosa […] Non dobbiamo consentire alcun tipo di divisione sociale.

Oltre alla leva religiosa, vi sono anche altri “strumenti” che il Cremlino utilizza per rafforzare questa forma di coesione: il patriottismo. E il “Giorno della Vittoria” (9 maggio), anche quest’anno, è stato il momento perfetto per ricordare ai cittadini russi la vittoria sui nazisti, con le parate sulla Piazza Rossa, le bandiere dell’Armata Rossa, i berretti con la stella e le minidivise militari per i bambini. Una riaffermazione che, tuttavia, ha ormai rivitalizzato il culto di Stalin.

Queste celebrazioni sono solo la punta dell’iceberg. Ola Cichowlas, in un articolo pubblicato l’8 maggio su The Moscow Times, ha precisato che “insegnare storia in Russia non è mai stato facile” in quanto gli archivi sono chiusi e i “dibattiti trasparenti” sul passato sovietico sono accolti con ostilità. Nel nuovo set di manuali di storia introdotti quest’anno il ruolo dell’URSS durante la guerra è stato rimodellato secondo la visione del Ministro e del Cremlino, dalla figura di Stalin al Patto Molotov – Ribbentrop. Insomma, un lavaggio del cervello costante che può iniziare anche alla scuola materna.
Solo con questo, tuttavia, non è possibile “gestire” e diffondere lo storytelling governativo. Il Paese, infatti, è stretto in una morsa ferrea di controllo sulla società civile che si può mantenere solo grazie ad un apparato statale “poliziesco” quasi staliniano.

Dunque, cosa è cambiato rispetto alle proteste antigovernative di qualche anno fa? Cosa può indurre a pensare che sia in atto una “primavera”?

Come riportato da Nataliya Vasilyeva il 25 maggio 2017 (Associated Press), Navalny, grazie alla diffusione di videomessaggi e inchieste attraverso il proprio canale YouTube, è riuscito a galvanizzare l’opposizione a Putin e alle alte sfere del potere. Questi video sono visualizzati più di un milione di volte e stanno contribuendo alla rinascita dell’opposizione, dopo anni di emarginazione. Si tratta di un processo facile? No, ma è un primo passo avanti. Non sono solo i like e gli accessi alla sua pagina ad aver contribuito all’avvio di questo processo. “Con questi video”, ha precisato Navalny, “siamo riusciti a raggiungere anche le città più piccole”. Quando ha iniziato la sua attività non lo ha fatto per diventare un blogger o perché aveva la passione per la scrittura. Lo ha fatto perché “non vi erano altre modalità di comunicazione, nessun’altra possibilità di raccontare alla gente le nostre inchieste.” E la risposta c’è stata. Secondo Vedomosti (3 maggio 2017), il nome di Navalny – a dicembre, quando ha annunciato la sua intenzione di candidarsi – è apparso sui media 6.908 volte, mentre ad aprile quella cifra ha raggiunto quota 26.115.

L’analista politica Ekaterina Schulmann ritiene che la reazione del Cremlino alla popolarità di Navalny rifletta la consapevolezza del Governo della necessità di cambiare il proprio approccio al mezzo televisivo perché le persone non guardano più la tv.

Secondo la testata filogovernativa Russia Beyond The Headlines (4 maggio 2017), se le elezioni fossero imminenti, il 48 per cento voterebbe Putin (sondaggio del Levada Center su un campione di 1.600 persone). Il leader del Partito Comunista e del Partito liberal – democratico otterrebbero il tre per cento, l’uno per cento andrebbe a Navalny. Denis Volkov, un sociologo sempre del Levada Center, ritiene che a poco meno di un anno dalle elezioni presidenziali l’indice di gradimento di Putin sia invariato […] Nella percezione della maggioranza dei cittadini Putin viene associato all’impetuosa crescita economica avvenuta all’inizio degli anni 2000, in concomitanza con i suoi due primi mandati, e anche alla rinascita della Russia come “grande potenza” (dopo l’annessione della Crimea). Ad aprile del 2015 era pronto a votare per Putin il 62 per cento dei Russi e, in seguito, si è registrata una lieve flessione nei sondaggi, passando dal 53 per cento dell’aprile 2016 al 48 per cento di quest’anno.

Oggi l’effetto Crimea sta progressivamente scemando, il clima di euforia si è attenuato e la gente ha cominciato a focalizzarsi di più sui problemi interni del Paese.

Putin ha bisogno non solo di vincere, ma anche di stravincere, superando l’affluenza e il gradimento precedenti. L’affluenza potrebbe diminuire proprio perché i cittadini sono convinti che sarà, comunque, Putin a vincere. Per Salin, Direttore del Centro di Studi politologici dell’Università di Scienze finanziarie, il Cremlino ha due possibilità: “la prima, di tipo tecnologico, mediante la manipolazione dell’affluenza attraverso specifici indicatori, l’impiego di risorse amministrative e altri metodi sospetti.” Oppure può proporre al Paese un “programma positivo, una visione del futuro” attrattiva per gli elettori.

Per Brian Whitmore, analista politico di Radio Free Europe/Radio Liberty, questi movimenti, tuttavia, rappresentano uno step importante: il “fenomeno Navalny” sta, infatti, modificando lo storytelling imposto dal Cremlino, dando alla popolazione e a voci sopite della Russia contemporanea una nuova consapevolezza: non solo cosa vuol dire essere “cittadini” (e non semplicemente “soggetti”), ma soprattutto “cittadini russi”. Insomma, si assiste alla nascita di una nuova generazione motivata dalla speranza e non dalla paura. Secondo Whitmore, l’essenza della politica risiede proprio nelle “storie su noi stessi che raccontiamo a noi stessi”, rovesciando ciò che per anni in Russia è divenuto quasi un mantra: la democrazia “guidata”, trasformatasi inesorabilmente in un regime autoritario.

Magari non vedremo oggi o domani l’esito di questa primavera. Ma, come diceva Churchill, “se stai attraversando l’inferno, non ti fermare”. Ed è questa l’unica speranza per il popolo russo.

Finito di redigere il 29 maggio, alle ore 20.

La primavera russa e il lungo inverno dello zar ultima modifica: 2017-05-30T18:18:07+02:00 da ANNALISA BOTTANI

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