Lo scandalo di scomunicare mafiosi e corrotti

Nella decisione di scomunicare il malaffare non c'è una dimensione solo italiana. C'è il tratto fondante del pontificato di Francesco e della sua capacità di intendere e dare una bussola etica alle mille rivolte che s'accavallano in questo inizio di millennio
scritto da RICCARDO CRISTIANO

In Vaticano, ora lo sappiamo ufficialmente, si studia come scomunicare mafiosi e corrotti. La notizia ha dell’epocale, nel senso che in essa c’è il tratto fondante di questo pontificato e, a mio avviso, della sua capacità di intendere e dare una bussola etica alle mille rivolte che si accavallano in questo inizio di millennio. Per questo è molto importante de-italianizzare la lettura dell’orientamento di Francesco. E vederla in un’autentica prospettiva mondiale ed epocale.

Per capirsi è il caso di ricordarsi del rimosso scandalo dei Panama Papers. Molti lo hanno letto territorialmente, cercando il politico locale, o la locale star dello spettacolo, coinvolta nell’acquisto di una casa, o che aveva un conto in un paradiso fiscale. A ben guardare dentro le Panama Papers molto altro: altrimenti perché dittatori che non devono certo temere né i giornali del loro paese né i patri uffici tributari dovevano ricorrere ai buoni uffici dello studio “professionale” al centro dello scandalo per nascondere fondi esorbitanti, montagne di soldi che superano il PIL di nazioni “solide”? Oltre ai paradisi fiscali, all’altro capo della macchinetta occultatrice o rigeneratrice non ci saranno stati narcotrafficanti, mercanti di armi, gruppi del crimine organizzato? Ecco, chi ha guardato a Panama Papers con le lenti deformanti del piccolo chiacchiericcio su un fenomeno di malaffare locale ha perso l’occasione di sintonizzarsi con Jorge Mario Bergoglio.

Non credo sia un’esagerazione dire che questo Terzo Millennio sia il millennio della corruzione e dei poteri criminali transnazionali, globali. Per questo leggere la decisione vaticana con lenti italiane, “mafia nostrana”, discorso del papa durante la sua visita in Calabria, o ricordare il simile discorso contro la “mafia nostrana” in Sicilia di Giovanni Paolo II è corretto ma molto riduttivo. La scomunica allo studio in Vaticano è la chiave universale di lettura di un pontificato universale che pone la corruzione e i poteri criminali al centro della contesa planetaria di questo millennio.

Facciamo un paragone: che papa è stato Giovanni Paolo II? Al di là di passioni o critiche non gli può essere negato l’impegno per abbattere il totalitarismo sovietico. Questa è stata la sua “missione” epocale. In questo lui è stato il papa del Novecento, e il mondo di oggi non può non fare i conti con questa visione. Poi il Novecento, quasi ovunque, è finito. Papa Francesco è il papa del nuovo millennio perché ha capito che corruzione e poteri criminali sono il problema del Terzo Millennio. Proviamo a guardare il mondo: non è scosso da volontà di rivolta? Da tantissime volontà di rivolta? E contro chi sono queste volontà di rivolta? Non sono contro una globalizzazione predatrice e accaparratrice? Accaparratrice di identità e predatrice di risorse? Le tante statistiche che dicono che pochi uomini possiedono più risorse di miliardi di persone non sono note a tutti?

Papa Francesco non è il papa dell’identitarismo, al contrario. È il papa della globalizzazione virtuosa, una globalizzazione rispettosa delle diverse identità culturali e del bene comune a tutti i popoli che richiede un ordine economico non predatorio. Ecco allora che la sua lotta alla corruzione e ai poteri criminali si comincia a capire meglio: è una lotta tesa a eticizzare le tante rivolte che si diffondono in questo nostro mondo e che se nessuno orienta, recepisce, eticizza, finiranno sempre di più o negli opposti etnicismi o nel nichilismo.

Siamo nell’epoca dell’odio: “odio ergo sum” sembra la parola d’ordine di questo nostro tempo. L’uomo in rivolta del Terzo Millennio è privo di una bussola etica, ma percepisce un tratto globale alla sua rabbia. Questa rabbia deriva dalla consapevolezza che la corruzione non è un cedimento alla tentazione: è un meccanismo che rende l’acqua non più sorgente di vita, ma acqua stagnante, melmosa, quindi avvelenata, cioè corrotta. È questa la corruzione di cui parla papa Francesco: un meccanismo globale che ingloba l’economia, la finanza, i prestiti al terzo mondo, le istituzioni mondiali, in un circuito oppressivo, repressivo, spoliativo, in definitiva “assassino” (“questa economia uccide”).

Ri-eticizzare le mille rivolte dell’uomo in rivolta è la bussola che tutti hanno perso. E così trionfano le rivolte etniciste, individualiste, nichiliste. E l’odio la fa da padrone.

La Chiesa universale ora si rivolge ai suoi figli, ai suoi membri, al suo corpo, chiedendo di vedere la corruzione e il potere criminale che si nasconde dentro di sé. E di curarli. La scomunica infatti è l’estrema medicina, non l’estrema punizione. Per questo ritengo la discussione su questa scomunica un’àncora di salvezza lanciata da Bergoglio e rivolta non solo al cattolicesimo, ma a tutto il mondo, a tutte le sue culture. Poteri mafiosi e corrotti ci sono e si uniscono oggi attraverso tutte le culture, in una vera mondializzazione del crimine e della sopraffazione. Bergoglio, vera autorità morale globale, indica alla Chiesa l’esame di coscienza, la conversione, la cura. E così facendo spera di poter avviare un circuito virtuoso nelle altre identità, nelle altre culture, nelle altre appartenenze religiose. I suoi critici, è il mio auspicio, potrebbero prenderne atto. Ma non lo faranno.

I critici dei papi infatti sono sempre esistiti. La novità con il pontificato di papa Francesco è che i critici di papa Francesco sono diventati un po’ come una sorta di movimento degli “indignados”, in perenne mobilitazione nella piazza virtuale, contro il papa “eretico”. Da ultimo è giunto in piazza in professor Gian Enrico Rusconi, che ha dedicato al papa la più antica delle contestazioni, non parla abbastanza del peccato originale né del castigo di Dio, “la sua Misericordia scioglie i dogmi” nella melassa della sua teologia narrativa.

Premetto che i dogmi sono pochissimi e che quindi l’appunto alla melassa appare riguardare più la dottrina che i dogmi. Agli indignados ora viene offerto di riflettere non sul peccato originale ma sui destini del mondo. Loro credono davvero che siamo nell’epoca del ritorno del religioso? Non siamo forse nell’epoca della sua de-culturazione? Lo spiega benissimo in “La santa ignoranza” il professor Oliver Roy.

Ricorda un torneo di ping pong con altri scout durante il quale si presentò un ragazzo gridando: “Cristo è risorto!” Loro erano perplessi, stavano contando i punti e non gli sembrava il momento giusto. Ma lui insistette: “amici, ripetete con me. Cristo è davvero risorto.” Ecco la religione de-culturata, astratta ed estratta dalla cultura di un popolo, ridotta ad affermazione (perentoria) di sé. Ed ecco il suo manifestarsi in forme sempre più fondamentaliste. Bergoglio lo ha capito benissimo. La sua ritenuta “teologia narrativa” guarda in faccia l’uomo di oggi, i suoi problemi e la sua cultura. Punta a entrarci dentro, riportandoci dentro il religioso in rapporto con la cultura dei popoli e con la realtà dei popoli. Non mi viene incontro mentre cerco parcheggio per invitarmi a urlare “Cristo è risorto”. Ma mi consente di sperare che anch’io, uomo in rivolta ma a modo mio, possa eticizzare la mia rivolta.

Lo scandalo di scomunicare mafiosi e corrotti ultima modifica: 2017-06-19T16:34:45+01:00 da RICCARDO CRISTIANO

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