“Beato chi è diverso essendo egli diverso…”

A quarant'anni dalla morte Sandro Penna sta per entrare definitivamente nell'Olimpo della poesia italiana del '900 con la prossima pubblicazione di un nuovo volume de "I Meridiani" della Mondadori
scritto da MARIO GAZZERI

Con tutto il suo bagaglio di fragilità e di tenerezza, a quarant’anni dalla sua scomparsa, Sandro Penna (1906-1977) sta per entrare definitivamente nell’Olimpo della poesia italiana del ‘900 con la prossima, postuma pubblicazione di un nuovo volume de “I Meridiani” della Mondadori.

Cantore di felicità nascoste

Il poeta perugino, amico di Pasolini al quale lo univa anche la comune passione per i giovinetti delle borgate romane, è stato forse più di ogni altro il riservato cantore delle piccole felicità, delle piccole bellezze che vibrano nascoste nelle cose di tutti i giorni e l’interprete di una poetica che preesiste al rapporto tra uomo ed uomo, tra uomo e natura. Quasi un Giovanni Pascoli filtrato attraverso l’universale poetica di Ungaretti i cui memorabili versi di guerra, “Si sta come d’autunno/sugli alberi le foglie”, soave metafora della precarietà umana e della dolcezza della simbiosi con una sorta di religione naturale, hanno sicuramente lasciato un segno su di lui.

La vita è ricordarsi di un risveglio

La vita è ricordarsi di un risveglio
in un treno triste all’alba: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.

Un impressionismo poetico che ha un che di assoluto, di definitivo. Sandro Penna, trasferitosi presto a Roma dopo un breve intermezzo milanese, visse di poco e spesso di elemosina, con i vicini mossi a compassione che gli portavano la minestra alla sera mentre lui viveva nascosto nella sua stanza umida, adagiato su un grande letto dove scriveva senza quasi sapere più se fosse notte o giorno. Poeta di una povertà francescana, clochard di una poesia del “trasalir dei sensi” per giovani e bambini, Penna non era un pedofilo e non frequentava i “ragazzi di vita” con la stessa assiduità di Pasolini. La sua poesia è intrisa di emozioni in cui il “dove” e il “come” non avevano senso quando le ferite delle istantanee lacerazioni d’amore lo colpivano nei sordidi bagni di un cinema di periferia così come sulla banchina di una stazione o nei verdi prati che un tempo circondavano Roma, neanche tanto lontano dal centro.

La casa, a Perugia, dove nacque Sandro Penna. Una lapide gli è dedicata dal Comune nel 2006, centenario della sua nascita.

Frammenti di un discorso amoroso

Non a caso molte delle poesie di Penna sono prive di un titolo, avvertito come inutile orpello. Come se i versi fossero uno sgorgare immediato di emozioni che non tollerano il filtro di una messa a punto, di una precisazione. Un titolo, appunto, quell’attimo di pausa tra l’anima e la pagina scritta. A volte scriveva poesie di un solo verso, “una frase, un rigo appena”, per mutuare il titolo di un romanzo di Manuel Puig.

Andassi anch’io per stracci
avessi anch’io vent’anni
fossi carino come te.

Tre versi intrisi di nostalgia e d’amore. Di amore per il ragazzo e nostalgia per la perduta giovinezza. Ma anche di solidarietà ed affetto per i poveri e gli umili, gli “straccivendoli” o gli operai. “Non sono forse belli gli operai?” Chiedeva in un’altra poesia.

“Offerte per Sandro Penna”

Lui, povero cristo che aveva fatto mettere una cassetta in un vicino bar con la scritta “Offerte per Sandro Penna”. Le sue poesie sono spesso frammenti d’amore francescano. Istantanee di desiderio diverso. Ma, ammoniva lo stesso Penna,

Felice chi è diverso
essendo egli diverso
Ma guai a che è diverso
essendo egli comune.

La febbre di una vita vissuta controcorrente lo consumava, e in quegli anni romani, dopo la guerra fino alla morte, la sua omosessualità era sgradita o incompresa anche negli ambienti letterari. Cesare Garboli fu tra i pochi che lo aiutò convincendolo a presentare la sua opera alla giuria di qualche premio letterario. “Penna trascrive direttamente dal vissuto, riducendo a pochi suoni fondamentali ed inimitabili… alcune combinazioni miracolose di grazia visiva”, ebbe a scrivere il grande critico viareggino secondo cui il poeta di Perugia descrive “l’Italia anonima, sconosciuta, vista dal treno che fugge nella campagna o frequentata nei vicoli degli angiporti”. “Penna – concludeva Garboli – è un grande classico della malattia”.

Poesia d’amore e malattia

Mi adagio nel mattino
di primavera. Sento
nascere in me scomposte
aurore. Io non so più
se muoio oppure nasco.

Sandro Penna muore e rinasce nel momento stesso in cui trasferisce la propria anima sul foglio, nostalgia di un vissuto lontano, amore come malattia infantile:

Oh non ti dare arie
di superiorità.
Solo uno sguardo
io vidi
degno di questa.
Era un bambino
annoiato in una festa.

La delicatezza del suo poetare, l’amore per le cose d’ogni giorno rivissute “dentro” e addolcite dal colore della nostalgia.

Lungo il vecchio sobborgo
non vive malinconia.
Vivon gli stracci una vita gentile
indorati dal sole. E così sia.

Ora che da quarant’anni siamo senza Sandro Penna, ci restano di lui le sue “scomposte aurore” e la tenerezza.

La tenerezza tenerezza è detta
se tenerezza nuove cose dètta.


Per il programma RAI, “La mosca e il miele”, in onda il 02/11/1977, Sandro Penna declama le sue poesie e, attraverso la lettura dei suoi versi, ripercorre la cultura e i personaggi del ‘900.


Una toccante apparizione di Sandro Penna nel film di Mario Schifano “Umano non Umano” del 1972.

Pubblicato il: 31 Mag, 2017 @ 23:24

“Beato chi è diverso essendo egli diverso…” ultima modifica: 2017-05-31T23:24:25+02:00 da MARIO GAZZERI

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