Se “islamico” azzera identità e laicità

Un “gioco di specchi” deforma la realtà dei popoli mediorientali e degli immigrati provenienti da quei paesi, omologa ciò che non è omologabile, annulla differenze storiche e identità nazionali, costruisce una narrazione. A tutto vantaggio dell'estremismo terrorista
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Lungi dal ridursi ai capricci di una barbara idiosincrasia, il discorso dello Stato islamico è portatore di una potente dimensione universalista che seduce oltre le frontiere della sua base sunnita mediorientale.

Quando si rilegge “Lo scontro di civiltà” di Samuel Huntington, si viene colpiti dal gioco di specchi che si instaura con le concezioni del salafismo jihadista.

Lo Stato islamico riprende a volte parola per parola la tesi di Huntington al fine di inscenare questo “scontro di civiltà”. Non si tratta di un conflitto tra due culture, tra Oriente e Occidente, tra arabismo e mondo euro-atlantico, ma uno scontro tra titani, tra islam e miscredenza.

E, nell’Islam, ognuno è benvenuto, anche gli europei biondi con gli occhi azzurri di origine cattolica, come, d’altro canto, la miscredenza include anche arabi e cattivi musulmani…

Il ragionamento sviluppato da Pierre-Jean Luizard – storico e direttore di ricerca al Cnrs nel suo libro “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna”, aiuta a mettere a fuoco quel “gioco di specchi” che deforma la realtà, omologa ciò che non è omologabile, azzera differenze storiche e identità nazionali, costruisce una narrazione “degna” della triste epoca, si spera di breve durata, della post verità.

Visto dall’Europa, questo pericoloso “gioco di specchi” si materializza nell’affermazione di una categoria concettuale che diviene senso comune, psicologia di massa, sulla quale s’innestano politiche inefficaci quanto sciagurate perché, e qui Luizard coglie un punto centrale, fanno il gioco dell’islam radicale, sotto qualsiasi sigla si manifesti oggi e in futuro.

L’Europa, non solo le sue fragili leadership politiche ma le opinioni pubbliche e, salvo rare eccezioni, la sua intellighenzia, guarda a ciò che si muove in Africa, in una parte dell’Asia, nel Grande Medio Oriente come se non esistessero più, se non sulla cartina e per interessi geopolitici, gli Stati-nazione e, ciò che è ancor più grave, non esistessero più i popoli.

Perché tutto e tutti vengono ammassati in una unica categoria: l’“islamico”. Il resto, e cioè moltissimo, non conta. Non conta essere algerino, tunisino, egiziano, indonesiano e l’elenco potrebbe completare l’articolo, perché 1,800 miliardi di persone per l’Occidente sono solo “islamici”. In questa deriva concettuale c’è, a ben vedere, la vera vittoria dell’islam radicale.

Non si tratta di una vittoria politica, tanto meno militare. Ma è una vittoria per certi versi ancora più importante, perché diviene, per l’appunto, senso comune, approccio analitico, titolo da prima pagina, anche quando si racconta un fatto locale di cronaca nera: l’integrismo islamista cancella l’idea di Stato-nazione, la considera il frutto avvelenato del colonialismo crociato, ne attenta l’esistenza, in nome della “umma”, la comunità dei musulmani che non ha confini, di certo non quelli tratteggiati agli inizi del secolo scorso dalle potenze coloniali francese e britannica con gli accordi di Sykes-Picot, e non conosce singole identità nazionali.

L’Occidente sta favorendo non solo l’islamizzazione delle radicalità ma il radicamento di questa suggestione ben al di là dei miliziani della Jihad globale. Se il dialogo è anzitutto il riconoscimento dell’altro da sé, in Occidente questo dialogo è minato. Non interessa conoscere, se non per ragioni di sicurezza, da quale Paese della sponda sud del Mediterraneo provengano rifugiati e migranti. Ciò che conta, e alimenta diffidenza, non è il colore della pelle, come era nel Sudafrica dell’apartheid o nell’America segregazionista, ma se sei o no “islamico”.

E poco o nulla importa che diversi tra questi Stati, un esempio l’Algeria, nascono a seguito di movimenti di liberazione nazionali che non trovavano certo la loro forza da una ispirazione religiosa bensì dal sollecitare un orgoglio irredentista. O, per altri versi, mettere tra parentesi, considerandoli un incidente della storia, la suggestione panarabista di Nasser e l’esperienza del baathismo in Iraq e Siria. Nel “gioco degli specchi” è come se invece che italiano, francese, britannico, americano… si venisse definiti solo per la professione di fede che si manifesta: cattolico, protestante, ortodosso, “agnostico” e via elencando.

Una donna rivendica la sua laicità

Si può, e si deve discutere, sul come si siano definiti sulla carta geografica, se quei confini inquadrassero compiutamente comunità che condividessero una storia, una cultura, una identità nazionale, tuttavia è fuori discussione che la nascita dello Stato-nazione sia parte di una modernità che non può essere negata o azzerata in nome di una globalizzazione omologante o di un ritorno a una identificazione comunitaria su base etnica e/o religiosa.

Nel suo libro “Isis. Lo Stato del terrore”, Loretta Napoleoni ricorda che Mary Kaldor, docente della London School of Economics e autrice di “New and Old wars: Organized Violence in a Global Era”, scrive che

la globalizzazione ha fatto precipitare alcune regioni in condizioni di anarchia simili a quel che il filosofo Thomas Hobbes definiva stato di natura. “Lo stato di uomini privi di società civile (stato che potremmo a buon diritto chiamare stato di natura) non è altro che una guerra di tutti contro tutti…con la continua paura di una morte violenta?”

La vita prima del nascere della società era dura, rimarca Hobbes, era “dura brutale e breve, a causa dell’anarchia a cui l’uomo era costretto a vivere.

E’ questa – osserva Napoleoni – la condizione alla quale parti della Siria e dell’Iraq sono regredite oggi.

L’Occidente, e in esso l’Europa, ha colpevolmente sottovalutato l’emergere, negli Stati “islamici”, di una società civile plurale, organizzata, preferendo andare sul sicuro e sostenere gli “uomini forti”, da al-Sisi a Erdoğan… Dimenticando che la strutturazione e il rafforzamento di una società civile, e dei corpi intermedi, è un elemento cardine per la stabilità di uno Stato-nazione.

Così pensando, e facendo, l’Europa ha finito per portare acqua al mulino identitario dell’islam radicale, e in esso delle sue componenti jihadiste; una identità che più che in chiave di “stato del terrore” andrebbe ricondotta al filone della ripresa dello “Stato etico”. Annota in proposito Renzo Guolo, nel suo libro “L’Ultima utopia. Gli jihadisti europei”: nell’orizzonte integrista

il primato della politica, con il corollario della sindrome del Nemico che minaccerebbe l’identità collettiva di una comunità di credenti, si traduce nell’elaborazione di una mappa cognitiva che orienta l’azione fondata su queste successioni: la separazione tra religione e politica è causa del disordine morale e sociale che pervade il mondo contemporaneo.

Disordine che, rimarca ancora Guolo,

a sua volta prova il dissolvimento dei legami sociali, l’anomia della legge divina, la “sharia”, può rifondare l’identità collettiva; lo Stato (islamico) è lo strumento per far tornare all’ordine divino la società. Da qui il tentativo di tradurre l’utopia islamista radicale in progetti politici che assumano forma statuale.

Uno “stato etico”, senza confini: la umma del Terzo Millennio. Con la sua cecità culturale, l’Europa sta aiutando questa affermazione.

Se “islamico” azzera identità e laicità ultima modifica: 2017-06-21T17:33:18+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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