Rodotà, lo sguardo e i pensieri lunghi di un laico illuminista

scritto da ALDO GARZIA

È stato giusto che l’ultimo saluto a Stefano Rodotà fosse previsto all’Università di Roma La Sapienza, facoltà di Giurisprudenza. Lì ha passato decenni, mantenendo in perfetto equilibrio i suoi impegni di professore di Diritto con quelli politici e di impegno civile. Rodotà restava infatti “il professore”, più un intellettuale che un politico. Della sua formazione culturale spiccavano la cultura illuminista, laica, neoliberale che lo avvicinavano a Piero Gobetti, Ernesto Rossi, Mario Pannunzio e alla tradizione del Partito d’azione.

Nei primi anni Settanta – quelli delle iniziative per il divorzio e l’aborto – era perciò naturale per un cultore dei diritti civili come Rodotà aderire al Partito radicale, mentre la sinistra storica era ancorata alla tradizionale priorità dei diritti sociali su quelli di libertà.

L’incontro con il Pci di Enrico Belinguer avviene nel 1979, quando gli viene proposta la candidatura alla Camera come indipendente. Erano tanti gli intellettuali laici e cattolici di prestigio che formarono in quegli anni i gruppi della Sinistra indipendente alla Camera e al Senato: tutti non comunisti ma amici dei comunisti sì, convinti che intorno a quel partito valesse la pena impegnarsi anche per rinnovarlo. Rodotà divenne presidente del gruppo di Montecitorio a iniziare dal 1983.

Nel 1980 aveva accettato di dirigere il mensile Pace e guerra insieme a Claudio Napoleoni e Luciana Castellina. L’obiettivo era mantenere aperti i canali di comunicazione tra un Pci che usciva dall’esperienza dei governi di “unità nazionale” e un Psi che aveva scelto la leadership di Bettino Craxi. L’unità della sinistra sembrava in quel momento una chimera. La rivista divenne una fucina di idee e di prestigiose collaborazioni pure a livello internazionale realizzando il suo compito.

In quella sede – facevo parte della redazione – ho iniziato ad ammirare non solo le elaborazioni intellettuali ma anche lo “stile” Rodotà: sobrio, mai pieno di sé, disponibile al confronto, preciso, chiaro nelle esposizioni e nella scrittura, sempre proteso verso la ricerca del non scontato. In seguito, ho continuato ad ammirarlo nel lavoro comune al Centro per la riforma dello Stato presieduto da Pietro Ingrao.

In quella sede Rodotà era ancora più a suo agio: riforme istituzionali, questioni del diritto, problematiche istituzionali a livello europeo, crisi dei partiti e della democrazia. Sono nate lì le prime teorizzazioni sui “nuovi beni” di Ingrao, diventate “beni comuni” nelle riflessioni di Rodotà.

Quando nel 1991 si sciolse il Pci, pur avendo avuto sempre ottimi rapporti con la sinistra del partito, Rodotà apprezzò la “svolta” di Achille Occhetto e aderì al Pds di cui divenne presidente del Consiglio nazionale (in precedenza aveva il ruolo di ministro “ombra” della giustizia nella parodia pidiessina di quello che erano soliti fare i laburisti britannici per tenere sotto scacco il governo).

Lui non amava le controversie ideologiche, badava al sodo. La delusione nel rapporto troppo interno con la politica arrivò però nel 1992, quando il Pds preferisce Giorgio Napolitano per la carica di presidente della Camera come successore di Scalfaro eletto al Quirinale, nonostante Rodotà fosse da tempo vicepresidente di Montecitorio.

Decise di non ricandidarsi nel 1994 e lasciò il partito per tornare agli studi e all’insegnamento a tempo pieno. Alcuni dei suoi libri e saggi più importanti sono di questo periodo.

Nel 1997 arriva l’incarico di Garante della privacy nell’apposita Autority di cui struttura i compiti inediti (dopo di lui sarà un deserto, fino all’attuale garante Antonello Soro nominato per un gioco a incastro di poltrone dopo essere stato capogruppo del Pd alla Camera fino a pochi giorni prima: alla faccia del tecnicismo delle authority!).

Non bisogna poi dimenticare gli incarichi europei di Rodotà: dal 1983 al 1994 componente dell’Assemblea parlamentare, tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, presidente dell’Agenzia europea sui diritti dove si è occupato tra l’altro di nuove tecnologie, collaboratore dell’Unesco e dell’Onu.

Negli ultimi mesi, nonostante la malattia, Rodotà faceva sentire la sua autorevole voce in conferenze e dibattiti. È stato un convinto avversario della riforma costituzionale bocciata dalle urne lo scorso 4 dicembre. A chi rivolgersi ora, quando avremo bisogno di uno sguardo lungo e di pensieri laici su una società che cambia e non capiamo?

Rodotà, lo sguardo e i pensieri lunghi di un laico illuminista ultima modifica: 2017-06-25T17:06:57+00:00 da ALDO GARZIA

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