La vita è un risveglio

"Fissando il sole": psichiatria esistenziale e filosofia nelle riflessioni di Irvin D. Yalom
scritto da ROBERTO ELLERO

La morte? Niente paura, diceva il buon Epicuro: quando c’è lei non ci siamo noi, una condizione del non essere che abbiamo pur “conosciuto” – senza particolari traumi – prima di nascere. Attenzione piuttosto al dolore, alla sofferenza, al patimento, quelli sì da evitare mediante una condotta all’insegna della regolatezza, del buon senso, tutt’altro che le sfrenatezze edonistiche con cui per secoli, almeno sino ai lumi del razionalismo, la vulgata soprattutto cristiana ha inteso bollare e rimuovere il pensiero epicureo. Alla cui grandezza e attualità fa invece esplicito riferimento lo psichiatra e scrittore Irvin D. Yalom in Fissando il sole, summa di riflessioni fra terapia, filosofia e letteratura, un saggio del 2008 ora in libreria per la traduzione di Serena Prina e le cure di Neri Pozza, abituale editore italiano dell’autore, che insegna alla Stanford University e vive a Palo Alto, California, mai dimentico delle sue umili origini, ebreo nato e cresciuto in uno dei quartieri più poveri di Washington. Senza credenze ma sorretto da un’incrollabile etica umanistica.

L’autocoscienza è un dono supremo, un tesoro prezioso quanto la vita. E’ ciò che ci rende umani. Ma il prezzo per ottenerla è alto, ed è la ferita della mortalità. La nostra esistenza è per sempre adombrata dalla consapevolezza che cresceremo, giungeremo a maturazione finché, inevitabilmente, avvizziremo e infine moriremo.

Irvin D. Yalom

La riflessione di Yalom parte da lontano, dall’eroe babilonese Gilgamesh, che in morte dell’amico Enkidu dà sfogo al proprio dolore:

Tu sei divenuto oscuro e non mi puoi sentire. Quando morirò non sarò anch’io come Enkidu? La tristezza mi entra nel cuore. Io ho paura della morte.

Ed è intorno a quel nucleo di angoscia primigenia e permanente nel tempo, foriera di patimenti e nevrosi, che si dipana il racconto dell’autore, testimone partecipe di una medesima condizione umana:

Condivido la paura della morte con ogni essere umano: è la nostra ombra oscura dalla quale non ci separiamo mai.

Quando racconta dei suoi pazienti, il ricordo di Yalom non si fa mai professorale, palesando un’empatia autentica, mai esposta alla reductio del cosiddetto caso clinico. Piuttosto, un dialogare ininterrotto, chiedendo al paziente di interrogarsi egli stesso sul proprio disagio e di indagarne, ben oltre le apparenze, le cause, spesso riconducibili al senso di finitudine. E crescere insieme a lui sino a provocare ciò che Yalom chiama l’esperienza di risveglio (awakening experience): non una miracolosa guarigione, bensì la consapevolezza di sé, viatico di una vita più piena, autenticamente vissuta, virtuosa nell’estendere anche agli altri gli effetti benefici del proprio realizzarsi, cerchi che vanno dilatandosi nell’acqua, persino al di là della nostra stessa esistenza.

La terapia di Yalom è di impronta esistenzialista e si muove volentieri nei territori della metacultura, facendo tesoro delle esperienze artistiche che meglio hanno saputo cogliere il disagio del “ vivere soggiogati” e l’esperienza del sapersene liberare: il Bergman di Sussurri e grida, per esempio, dove soltanto la cameriera Anna trova la forza di stringere a sé la morente protagonista Agnes, un abbraccio che vale tutto, “carne contro carne”. E la filosofia naturalmente, taluni filosofi in particolare, richiamati in vita da Yalom in altri suoi lavori, fra realtà storica e immaginazione romanzesca. Ricordiamo Le lacrime di Nietzsche (1992), dove la disperazione del filosofo, tradito da Lou Salomé e prossimo al “parto” del suo Zarathustra, varrà l’esperienza di un doppio “risveglio”: per il medico che l’ha in cura, Josef Breuer, mentore del giovane Freud nella Vienna del 1882, ossessionato da una giovane paziente di cui s’era invaghito, e per sé. La scoperta di potersi fidare, il dono prezioso di un’amicizia.

La stessa amicizia – dialettica, assai combattuta – che regola il gruppo in terapia dal dottor Julius Hertzfield ne La cura Schopenhauer (2005): il terapeuta scopre di avere non più di un anno di vita davanti e decide di spendere quel tempo per vivere com’è sempre vissuto, con una sola variante: occuparsi, molti anni dopo, del suo paziente più ostico, un dongiovanni compulsivo, votatosi nel frattempo al pessimismo di Schopenhauer, associato suo malgrado al gruppo di terapia, mentre il racconto ci manda in parallelo frammenti del non facile vissuto del filosofo del Mondo come volontà e rappresentazione.

Stesso copione, infine, ma con esiti ancora più sorprendenti, nel successivo (ed ultimo a oggi) Il problema Spinoza (2012), dove la grandezza del filosofo olandese rivive a distanza di secoli nello scontro con Alfred Rosenberg, teorico del nazismo e suo “ignaro” discepolo, incapace di “ realizzare” che quella mente così eccelsa sia appartenuta ad un popolo, ad una “razza”, che egli stesso ora si ostina a denigrare e a voler sterminare in nome di un’assurda superiorità ariana.

Termino la lettura di Fissando il sole (che come la morte non si può guardare in faccia, François de La Rochefoucauld, in esergo al libro) e incontro un’amica che non vedevo da tempo. Me la ricordavo imbronciata, diciamo pure spesso incazzata, anche per dispiaceri non facili da spiegare. Ora invece è sorridente, mi abbraccia, spiegandomi che è appena uscita dall’ospedale. La solita mammografia di routine, dice, ma il medico non era convinto, mi ha chiesto di rifare la lastra. Come non pensare al peggio? Oddio, ci siamo… E invece no, quella macchiolina non era nulla. La vita riprende, meglio di prima. Molto meglio. Due baci. Dai, vediamoci… Penso al buon Yalom e ai suoi risvegli. Grazie.

La vita è un risveglio ultima modifica: 2017-06-10T16:00:08+00:00 da ROBERTO ELLERO

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