Ankara vuole riprendersi i Balcani

Ad appena un anno dalla crisi del jet abbattuto, Turchia e Russia riprendono a marciare assieme in nome dei comuni interessi e pensano a riproporre il South Stream con un percorso diverso
scritto da GIUSEPPE ZACCARIA

Qualche mese fa la Gallup International ha svolto un sondaggio fra i cittadini di Serbia, Turchia, Bulgaria e Grecia per chiedere da chi vorrebbero essere protetti in caso di conflitto, ed in tutti i Paesi a maggioranza delle risposte è stata “dalla Russia” (questo anche fra greci e turchi, che pure sono membri della NATO). A chiunque affronti le situazioni con mente aperta, un responso del genere dovrebbe far sorgere qualche sospetto quanto meno sull’efficacia delle politiche europee e occidentali in genere nei Balcani e zone limitrofe, oltre che sulla direzione che stanno prendendo le cose.

Tutti però sappiamo che la prima scelta di chi non vuol capire consiste nell’ignorare la realtà, ed ecco che i diversi commissari di Bruxelles continuano a parlare di “percorsi di integrazione” e Federica Mogherini si reca al Parlamento serbo per tenere un discorso accolto dal gelo. Per dirla più chiaramente, gli europei stanno a guardare e rimangono attaccati a formule vuote, mentre fra i nostri vicini del Sud-­Est le cose continuano a muoversi e negli ultimi tempi stanno assumendo connotati sempre più definiti con l’irruzione sulla scena di due potenze, una ben nota e l’altra molto meno. Parliamo di Russia e di Turchia, fino all’anno scorso sull’orlo della guerra causa lo sciagurato abbattimento di un jet di Putin nei cieli di Siria, ma adesso rappacificate ed anzi unite nel comune progetto di prendersi (o per Ankara di riprendersi) la Penisola balcanica.

Sul Financial Times Ivan Krastev ha descritto perfettamente la situazione:

Esiste una crescente probabilità che saranno i Balcani il luogo nel quale gli effetti della nuova “guerra fredda” in Europa verranno sfidati in modo più drammatico, e dunque non dovrebbe sorprendere che la regione sia all’ordine del giorno dei vertici UE, ma la reazione è debole. L’annuncio che la porta del blocco è ancora aperta per i Paesi della regione non è molto importante. Come una barzelletta popolare, la differenza tra gli ottimisti e pessimisti nei Balcani quando si tratta dell’integrazione europea è che gli ottimisti credono che la Turchia diventerà membro dell’UE durante la presidenza albanese, mentre i pessimisti prevedono che l’Albania aderirà durante la presidenza turca. Molti serbi, albanesi, macedoni e bosniaci sono scettici non solo sul futuro dei loro paesi in Europa, ma sul futuro della stessa UE.

La situazione sul terreno è segnata da economie stagnanti con elevata disoccupazione e regimi illiberali retti da capi politici pronti ad abbandonare l’Europa prima del potere, mentre l’ umore delle popolazioni è una combinazione esplosiva di frustrazione, confusione e disperazione. L’enorme esodo di persone negli ultimi due decenni ha lasciato le società prive di massa critica per guidare il cambiamento, e la recente crisi dei rifugiati, insieme ai timori demografici che ha alimentato, ha aggravato un senso pervasivo di disperazione e pessimismo. La crisi politica irrisolta in Macedonia,il tentativo fallito del colpo di stato in Montenegro e una discussione attiva di un referendum sull’indipendenza in Republika Srpska, l’entità serba bosniaca in Bosnia­ Erzegovina, suggeriscono come potrebbe apparire il futuro della regione.

Difficile usare parole più chiare, ma ecco che come sempre accade in natura come in politica, dove si forma un vuoto a riempirlo arriva qualcosa, e quel qualcosa oggi si chiama partnership strategica russo-turca, con l’appoggio interessato dei cinesi, mentre per l’Europa, si sta semplicemente infrangendo l’illusione di governare tutto attraverso il danaro e le norme imposte.

A Bruxelles molti pensavano che dispensando fondi di preaccesso (cinque miliardi di euro solo alla Serbia) e promuovendo accordi di libero commercio le società ex jugoslave si sarebbero progressivamente avvicinate ai nostri standard, e invece oggi se l’ Unione europea è il principale partner commerciale dei Balcani questo non è più sufficiente a mantenerli nella sua sfera d’influenza. La nuova realtà dell’area è che gli europei non possono più contare sugli Stati Uniti per garantire la pace e la stabilità, i Balcani non saranno mai una priorità per Donald Trump e la sua amministrazione non sarà neppure disposta a difendere i musulmani della regione.

Questo spiega perché è nella Penisola piuttosto che nel Baltico che Mosca é tentata di dimostrare la vulnerabilità del Nato. Ed è proprio qui che anche il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, potrebbe avere il maggior successo nella voglia di dare una lezione agli europei. È quindi illusorio per l’Unione europea il pensare di poter riprendere l’influenza nei Balcani semplicemente con il mantra dell’impegno per l’integrazione o dispensando un po’ più di danaro. Bruxelles dovrebbe essere pronta a rendere i Balcani una priorità, ma al momento ha tutt’altre rogne e dunque è inutile attendersi colpi d’ala.

In questo spazio comincia dunque ad avanzare l’alleanza russo-­turca, che intende camminare spedita seguendo i percorsi dell’energia, e più esattamente quello di un nuovo gasdotto South Stream che aggiri il divieto europeo separando proprietario e gestore delle condotte, e cambi percorso per raggiungere gli stessi obiettivi, ovvero Italia e Paesi confinanti. Il terreno del confronto dunque sta cambiando.

Nel gennaio dell’anno scorso il Consiglio europeo per le Relazioni Estere, un think tank su scala continentale, ha pubblicato uno studio sulle cosiddette “guerre di connettività”, prevedendo che in futuro i veri scontri “non saranno per l’aria o i territori ma piuttosto per le infrastrutture interconnesse dell’economia globale”. Lo studio ha individuato diversi Stati che hanno la capacità di essere i principali attori in queste guerre del futuro. Gli Stati Uniti, per esempio, sono identificati come “superpotenza finanziaria”, mentre la Cina è considerata una “superpotenza di costruzione” basata sull’influenza del Paese nelle infrastrutture. In Europa, l’Unione europea è definita una “superpotenza normativa” a causa della sua influenza sulle normative globali attraverso il mercato unico, mentre la Turchia è considerata una “superpotenza migratoria” poiché può influire fortemente sul flusso di persone.

Teniamo ben presente quest’ultima definizione: la Ue ha negoziato un accordo con la Turchia che mirava a fermare il flusso dei rifugiati verso Europa, ma le recenti tensioni tra l’Unione europea ed Ankara fanno dubitare del fatto che questo accordo reggerà, e se la situazione peggiorasse la ricaduta sarebbe più acuta proprio nei Balcani occidentali. Il gioco insomma si fa sempre più duro, ma è anche vero che chi saprà giocarlo potrà contare su dividenti più ampi.

La Turchia oggi appare come il Paese che più seriamente ha preso in mano i destini della Penisola: per ovvie ragioni storiche nei Balcani si sente come e casa, negli ultimi vent’anni ha lavorato più di ogni altro per l’integrazione euro­atlantica degli ex Stati jugoslavi, di Romania, Bulgaria e l’Albania . Ankara è tra i primi dieci partner commerciali di qualsiasi Paese della regione ed i suoi investimenti in progetti infrastrutturali e aiuti umanitari sono calcolati in decine di miliardi. La novità oggi sta nel fatto che in un ambiente così incerto, Mosca ed Ankara hanno capito di avere obiettivi diversi che però possono essere perseguiti in maniera coordinata.

Entrambi i Paesi hanno ingenti risorse economiche, e se anche la Turchia si propone come campione dei musulmani balcanici mentre la Russia sostiene di proteggere gli slavi ortodossi, in questa fase storica a prevalere sono gli interessi comuni. Ed il principale interesse è quello dell’energia.

Negli anni scorsi la Russia aveva riunito una coalizione di governi, da Belgrado a Sofia, a Banja Luka a Skopje a Zagabria, dietro il gasdotto South Stream, ma poi lo scontro con l’UE ha decretato la morte del progetto. La condotta poi è rinata in versione diversa, ossia come grande connessione energetica fra Russia e Turchia, e adesso può trovare un nuovo sviluppo che la sospinga più a Nord.

Per dirla più semplicemente, ci sono numerosi indizi che il progetto South Stream stia per rinascere con un percorso diverso, partendo dal territorio turco ed attraversando Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria. Per aggirare i divieti europei la Russia continuerebbe a fornire il gas, che però sarebbe distribuito attraverso un’azienda turca. La Turchia ha già espresso un orientamento multipolare accettando il New South Stream nel suo territorio, e se i due Paesi raggiungeranno un accordo sulla Siria (cosa sempre meno improbabile) allora sarebbe logico prolungare il gasdotto per consentirgli di raggiungere l’Italia e l’Europa centrale. Fino a qualche mese fa tutto questo sarebbe parso pura fantascienza, e invece può accadere dopodomani.

Ankara vuole riprendersi i Balcani ultima modifica: 2017-06-07T19:44:53+02:00 da GIUSEPPE ZACCARIA

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento