Univercity, cioè come costruire una città cyberpunk

Turismo, spazi di relazione, professionalità culturali. Tre partite per innescare una Venezia punkcity. E un soggetto più attrezzato degli altri per interpretare oggi questa sfida
scritto da MAURIZIO BUSACCA LUCIO RUBINI

Abbiamo proposto una cura probiotica per Venezia, dove immaginare una comunità cittadina che si mobilita per costruire visioni per aggregazione e non per sottrazione; sperimenta “progetti di città” che sapranno forse convivere, ma che aprono al futuro con più coraggio.

Abbiamo proposto i probiotici come via per costruire una città meticcia, ibrida, cyberpunk. È una proposta complicata. Per la politica il futuro è un eccezionale dispositivo di potere. Noi rovesciamo la prospettiva: guardare il presente perché per essere libero il futuro deve essere valutato a posteriori, in ragione degli esiti e non dei programmi.

Questa pista complicata prova a contaminare l’attuale discussione su Venezia, costruisce quei presupposti che rovesciano lo schema attuale. È lo schema a cui ci ha abituato la politica veneziana negli ultimi anni:

presentare soluzioni pronto-uso su fronti opposti, incompatibili, distanti e che hanno forza e senso nella delegittimazione reciproca.

Serve iniziare a lavorare con un’altra prospettiva, perché questo approccio non funziona più, non sta producendo nulla. É un gioco delle parti con un effetto evidente: la città è ferma, la discussione è appiattita. Più invochiamo un progetto per il futuro della città e più alimentiamo retoriche vuote, utili solo a consolidare vecchi schemi di gioco ed interessi.

Quello schema non funziona perché dà per implicito che la conoscenza di quello che la città fa e produce sia un esercizio possibile e che questa conoscenza sia funzionalizzabile per una propria idea di città. Così facendo si afferma che l’agenda cittadina sia un qualcosa di dato; è invece il risultato di un loop che si auto alimenta con un vizio di grande autoreferenzialità: dalla classe politica verso la stampa cittadina e viceversa; raramente i gruppi civici riescono a influenzarla, più frequentemente lo fanno gli interessi economici.

Siamo sicuri che sia proprio così semplice comprendere quello che sta succedendo a questa città? E che i problemi siano evidenti e dati una volta per tutte? La risposta è no, e forse è anche per questo che invocare il futuro diventa un gesto astuto per aggirare l’ostacolo.

Conoscere la città dunque. Non si tratta solo di studiarla meglio. Sì, c’è anche molto di questo. Abbiamo l’impressione che si sia fermato il flusso che produceva conoscenza e che in passato funzionava da cinghia di trasmissione con le politiche cittadine; erano esperienze eccezionali come il Coses, l’Osservatorio Casa e i rapporti della Fondazione Venezia, per citare quelli di cui si sente di più la mancanza. Rinunciamo a cercare di comprendere proprio ora che la disponibilità di informazioni e dati è massiva e molto più alla portata di mano.

Per capire alcuni fenomeni, lo stesso turismo, serve cercare con fatica tra i dipartimenti universitari e i lavori che nonostante tutto alcune istituzioni cittadine continuano a produrre. Ma è troppo poco.

Il punto è un altro. Anzi, due:

− Esiste una città complessa, fatta da persone che lavorano, fanno, producono pensiero a prescindere dalla politica e a tutto quello che ci gira attorno. E non è nemmeno la “società civile” che si mobilita attorno ad alcune grosse questioni cittadine. È un magma silenzioso, pensante, che esiste e assiste. Alcune volte ha la forma di associazione, altre volte quella di impresa, in alcuni casi di gruppo di ricerca. È una comunità cittadina che cerca continuamente di comprendere mentre progetta, per bricolage, pezzi di città. Mica piani urbanistici, spesso sono iniziative temporanee o allestimenti più longevi, ma pur sempre pratiche che “fanno città”.

 

− La conoscenza di questo “altro” si può attivare solo attraverso spazi di azione, opportunità per creare, sperimentare, perché questa città “che osserva” si muova e sia autoconvocata a giocare la partita cittadina. È un paradosso quasi banale; molte volte queste realtà sono tra le più attive, pur senza finanziamenti pubblici: tanto attive quanto difficili da intercettare. L’operazione implica un’assunzione di responsabilità importante: cedere al più semplice esercizio del potere tramite la distribuzione di risorse pubbliche e innescare nuovi possibili protagonisti, i cui esiti sono quanto mai incerti.

Allargare l’arena per fare spazio a più attori e aumentare gli spazi di azione. È questa la nostra proposta per far agire in modo più efficace i probiotici e per accrescere la sociodiversità cyberpunk.

Questa proposta rischia di rimanere uno slogan un po’ troppo facile: l’unico modo per evitarlo è puntare subito al bersaglio grosso, senza cercare alibi o protezioni. Il turismo e la produzione culturale sono allora quelle occasione che potrebbero più di altre liberare questi spazi di cittadinanza. Tanto per Mestre che per Venezia. Da dove partire? Proponiamo di metterci al lavoro su tre terreni di sperimentazione.

1 Turismo macchina per innovare. Il primo ambito è proprio quello dell’emergenza turismo. Qui è necessario mobilitare intelligenza, aprirsi con coraggio alle risorse intellettive che questa città ha ancora a disposizione. Per farlo ci devono essere tutte le circostanze, anche materiali, perché questo accada. Una call aperta, che preveda risorse consistenti per far maturare e crescere le idee. Nulla a che vedere con quanto successo negli ultimi quindici anni, dove le idee e le istanze della città su questo tema sono state chiamate a raccolta senza investirci sopra un euro. Questa scelta da sola dice molto sull’ambizione di queste operazioni. I risultati lo hanno confermato.

Insomma, mettere risorse − magari provenienti dall’aumento annuale delle entrate turistiche − per alimentare nuove iniziative per cercare forme di compatibilità tra turismo e residenza. Non due spiccioli, serve il carico grosso. Per Venezia forse è tardi ormai: oltre il ponte però c’è una parte di città ancora recuperabile.

 

2 Da spazi a luoghi. Non si tratta solo delle grandi aree dismesse e riconvertibili, o di un numero in continua crescita di piccoli immobili pubblici e privati il cui utilizzo (o la semplice manutenzione) anziché opportunità diventa spesso un problema di costi o di sicurezza sulle spalle della collettività. Si tratta soprattutto di spazi di relazione, luoghi insomma.

Anche in Italia questo tipo di esperienze sono ormai consolidate come la via “inevitabile” che hanno i soggetti pubblici per provare a estrarre ricchezza dal proprio patrimonio inutilizzato. Smettiamo di guardare con ammirazione ai bandi del Mibact, del Demanio, di Anas o di FS.

Sono buone pratiche? Imitiamole. Pensare però a forme di call for ideas è ingenuo e rischia di essere dannoso; servono progetti di innovazione sociale e culturale che non mettano per forza la sostenibilità economica in cima alle priorità ma che si impegnino nella ricerca di forme innovative di partecipazione, condivisione, cooperazione.

 

3 Professionalità culturali. Ma è possibile che nella città delle Biennali, del Carnevale, del Redentore, della Mostra del Cinema i lavoratori e le lavoratrici culturali siano messi alla frusta? Lavori sottopagati, se pagati. Gente con due lauree, un master e un dottorato che vorrebbe fare curatela e si ritrova a montare e smontare scenografie, subito dopo aver servito il prosecco al vernissage. Organizzatori e produttori che cannibalizzano ogni velleità artistica degli eventifici cittadini.

Fondi e immobili inutilizzati e negati a commercianti locali per due terzi dell’anno perché affittarli a organizzazioni straniere nei mesi restanti rende più del doppio. A questi problemi viene spesso data una risposta, che in larga misura rispecchia la realtà: le professionalità e le competenze disponibili in città non sono all’altezza del ruolo della città nel panorama mondiale della cultura. La soluzione non è solo importare talenti – benvengano! – è anche aprire scuole nelle quali perfezionare questi artigiani dell’innovazione culturale. Un fablab ante-litteram come quello di Francesco Squarcione da Padova: è quello di cui oggi abbiamo più bisogno.

Uno, due, tre. Tutti fattibili, oggi. Serve solo un attore che chiami i giocatori perché, come da piccoli nel campetto sotto casa, nessuno può fare da solo, serve sempre chi porta il pallone.

Ultimo esercizio: immaginare chi può essere questo attore. Proviamoci. Non il mondo imprenditoriale; le associazioni di categoria non pervenute.

L’amministrazione comunale in questi ultimi anni di paralisi si è già giocata il credito che i cittadini le avevano dato. L’associazionismo è in una delle sue fasi carsiche di immersione e pare che serva ancora un po’ di tempo perché riemerga. I partiti? avanti il prossimo.

C’è un attore che potrebbe avere quasi tutte le caratteristiche necessarie per fare da punto di innesco. E se fosse l’università? Non perché fuoriclasse, ma perché autorevole e affidabile; capace di spronare gli altri e di garantire opportunità d’azione. E giù di nuovo a rovesciare la frittata.

Da trent’anni continuiamo a sostenere che l’università è una delle poche potenziali basi economiche alternative al turismo; il discorso è completamente diverso: all’università mica chiediamo di accettare questa sfida facendo ciò che le viene più facile, cioè corsi di laurea. Qui si tratta di ingaggiare un dialogo continuo, serrato, aspro e in alcuni casi controcorrente con la società locale. Non è detto che l’università lo saprà fare. Però intanto invitare è lecito, rispondere è…

Univercity, cioè come costruire una città cyberpunk ultima modifica: 2017-06-17T14:49:54+00:00 da MAURIZIO BUSACCA LUCIO RUBINI

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