Stallo messicano

Le dinamiche politiche nel centrosinistra sottese alla nascita e alla morte del “Fianum” ipotecano il varo di una nuova legge elettorale. La cronaca, tra veti e impotenza.
scritto da GIOVANNI INNAMORATI

Una delle riprese “cult” della storia del cinema è l’indimenticabile scena nel cimitero in “Il buono, il brutto e il cattivo”, uno dei capolavori di Sergio Leone: Il Biondo (Clint Eastwood), Tuco Ramirez (Eli Wallach) e Sentenza (Lee Van Cleef) si puntano la pistola reciprocamente in circolo, così che ognuno di essi può colpire ma può anche essere colpito. Lo “stallo alla messicana” ripreso poi da “Dio perdona, io no” di Sergio Colizzi, e più recentemente dal massimo cultore di “spaghetti western”, Quentin Tarantino, in diversi suoi film (“Le Iene”, “Pulp Fiction”, “Bastardi senza Gloria”).

Questo stesso “stallo alla messicana” è alla base delle diverse proposte di riforma elettorale avanzate dal principale partito presente in Parlamento, il Pd. A tenere in mano la Colt Navy sono oggi Giuliano Pisapia, che la punta su Matteo Renzi, il quale punta la propria su Massimo D’Alema, che a sua volta punta la sua Remington (era la pistola di Sentenza-Van Cleef) contro Giuliano Pisapia. Finché non si risolverà questo “triello” interno al centrosinistra, lo stallo potrebbe portare a un nulla di fatto, cioè ad elezioni con le due attuali norme elettorali frutto di due sentenze della Corte costituzionale, il Consultellum per il Senato, e l’Italicum (o Legalicum) per la Camera. Infatti ogni legge elettorale presuppone un sistema politico e quindi un sistema di partiti. Ripercorrere la cronologia degli eventi ci aiuta.

Come si ricorderà nell’autunno 2016, prima del tragico esito del referendum del 4 dicembre, e dello strappo dell’allora sinistra interna del Pd, Giuliano Piasapia scese in campo. Prima, in una intervista a la Repubblica del 18 settembre, mise in guardia dalla “guerra fratricida” a sinistra, e poi, in un nuovo colloquio con il quotidiano diretto da Mario Calabresi, il 18 novembre, diede il suo appoggio alla riforma costituzionale e ammonì contro la “frattura senza ritorno” nella sinistra. La sua facile previsione di allora si è puntualmente verificata:

io non credo che, in caso di vittoria del No al referendum, avremo un anno di tregua nel quale sarà possibile lavorare per riorganizzare il Paese. Vedo invece un Parlamento ancora più diviso, paralizzato e un periodo di instabilità politica che non farebbe bene al Paese, alla sua credibilità a livello internazionale e che avrebbe riflessi negativi anche a livello economico e sociale.

La sua proposta era quella di un nuovo grande centrosinistra unito, un Campo Progressista, alternativo alla maggioranza di governo necessitata nella legislatura in corso. Appena tre giorni dopo lo svolgimento del referendum costituzionale, il 7 dicembre, l’ex sindaco di Milano, ancora su Repubblica, ha esplicitato il suo progetto.

Serve un’alleanza aperta, diamole un nome: Campo Progressista, che riunisca le forze di sinistra in grado di assumersi una responsabilità di governo. Non per motivi di potere ma per fare le cose di sinistra. Intendiamoci: anche questo governo ha fatto cose di sinistra, penso alle unioni civili, ma ha dovuto fare anche altre cose che nascevano dalla necessità di arrivare a un compromesso con un partito di centro-destra.Vanno unite associazioni, liste, pezzi di Sel e di Sinistra italiana [in un progetto che il 18 dicembre Piasapia lanciò a Roma in una affollata Assemblea al teatro Brancaccio].

Il progetto di Pisapia ricevette immediatamente lo stop da quella parte della minoranza Dem che promosse successivamente la scissione. Enrico Rossi, governatore della Toscana, spiegò egregiamente il perché lo stesso 7 dicembre: “l’operazione di Pisapia rischia di essere meramente ancillare e di servizio, di apparire come un soccorso portato a Renzi fuori tempo e fuori contesto”. Proprio nel momento di massima debolezza del segretario Pd, dopo l’uppercut del 4 dicembre, ecco dall’ex sindaco di Milano una “stampella” per lui.

A sinistra, purtroppo, è invalso il vizio della delegittimazione morale di chi ha proposte diverse, e Pisapia fu addirittura accusato di avere “ambizioni personali”.

In una successiva intervista a La Stampa, il 9 dicembre, un Pisapia un po’ stizzito spiegò nuovamente le sue idee e rintuzzò le accuse:

Vorrei che fosse chiaro: non ho alcuna ambizione non sono la stampella di nessuno. Mi interessa ricostruire a sinistra, ma anche che passi un nuovo linguaggio, un modo diverso di essere che non allontani più le persone dalla politica.

Il barcollante Renzi, proprio il 7 dicembre, durante la Direzione del Pd, la prima in cui si presentava da semplice segretario e non più da premier, ovviamente aprì a Pisapia: “Pisapia ha iniziato a porre questioni tutt’altro che banali: il tema c’è, è chiaro e forte, e lo affronteremo più avanti”.

Tornando alla metafora iniziale, potremmo dire che Pisapia, puntava la sua Colt contro Renzi. E’ chiaro che, rilanciando la prospettiva di una coalizione, e candidandosi a federatore – allora si parlò di un nuovo Prodi – Pisapia metteva in discussione l’impostazione che il segretario dem aveva sino ad allora perseguito e che era sintetizzata nella legge elettorale, l’Italicum: premio di maggioranza al partito vincitore, e non alla coalizione, con il suo segretario candidato alla premiership.

In più, in una nuova coalizione di centrosinistra, dopo i continui strappi dal 2013 (non dimentichiamo quello di Vendola da Bersani sull’elezione del Presidente della Repubblica e sulla nascita del Governo Letta), difficilmente il leader sarebbe potuto essere il segretario del Pd, cioè Renzi. Ma questi fece buon viso a cattivo gioco.

Sta di fatto che il Pd di Renzi, approvò ufficialmente come propria proposta di legge elettorale il Mattarellum, cioè una legge che comporta coalizioni per poter vincere nei collegi uninominali maggioritari. L’Assemblea nazionale dem, riunitasi il 18 dicembre all’Hotel Ergife a Roma, approvò la relazione di Renzi con questa precisa proposta. L’allora minoranza bersaniana si astenne e non votò contro Renzi, proprio perché condivideva la proposta sulla legge elettorale.

Poi però successe qualcosa che i resoconti parlamentari della Commissione affari costituzionali della Camera raccontano eloquentemente, assieme alle cronache politiche.

Dal maggioritario al proporzionale

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 26 gennaio 2017, la numero 35 del 2017, sono rimasti in campo i due sistemi per i due rami del Parlamento. Per il Senato il Consultellum, un proporzionale con soglia dell’otto per cento su base regionale, con possibilità di presentarsi in coalizione, e con la preferenza unica: alla Camera l’Italicum a cui la Consulta aveva tolto il ballottaggio, e quindi un proporzionale con soglia al tre per cento, premio di maggioranza al partito che supera il quaranta per cento e doppia preferenza di genere. Una situazione per la quale il presidente Sergio Mattarella aveva chiesto ai partiti di trovare una “intesa larga” per una riforma che armonizzasse i due sistemi.

Il 9 febbraio è iniziato l’esame in Commissione Affari costituzionali della Camera, con un numero via via crescente di proposte di legge, che alla fine hanno raggiunto il numero di 32. Dopo le prime sedute di illustrazione delle diverse proposte, di audizioni di esperti e di discussione generale, il presidente della Commissione e relatore, Andrea Mazziotti, chiese il 21 febbraio con una lettera ai gruppi di pronunciarsi sul tipo di modello da essi preferito, in modo da metterlo in grado di proporre un testo base che avesse una ampia base di condivisione.

Il Pd, con il capogruppo Emanuele Fiano, chiese il 21 marzo, di partire dal Mattarellum e in particolare dalla pdl a prima firma di Michele Nicoletti (AC 4166). Ad appoggiare questo sistema furono oltre ai dem (21 voti in Commissione), anche Lega (due voti), Ala-Sc (un voto), Svp (un voto) e Direzione Italia (1 voto).

Il fronte pro Mattarellum, con 26 voti totali su 49, aveva la maggioranza in Commissione, e lo stesso si poteva dire per l’Aula della Camera, oltre a coinvolgere sia partiti della maggioranza di governo (Pd e Svp) che dell’opposizione (Lega, Direzione Italia e Ala-Sc). Ma in Senato queste forze non sarebbero bastate a mandare avanti il Mattarellum: quindi sarebbe stato decisivo il pronunciamento di altri gruppi che avevano numeri significativi a Palazzo Madama: in particolare Mdp, Ap o Fi. Ebbene dopo il “non possumus” di Ap e Fi a questo modello maggioritario espresso il 22 marzo (ma il giorno dopo in Ufficio di Presidenza Fiano insistette su di esso visti che i numeri in Commissione c’erano), il De Profundis arrivò il 28 marzo proprio da Mdp, con l’intervento di Alfredo D’Attorre in Commissione, che proponeva invece un sistema proporzionale per entrambe le Camere, con soglia al tre per cento.

Che era accaduto? Perché il nuovo gruppo dei dalemiani e bersaniani, formatosi ufficialmente il 28 febbraio, aveva cambiato idea, abbandonando il maggioritario in favore del proporzionale? E qui è utile tornare al “triello”, perché a sfoderare la Remington, è D’Alema che la punta contro Piasapia. E perché mai?

Se l’obiettivo strategico di Mdp è sconfiggere definitivamente Matteo Renzi, allora un passaggio tattico consiste nell’impedire che il progetto di Piasapia faccia da “stampella” a Renzi, magari evitandogli il naufragio con un accordo di coalizione. La scissione – lucidamente progettata da D’Alema che in questo ha convinto Bersani – serve allora a rendere impossibile una coalizione di centrosinistra, guidata o federata da Pisapia: e la rende impossibile puntando sul riflesso pavloviano di Renzi (che infatti si è puntualmente verificato) di porre un veto sugli scissionisti stessi. Renzi ha sfoderato la sua Colt Navy puntandola a sua volta su D’Alema. Ed ecco il perfetto stallo alla messicana.

Dopo il “mai con D’Alema”, ecco che il Pd anche in Commissione ha una svolta proporzionalista, abbandonando il Mattarellum e l’idea di una coalizione: il 12 aprile Fiano interviene in Commissione e afferma che i dem, pur preferendo sistemi maggioritari, sono disposti ad accettare un sistema proporzionale anche se non puro (vale a dire con una soglia di sbarramento un minimo consistente). Il Pd, disse Fiano, secondo quanto si può leggere nei resoconti, “confida nella capacità di sintesi del presidente e relatore” Mazziotti.

Parole che lasciano di stucco in Commissione Giancarlo Giorgetti della Lega e Massimo Parisi di Ala-Sc. Ma Giuliano Pisapia non demorde e insiste sulla coalizione: il 26 aprile, pochi giorni prima delle primarie che confermano Renzi come segretario, il promotore di Campo Progressista incontra a Roma un folto gruppo di parlamentari del centrosinistra che fanno riferimento a lui e insiste: va bene un sistema proporzionale, purché abbia un premio di maggioranza alla coalizione e non alla lista.

Nell’incontro, svoltosi in una sala antistante alla Camera, parlamentari come Bruno Tabacci o Mario Catania appoggiano questa impostazione, ma quelli di Mdp frenano.

Sta di fatto che c’è un nuovo breve colpo di scena e l’11 maggio, alla vigilia della presentazione da parte del relatore Mazziotti del testo base, in Commissione Fiano annuncia un nuovo ripensamento del Pd: il partito lancia un sistema misto, con il cinquanta per cento dei seggi uninominali e il cinquanta per cento di seggi proporzionali. In sostanza un Mattarellum che implica, come spiega Fiano quel giorno in Commissione, delle coalizioni nei collegi.

Esultano Lega, Ala-Sc, Svp e Direzione Italia mentre Francesco Paolo Sisto di FI e Alfredo D’Attorre protestano e attaccano il Pd. Il giorno dopo Mazziotti presenta sì il testo base, ma si sa che esso nasce morto: è un proporzionale con soglia del tre per cento sia alla Camera che al Senato, oltre a un premio alla lista che supera il quaranta per cento. La settimana successiva Mazziotti lascia il ruolo di relatore a Fiano che il 17 maggio deposita la nuova proposta, quella che prima l’Ansa e poi il resto della stampa battezzano Rosatellum dal nome del capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato. Questi, infatti, assieme a Fiano e a Dario Parrini, avevano elaborato il testo.

Ovviamente Pisapia fa sentire il suo plauso: l’11 maggio, giorno dell’annuncio in Commissione da parte di Fiano della nuova proposta con i collegi uninominali maggioritari, a “Cartabianca” dice che si tratta “di una buona idea, perché nei collegi occorre presentarsi in coalizione”.

Certo questa implica una competition per la leadership, come ammette due giorni dopo in una intervista al Il Mattino. Pisapia esprime nuovamente apprezzamento in una intervista al Corriere della Sera il giorno dopo la presentazione del testo in Commissione, il 18 maggio, ma in direzione opposta esternano tutti gli esponenti di Mdp, con estrema virulenza: il solitamente misurato Federico Fornaro, parla di “autentica truffa”, e missili arrivano da Miguel Gotor, Francesco Laforgia, Alfredo D’Attorre, Davide Zoggia, e soprattutto da Pier Luigi Bersani che invita Pisapia a “ripensarci”. In ogni caso Roberto Speranza annuncia il 18 che Mdp non voterà il Rosatellum nei due rami del Parlamento. Quindi, con buona pace di Renzi e Pisapia, il testo non passerà mai in Senato.

All’inizio la strategia dei dem è quella di far comunque approvare alla Camera il Rosatellum, per poi attribuire la responsabilità del naufragio di tutta la legge elettorale a Mdp e Ap una volta che questa sarà in Senato.

Ma ecco una nuova capriola di Renzi, che si lascia convincere da Berlusconi. L’ex Cavaliere è anch’egli contrarissimo a ogni sistema che implichi coalizioni, perché non vuole avere nulla a che vedere con Lega e Salvini, che invece spingono su maggioritario e Rosatellum. La “proposta indecente” di Berlusconi che convince Renzi è semplice: un proporzionale puro con soglia del cinque per cento e via libera a elezioni anticipate a settembre. Il 21 maggio i media cominciano a parlare dell’intesa e della svolta, e il 22 lo fa il capogruppo Ettore Rosato in una intervista a La Stampa e poi Renzi su Facebook, convocando la Direzione.

Tatticamente però il Pd il giorno dopo – cioè il 23 maggio – fa approvare in Commissione il Rosatellum come testo base della legge elettorale, per lasciarsi una via di uscita in caso di nulla di fatto. Ma le trattative vanno bene e il 31 maggio alle 19,40 Fiano deposita in Commissione un maxi-emendamento che riscrive il Rosatellum in un proporzionale puro, un testo anch’esso scritto a quattro mani con Dario Parrini. La maggior parte dei giornalisti ha parlato di sistema tedesco, ma in realtà esso aveva poco a che vedere con quel modello, specie dopo le modifiche adottate in Commissione nelle sedute tra il 3 e il 5 giugno. Il “Fianum” assomigliava più al vecchio sistema usato dal Senato tra il 1948 e il 1992.

Non voglio entrare nei dettagli tecnici, e mi limito a ribadire il dato di fondo: si trattava di un proporzionale con soglia al cinque per cento, cioè molto alta. Ma soprattutto, ed era la novità dell’ultimo secondo, conteneva la definizione dei collegi e delle circoscrizioni, il che consentiva uno scioglimento immediato delle Camere. Ed è questo ciò che ha tramutato l’atteggiamento di Mdp da positivo a negativo. Infatti se dopo la nuova svolta proporzionalista di Renzi e del Pd, Pisapia si era disperato, il nuovo partito dei bersaniani e dei dalemiani si era detto d’accordo.

Leggo di trattative per arrivare a una legge di stampo proporzionale – affermò Pisapia in una dichiarazione il 23 maggio – e andare così alle urne al più presto. Ci tengo a sottolineare come un simile impianto di legge aprirebbe la via a un governo di larghe intese, proprio mentre il grande popolo del centrosinistra chiede unità per un programma che rilanci il lavoro e le riforme basate su tutti quei valori che da sempre lo contraddistinguono.

Concetti ribaditi il 31 maggio. Lo stesso 23 maggio Bersani aveva contraddetto il leader di Campo progressista, dichiarandosi pronto a “discutere” del nuovo sistema proporzionale:

questa alternativa maggioritario/proporzionale è largamente destituita di fondamento perché se stiamo al quadro disegnato dalla Consulta, è molto poco probabile che con qualsiasi maggioritario ci sia una maggioranza. Quindi sarebbe il caso di dirci che il prossimo giro è molto probabile che a decidere sarà il Parlamento dopo le elezioni.

Anche nei giorni successivi Mdp tenne un atteggiamento dialogante, e in un incontro tra delegazioni del Pd e di Mdp il 25 maggio, arrivò un via libera di massima, restando ferma la possibilità dei bersaniani di presentare emendamenti che Alfredo D’Attorre definì “migliorativi”, ma comunque in numero limitato. A Mdp l’impianto proporzionale con soglia al cinque per cento apriva una doppia prospettiva: evitare la coalizione con Renzi, e “costringere” Pisapia a formare un’unica lista per superare la soglia del cinque per cento.

Il fatto che il “Fianum” definisse collegi e circoscrizioni, avvicinando le urne, non solo ha fatto cambiare atteggiamento a Mdp, che dall’1 giugno vi si è opposto, ma ne ha decretato la fine. Infatti l’8 giugno alle 11,15 del mattino, a silurare la legge in Aula, non furono solo i grillini che si tirarono fuori dall’accordo nel quale erano entrati il 26 maggio, ma anche un congruo numero di franchi tiratori del Pd (circa cinquanta) che di urne anticipate non volevano sentire parlare.

La legge elettorale è dunque “morta” come hanno detto Fiano e Rosato, lo stesso 8 giugno, dopo il naufragio? Probabilmente sì. E’ infatti irrealistico pensare che questa maggioranza possa portare avanti una Legge di Bilancio 2018 impegnativa, mentre si spacca sulle soglie di sbarramento. D’altra parte l’assenza di una legge elettorale che in caso di incidente parlamentare consente al Capo dello Stato di sciogliere le Camere, consente ai vari partiti (Mdp da una parte e Ap dall’altra) di fare i “corsari” in Parlamento per marcare la propria identità rispetto al resto della maggioranza. Quindi gli ultimi mesi della legislatura saranno all’insegna dell’instabilità. “Lo stallo alla messicana” sembra allargarsi e i pistolero con la Colt in mano sono destinati a crescere di numero.

Stallo messicano ultima modifica: 2017-06-17T18:35:40+00:00 da GIOVANNI INNAMORATI

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