La Brexit? Non c’è ancora stata

La disfatta dei Tories alle ultime elezioni generali britanniche indebolisce Theresa May, e potrebbe rallentare il processo di uscita del Regno Unito dall'Unione Europea.
scritto da ANNE-LAURE DELATTE
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La macroeconomista francese Anne-Laure Delatte ha pubblicato il giorno dopo le elezioni in Gran Bretagna l’8 giugno scorso un post sul quotidiano Libération on-line che qui riportiamo nella traduzione di Alessandro Pastore. Da studiosa di macroeconomia espone delle interessanti chiavi di lettura sui sommovimenti che stanno caratterizzando il mondo della politica mondiale e alcune riflessioni su Brexit.

L‘anno scorso mio figlio più piccolo, Yvan, mi raccontò che un suo compagno di scuola, inglese, gli aveva riferito che nel cuore della notte era stato svegliato da rumori provenienti dal salotto di casa: alzatosi, aveva così scoperto i genitori con sguardo attonito rivolto verso lo schermo della televisione ripetere continuamente la stessa parolaccia: “F… F … F …”. Educato da sempre alla tipica flemma britannica, non aveva mai visto prima i suoi genitori dire parolacce in questo modo.

Era il 24 giugno 2016. Il Regno Unito aveva appena votato l’uscita dall’Unione Europea.

 È stato solo un anno fa… ma è come se fosse passato un secolo, tanto il panorama politico internazionale è cambiato da allora.

Due grandi visioni del mondo sono emerse da allora.

Quella che possiamo denominare dei Firster, per cui valgono gli slogan di America First, UK First e Russia First. Di quelli che criticano il multilateralismo e predicano una ripresa delle relazioni internazionali su base nazionale. La traduzione in atti politici di questa visione del mondo non si è fatta attendere: prima l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, poi la denuncia da parte degli Stati Uniti dell’accordo sul clima di Parigi; e, per quanto riguarda la Russia, l’uscita era iniziata già prima, con l’annessione della Crimea che ha portato alla sua esclusione dal G8, che da allora è diventato G7…

Sul lato opposto si difende il principio di un coordinamento multilaterale. Da una parte, come in Europa, attraverso il rafforzamento dei processi per una maggiore integrazione politica e, dall’altra, a livello internazionale, attraverso la creazione del G20 che viene gradualmente a sostituire il G7 nella governance mondiale.

Queste due visioni si scontrano e il mondo rabbrividisce a ogni elezione politica. Nulla è ancora stabile, come dimostrano i risultati delle elezioni britanniche di giovedì 8 giugno. Theresa May, che pensava di poter rafforzare la sua posizione, si ritrova indebolita dalle elezioni politiche che lei stessa aveva indetto.

Con una battuta, quest’anno abbiamo assistito a un numero di colpi di scena maggiori sulla scena politica che sulla Croisette di Cannes [durante il festival del cinema].

 E dal punto di vista dell’andamento economico, a che punto siamo? Prima delle elezioni britanniche, gli esperti avevano predetto un cataclisma per l’economia.

Eppure, da allora, l’economia britannica non è crollata, anzi, la disoccupazione è diminuita raggiungendo i suoi minimi storici. Insomma la fine delle attività economiche non si è verificata. Ah, maledetti esperti! Forse che gli economisti si sono sbagliati o hanno volutamente drammatizzato le conseguenze di Brexit?

Certamente, la campagna referendaria nel Regno Unito è stata caratterizzata da un abuso di argomenti da parte degli esperti con argomenti portati in malafede da entrambi i fronti. Resta il fatto che la Brexit non c’è ancora stata! L’articolo 50 del trattato di Lisbona è stato attivato, ma i negoziati non sono ancora iniziati. Erano previsti per il 19 giugno, ma l’instabilità politica post-elezioni potrebbe ritardare ulteriormente il processo.

In altre parole, nessuno ha ancora premuto il tasto! Gli inglesi continuano a muoversi, a lavorare e fare business senza ostacoli all’interno dell’Unione Europea. L’esito dei negoziati non è previsto prima di due anni. Ecco spiegata l’assenza di cataclismi. La Brexit secondo i  mercati finanziari avverrà davvero tra un’eternità. Dopo un forte calo iniziale a causa dell’incertezza, gli affari sono ripresi come se nulla fosse accaduto, business as usual.

Inoltre, Theresa May aveva annunciato [nel programma elettorale, ndt] una riduzione di imposta sulle società. Siamo in vendita! Vi ricorda qualcuno? [qui l’autrice fa riferimento al programma del presidente Trump che vuole abbassare l’imposta sulle società dal trentacinque al quindici per cento, ndt] 

Quali sono le poste in gioco economiche dei negoziati? Sono numerose e tecniche, ma si possono riassumere sotto due opzioni: Hard Brexit o Soft Brexit.

Tutto dipenderà da come gli inglesi potranno accedere al mercato europeo, quando non saranno più membri dell’Unione. Ad esempio, la Norvegia e l’Islanda, che non fanno parte dell’Unione Europea, hanno un accesso privilegiato al mercato comune in cambio di un contributo sostanziale al bilancio dell’UE. La Svizzera ha uno status meno vantaggioso, ed è soggetta alle tariffe doganali in cambio di un contributo finanziario minore.

Nel caso di una Hard Brexit i cittadini britannici perderanno l’accesso al mercato unico e diventeranno parte di un paese terzo come gli Stati Uniti. Torneranno al minimo comune denominatore delle relazioni commerciali tra gli stati ossia gli accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) eventualmente in combinazione con la firma di accordi bilaterali con i paesi membri dell’Unione Europea.

Mentre Theresa May aveva adottato una posizione dura in vista dei negoziati, pronta a scegliere l’opzione Hard Brexit, lo scarso risultato del partito conservatore ha nuovamente cambiato la situazione. Si va verso un governo di coalizione e saranno necessari dei compromessi. Decisamente, come si dice in inglese: Politics is the new showbiz. [La politica è il nuovo mondo dello spettacolo].

La Brexit? Non c’è ancora stata ultima modifica: 2017-06-20T23:00:33+02:00 da ANNE-LAURE DELATTE

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