La questione israeliana

Il tema dell’identità e del "confine", che accompagna Israele fin dalla sua nascita, torna d'attualità, nella ricorrenza della vittoria di Tsahal nella Guerra dei Sei Giorni
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Se c’è un Paese dove la memoria collettiva è da sempre politica, questo Paese è Israele. E ciò non è solo il lascito della più grande tragedia che la storia dell’umanità abbia conosciuto: la Shoah. Non è solo la memoria dei sei milioni di ebrei vittime della ferocia nazista che è parte fondante dell’identità nazionale israeliana.

Il tema dell’identità accompagna Israele fin dalla sua nascita, dalla fondazione dello Stato (maggio 1948) “focolaio nazionale del popolo ebraico”. D’allora sono trascorsi 69 anni. Anni che Israele ha combattuto in trincea, tra guerre e difesa dal terrorismo. E la “trincea” è diventata, anch’essa parte dell’identità nazionale, un aspetto precipuo di una psicologia di massa trasversale alle varie anime d’Israele, che va ben oltre le stesse divisioni politiche. Per questo ho sempre considerato un errore, che pure ha segnato decenni di riflessione saggistica e giornalistica, guardare Israele come riflesso della “questione palestinese”.

Un errore gravissimo di percezione. E così ecco che, soprattutto a sinistra, l’israeliano “buono” era quello che più si apriva alle ragioni palestinesi, e quello “cattivo” era il colonizzatore, il falco, l’oltranzista. Il fatto è che anche quando, in un futuro si spera non indefinito, la questione palestinese troverà soluzione, politica non militare, resterà, irrisolta e forse irrisolvibile, la “Questione israeliana”.

Israele si prepara alla guerra, 1967 (Photo: IDF Archives)

Che sia così lo testimonia il dibattito che ha accompagnato la celebrazione del cinquantesimo anniversario della vittoria di Tsahal nella Guerra dei Sei Giorni. Un dibattito vero, che non è rimasto racchiuso nella ristretta cerchia degli storiografi o della élite intellettuale. Perché quella Guerra ha davvero cambiato il corso della Storia in Medio Oriente e influito sui destini politici d’Israele ancor più della guerra d’indipendenza che accompagnò la nascita dello Stato ebraico.

Quei Sei giorni, infatti, cambiarono radicalmente la percezione che Israele aveva di sé, del suo ruolo nel mondo. Una guerra di difesa, contro le armate arabe, si trasforma, o meglio viene trasformata, in un Segno divino indirizzato al “popolo eletto”, a indicare una missione alla quale non può sottrarsi. Questa narrazione, come ha ben scritto uno dei più autorevoli storici israeliani, Zeev Sternhell, rompe con il pionierismo sionista, che aveva sempre privilegiato l’idea, il concetto di Stato su quello di Terra.

Nell’orizzonte culturale del sionismo non era contemplata una visione messianica-nazionalista d’Israele. La conquista dei luoghi santi di Gerusalemme viene rielaborata in una chiave ideologica che da subito aveva preoccupato i due “eroi” di quella Guerra: il ministro della Difesa, Moshe Dayan, e il capo di stato maggiore di Tsahal, Yitzhak Rabin.

A farsi strada è la sacralità di “Eretz Israel”, che in quanto tale non è data come materia disponibile per qualsiasi politico. La Terra è Dio. È il trionfo del revisionismo sionista di Zeev Jabotinsky, l’humus culturale e ideologico su cui è cresciuta la fortuna politica della destra israeliana.

Uzi Narkiss, Moshe Dayan e Yitzhak Rabin a Gerusalemme durante la Guerra dei sei giorni (Photo: IDF archives)

In questa narrazione, la questione della sicurezza, che pure segna da sempre la quotidianità della popolazione israeliana, ha un ruolo tutto sommato secondario. Il punto centrale è che la Terra d’Israele non è negoziabile. È una questione identitaria, e dunque metapolitica. Affrontarla significa rileggere la storia d’Israele, dalla sua fondazione ad oggi, e assieme ad essa, quella, non meno complessa e tormentata, della diaspora.

Emblematico di ciò è il dibattito aperto dai tempi degli accordi di Oslo-Washington (1992-1993) centrato sul tema dei “confini”. D’allora ad oggi, non c’è dichiarazione di un leader politico occidentale, europeo in particolare, che non evochi un accordo di pace fondato sul principio “due popoli, due Stati”.

Nelle innumerevoli, e fallimentari, sessioni negoziali, si è discusso e litigato su quali “sacrifici” territoriali Israele avrebbe dovuto compiere per dare corpo alla soluzione “a due Stati”: i confini antecedenti alla Guerra dei Sei giorni, ripetono i dirigenti palestinesi, brandendo le risoluzioni Onu 242 e 338, ma non si può tornare a cinquant’anni fa, nel frattempo la realtà è cambiata, ribattono i governanti israeliani, con diverse tonalità a seconda se sono di destra o, per ciò che ne resta, di sinistra. Discussioni puntualmente arenate.

Una delle ragioni, a mio avviso tra le più importanti, è che, visto da Israele, il tema del “confine” è inscindibile da quello di una riformulazione della propria identità nazionale. Ha ragione Abraham Yehoshua quando sostiene che porsi, da parte israeliana, il tema del “confine” significa fare i conti con la coscienza del limite. E dunque far prevalere l’idea di Stato (perché è proprio di uno Stato avere confini, frontiere, limiti) su quello di Nazione, che come tale può proiettarsi in una dimensione sovrastatuale innestandosi su una visione “sconfinata” del proprio essere popolo.

Il muro, le figure iconiche della Guerra dei sei giorni, sullo sfondo Gerusalemme (http://forward.com/)

Su queste basi, ecco che le due “anime d’Israele” non si definiscono più nella dicotomia tradizione destra-sinistra, pace-guerra, bensì secolarizzazione versus integrismo religioso, Tel Aviv “versus” Gerusalemme… Il tema del “confine” come limite porta con sé la questione degli insediamenti e chiama in causa l’altra grande dicotomia su cui si gioca l’identità d’Israele e, alzando lo sguardo, il futuro stesso del Medio Oriente: compromesso-fanatismo.

Scrive Amos Oz:

Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte.

La “questione israeliana” ne è parte.

La questione israeliana ultima modifica: 2017-06-12T17:48:20+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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