Se Cannes piange, mica c’è tanto da ridere…

scritto da ROBERTO ELLERO

Le montagne, si sa, possono partorire topolini. E non da oggi: Esopo, Orazio, immagini di duemila e passa anni fa. Ci sono periodi, però, in cui questi strani parti si fanno più intensi, aiutati dall’offuscamento del passato e da un futuro avvertito come inerte prosecuzione del presente. Il presentismo, appunto. E càpita magari che l’annata storta di un festival, la settantesima edizione di Cannes, divenga motivo di più ampi e ferali interrogativi. E giù paginate sul tramonto dei festival, sulla fine delle sale, sulla morte del cinema. Come se fossero temi originali: non erano stati gli stessi Lumière a definire senza futuro quella loro invenzione?

Il festival di Cannes già non era iniziato bene quest’anno, con quella polemica un po’ fasulla sui film destinati in prima battuta al consumo televisivo. “Mai più” aveva tuonato il direttore Thierry Frémaux, che pure quest’anno aveva messo in concorso due titoli Netflix destinati allo streaming, almeno in Francia: Okja di Bong Joon Ho e The Meyerewiz Stories di Noah Baumbach. Levata di scudi degli esercenti, non solo francesi (la centralità delle sale non si tocca), mondo “tradizionale” del cinema sulle barricate, e poi la polemica a scemare, con la memoria di centinaia di titoli che muoiono ai festival senza vedere la luce delle sale, né tanto meno quella delle piattaforme streaming. E parecchi premiati – orsi, palme, leoni – rimasti anche di recente al palo, incapaci magari di superare la prima settimana di programmazione, disertati da quello stesso pubblico d’essai che pure non cessa di reclamarne l’uscita. E allora come la mettiamo: meglio dispersi che in streaming? Non bastasse l’iniziale futile contesa, nei giorni a seguire un festival senza emozioni, titoli modesti a ripetizione nel giudizio dei più, in attesa del film memorabile – se non del capolavoro, che è parola desueta – mai pervenuto. E dunque un palmarès finale non più che notarile, l’equa distribuzione di prebende a chi ha sfigurato di meno. O giù di lì.

Quando cominciavano a chiudere le sale, trenta o quarant’anni fa, c’era qualche esercente che in cuor suo gongolava, immaginando di poter capitalizzare il pubblico della concorrenza. Niente di più sbagliato, non aveva letto Per chi suona la campana. Così, chi immagina che all’odierna débâcle di Cannes possa corrispondere quasi in automatico il trionfo di Venezia a settembre, osa doti divinatorie a dir poco azzardate. Non è il caso di Alberto Barbera, intendiamoci, che da persona sobria e intelligente, buon conoscitore della forma festival, sa bene quanto il “dispositivo” sia figlio di un passato lontano: la Mostra di Venezia, prima nel suo genere, è del 1932, filiazione della Biennale d’Arte (1895), a sua volta modellata sul concetto di Esposizione Universale (1851). Capitalismo industriale rampante, in fase espansiva. E allora meglio rileggere Gilles Deleuze:

In ogni dispositivo dobbiamo districare le linee del passato recente e quelle del futuro prossimo: ciò che appartiene all’archivio e ciò che appartiene all’attuale, ciò che appartiene alla storia e ciò che appartiene al divenire, ciò che appartiene all’analitica e ciò che appartiene alla diagnosi….che prende il posto dell’analisi seguendo altri percorsi. Non predire, ma essere attenti allo sconosciuto che bussa alla porta.

Lo sconosciuto, nel caso, è un cinema ormai letteralmente fuori di sé, che se mantiene un suo rapporto privilegiato con la sala, e con i suoi riti, tresca però furbamente con tutti gli altri mezzi e canali capaci di veicolarlo e di riprodurne fascino e senso. Sono piene di cinema, variamente inteso, le esposizioni d’arte contemporanea (a cominciare dalla Biennale, naturalmente) e sono ancora cinema – di livello persino superiore secondo non pochi critici – le serie (da House of Cards in giù) che inchiodano e fidelizzano il pubblico esclusivamente sulle piattaforme streaming. E se per i nativi digitali è cinema ciò che cominciano a vedere in tenera età sui telefonini (pur senza rinunciare al “cartone” del momento in sala), non è affatto escluso che sia cinema (almeno per loro) ciò che i giovani filmano e caricano su YouTube…

Non soltanto orgogliosi del passato ma anche desiderosi di futuro, i festival fanno bene perciò ad aprirsi alle “innovazioni”.

Il loro campo d’azione, del resto, non è mai coinciso con i blockbuster, che sempre più seguono altre strategie distributive, trovando la propria vera ragion d’essere nel “nuovo”, che spesso è ai margini, non al centro della scena. O se preferite, del mercato. A preoccupare, piuttosto, dovrebbe essere che la diversificazione e moltiplicazione dei modi di fruizione corre assai più veloce dei contenuti di quella stessa fruizione. La stanchezza dei festival – tutti, nessuno escluso – è anche nella ripetitività di un cinema che, specchio del suo tempo, non ha molto da dire e spesso non sa nemmeno come dirlo. E mica soltanto il cinema, piuttosto la narrazione e la rappresentazione nel loro insieme, intrappolate nella rete di un eterno e spesso inconsapevole riepilogo.

All’inaugurazione dell’ultima edizione di Incroci di civiltà ricordiamo la sana incazzatura dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua. Ce l’aveva con la mancanza di tensione morale che caratterizzerebbe l’ultimo mezzo secolo di letteratura. Si scrive – diceva – più per pubblicare libri che per trasmettere idee attraverso le storie che uno racconta. Ce la sentiamo davvero di dargli torto?

Se Cannes piange, mica c’è tanto da ridere… ultima modifica: 2017-06-01T11:16:17+01:00 da ROBERTO ELLERO

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento