Tanti al Brancaccio, ma le sinistre fuori dal Pd restano due

A Roma assemblea degli eredi dei comitati del No al referendum dello scorso 4 dicembre. Riuscitissima come partecipazione, forse un po’ meno dal punto di vista politico, se l’obiettivo era provare a tenere insieme le forze esterne al partito di Renzi
scritto da ALDO GARZIA

Domenica dal caldo tropicale con l’appuntamento al Teatro Brancaccio a Roma della sinistra radicale coordinata da Tomaso Montanari e Anna Falcone, eredi dei comitati del No al referendum dello scorso 4 dicembre. Folla delle grandi occasioni e assemblea riuscitissima come partecipazione, forse un po’ meno dal punto di vista politico se l’obiettivo era provare a tenere insieme le forze esterne al Pd in previsione di scadenze unitarie non elettorali, dal momento che le urne si sono allontanate.

Da segnalare la presenza tra gli altri in sala, su poltroncine vicine, di Luciana Castellina, Nichi Vendola e Massimo D’Alema (nemmeno un fischio per lui che si conferma leader temerario).

Luciana Castellina, Massimo D’Alema e Nichi Vendola

Fin dall’introduzione di Montanari si capisce che l’impresa non è affatto semplice.

Il Pd è ormai un pezzo della destra, una destra non sempre moderata. Nessuna alleanza è possibile, noi siamo radicalmente alternativi,

dice in modo scontato.

Poi, in modo meno scontato, se la prende con quanti hanno retto il moccolo di Renzi fino all’altro giorno (ultimo caso il rinnovo dei voucher). La platea applaude entusiasta. Al senatore Miguel Gotor, che interveniva a nome di Articolo1, tocca essere contestato e fischiato. Non piace il suo avvertimento a non cadere nel minoritarismo e non piace la sua citazione di Pisapia, considerato il nemico innominabile di questa assemblea. D’Alema osserva senza battere ciglio.

Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana, chiarisce l’assioma nel suo intervento:

L’ho sempre detto, ma continuerò a dirlo se necessario anche coi segnali di fumo: considero l’unità un valore ma a me chiedono anche la chiarezza dei programmi.

Aggiunge il senatore Peppe De Cristofaro, Sinistra italiana:

Non facciamo processi alle biografie, però non si sacrifichi la credibilità all’unità.

Gli interventi degli esponenti di movimenti e associazioni battono sullo stesso tasto: il nemico di questa fase è il Pd; Pisapia e il suo Campo progressista sono inesistenti e non fanno problema, Critiche pure ai grillini che si stanno spostando più a destra del previsto, secondo alcuni.

Non bastiamo a noi stessi, non possiamo essere quelli che sbattono le porte in faccia…,

prova a dire inascoltato Pippo Civati. Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione, evoca invece l’esempio del francese Melenchon e quello spagnolo di Podemos: basta con la vecchia sinistra.

Anna Falcone e Tomaso Montanari

Montanari traccia alla fine un percorso:

Il 4 dicembre ha dimostrato che Davide può rovesciare Golia. Noi siamo la sinistra che non cerca un leader bensì la democrazia e la partecipazione. Ora faremo assemblee sui territori e in autunno nuova assemblea nazionale dove sceglieremo il nome del progetto, il simbolo, la struttura organizzativa.

Il tutto propedeutico a una lista elettorale di sinistra, possibilmente unitaria ma anche no. Intanto il prossimo primo luglio pochissimi che erano al Brancaccio andranno alla manifestazione di Pisapia. Le sinistre, anche fuori dal Pd, restano immancabilmente due. E quella del Brancaccio non vuole sentire parole come centrosinistra e governo.

Romano Pordi “in 1/2 ora”

“Io a Palazzo Chigi? No, è un’ipotesi di impossibilità”, chiarisce intanto Romano Prodi a In mezz’ora, su Raitre. Il Professore rivela:

Ho parlato con Renzi del dopo referendum e della necessità di andare oltre la ferita aperta con il 4 dicembre, della necessità di aprirsi e stare attorno a un tavolo per ricucire le spaccature. È un obbligo morale e un dovere politico farlo.

L’ex premier darà ascolto a Prodi e dialogherà almeno con Pisapia?

Tanti al Brancaccio, ma le sinistre fuori dal Pd restano due ultima modifica: 2017-06-19T12:38:48+00:00 da ALDO GARZIA

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