Se Renzi smettesse di essere Renzi

Pur piccolo e denso di significati locali, il test elettorale di domenica offre indicazioni rilevanti sulle possibili prossime dinamiche nella politica nazionale. Indicazioni perfino promettenti per il centrosinistra. Se...
scritto da PATRIZIA RETTORI

Come ora si vede, non era una stravaganza immaginare che il test amministrativo, pur piccolo e denso di significati locali, avrebbe avuto un impatto pesante sulla geografia politica nazionale. È vero che i conti reali si faranno dopo i ballottaggi, ma già adesso emergono indicazioni consistenti, e per certi versi spiazzanti, dal verdetto delle urne.

I risultati delle liste dicono che i Cinque Stelle sono andati male ma non malissimo, che il Pd ha perso voti, come li ha persi Forza Italia, che la Lega è andata bene al Nord ma non esiste al Sud tranne casi isolati. L’analisi dei flussi spiega che molti degli elettori perduti si sono rifugiati nell’astensione, alta come non mai, ma anche che una grossa fetta di quelli che hanno votato sono, per così dire, tornati a casa. Vale a dire che una parte di quelli che avevano abbandonato il centro destra per Renzi ha fatto il percorso inverso, così come quelli che hanno abbandonato il M5S per tornare al Pd o a Forza Italia.

Ma sarebbe un’illusione pensare che questa scelta sia definitiva: l’impressione che se ne ricava è piuttosto di un’estrema volatilità dell’elettorato, che cerca punti di riferimento e non li trova. La legge elettorale vigente mette al riparo i Comuni dal rischio di instabilità, ma a livello nazionale è tutta un’altra storia. Fallito l’accordo sul sistema simil tedesco, resta in campo il proporzionale del Consultellum, a meno di un’improbabile ripresa del dialogo tra le forze politiche. Va da sé che, con l’aria che tira ne nascerebbe un Parlamento ingovernabile. E nessuno degli attori politici in campo sembra avere la ricetta per uscirne. Anzi, sembrano tutti affetti da un’estrema miopia, intenti come sono a studiare sistemi per trarre il massimo vantaggio dalla situazione esistente senza preoccuparsi delle strategie che potrebbero delineare un assetto futuro. Sia per i loro partiti che per l’intero Paese.

In questa partita, va detto subito, le carte migliori le ha in mano Berlusconi. L’esito del voto dice che il centro destra unito ha serissime possibilità di vittoria e che il suo elettorato è pronto a mobilitarsi nuovamente come ai tempi d’oro. Naturalmente ci sono dei problemi. Due problemi, per l’esattezza. Il primo è Salvini: se insisterà a presentarsi come il leader dell’intera coalizione finirà per far saltare tutto.

Il secondo problema è l’individuazione di un candidato credibile per Palazzo Chigi, visto che Berlusconi è fuori gioco. Il Cavaliere ha il compito di individuarne uno convincente per tutti, elettori compresi. Se ci riuscirà manterrà il ruolo di dominus dell’intero schieramento e avrà concrete possibilità di vincere la partita. Gli esperti della materia spiegano che Salvini ha già cominciato una manovra di riconversione per rientrare in questo alveo. Vedremo. Ma Berlusconi dovrà anche rinunciare al feeling con Renzi per tornare a vederlo come antagonista. E non sarà facile.

Non sarà facile, del resto, neppure per Renzi. Il quale finora ha reagito come ha sempre fatto nella lunga serie di sconfitte che sono seguite al miracoloso 41 per cento delle ultime elezioni europee. è andata bene, ha detto, ora pensiamo ai ballottaggi. Ma non è vero che è andata bene. Il Pd continua a perdere voti e a litigare con le forze alla sua sinistra. L’offerta di dialogo a Pisapia è suonata insultante agli orecchi del destinatario, che probabilmente soffre la presenza ingombrante di personaggi come D’Alema e Bersani ma non può accettare che Renzi ne pretenda l’esclusione. Da parte loro, gli scissionisti replicano vietando all’attuale segretario del Pd di candidarsi a Palazzo Chigi, richiesta chiaramente irricevibile per il Pd.

In un mondo ideale ci vorrebbe un generale bagno di umiltà: D’Alema e Bersani dovrebbero ritagliarsi un ruolo “alla Prodi”, da consiglieri ascoltati ma lontani dalla prima linea. Difficile, ma non impossibile. Renzi, invece, dovrebbe accontentarsi per ora della segreteria del partito, incoraggiando Pisapia a costruire davvero il suo “campo progressista”, in modo da trasformare il pulviscolo di sinistra in un alleato affidabile del Pd, e scegliendo insieme a lui un frontman per Palazzo Chigi. Il guaio è che per fare questo Renzi dovrebbe smettere di sognare l’abbraccio con Berlusconi, smettere di voler fare tutto da solo, smettere di pretendere solo obbedienza. Dovrebbe cioè smettere di essere Renzi. Non accadrà, ed è difficile che finisca bene per il centro sinistra.

Chi potrebbe guadagnarci, invece è Grillo. Che è andato male alle amministrative per molte ragioni, dalla mancanza di personale politico alla litigiosità intestina, ma anche per l’orgogliosa solitudine di chi non vuole alleati. Neppure le liste civiche, vecchissima tecnica dei partiti per rastrellare consensi nelle elezioni locali. Se ereditasse elettori da un centro sinistra in dissoluzione per lui sarebbe una manna. Magari finirebbe per essere sospinto a sinistra, visto che il suo vero avversario sarebbe il centro destra. Ma questa è fantapolitica. Almeno per ora.

Se Renzi smettesse di essere Renzi ultima modifica: 2017-06-13T16:48:55+00:00 da PATRIZIA RETTORI

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