Francia senza pace

Da Vichy all'Algeria: l'affresco in nero di Hervé Le Corre in "Dopo la guerra" (Edizioni e/o)
scritto da ROBERTO ELLERO

Douce France, cher pays de mon enfance cantava armonioso e noncurante Charles Trenet. Un inno alla dolcezza nazionale curiosamente composto nel 1943, negli anni bui di Vichy e del peggior collaborazionismo, anche se la canzone si destinerà alla celebrità nel dopoguerra. Ma quale dopoguerra? Fra i paesi europei la Francia vanta il triste primato di aver continuato a combattere ben oltre la disfatta del nazismo e la Liberazione. Dalla parte sbagliata, oltretutto, cercando di perpetuare un colonialismo inesorabilmente bocciato dalla storia: dal ’46 al ’54 in Indocina, sino alla disfatta di Dien Bien Phu; dallo stesso 1954 al ’62 in Algeria. Tanti di quegli scheletri negli armadi, anche a sinistra (per parte socialista, almeno), da far impallidire qualsiasi grandeur.

“Dopo la guerra” (Après la guerre) s’intitola, non casualmente, l’ottimo romanzo di Hervé Le Corre, ora nuovamente in libreria nei tascabili delle Edizioni e/o (traduzione di Alberto Bracci Testasecca) dopo una prima uscita nel 2015, in prima edizione francese l’anno prima per Payot & Rivages, vincitore di numerosissimi premi, tra cui il prestigioso Grand prix du roman noir français di Cognac.

Siamo a Bordeaux, fine anni Cinquanta. Città umida, triste e piovosa, a dispetto dei vini per cui va famosa. Un uomo, André Vaillant, torna molto tempo dopo per vendicarsi del poliziotto – sbirro corrotto; un amico, all’epoca – che l’aveva fatto finire ad Auschwitz insieme alla moglie Olga, ebrea, morta in quel campo. Ci sarebbe anche un figlio, Daniel, miracolosamente scampato alla deportazione e allevato da una coppia di amici della madre, ora maggiorenne. Ma André pensa solo alla vendetta e Daniel è in Algeria, a combattere la più sporca e inutile delle guerre, persino ignaro di quel padre il cui ricordo sbiadisce nelle ombre dell’infanzia, costretto a fare i conti – una volta al fronte, suo malgrado – con la fascinazione della violenza, con la banalità del male, prima di prendere davvero coscienza di quanto disgustosa sia la disumanità di cui è capace il mondo.

Una vendetta e molti segreti. André vive braccato dalle sue colpe. Sa di essere un poco di buono, forse non tanto meglio del poliziotto corrotto Darlac, che dopo aver trescato con i nazisti, depredato gli ebrei e dato la caccia ai partigiani, si è ampiamente riciclato e oggi fa il commissario: duro, spietato e sporco, come sempre. A fare la differenza, è che lui, André (il cui vero nome è Jean Delbos) si è trovato dalla parte dei perdenti. Il dolore umanizza. E, cosa non da poco, la vergogna interiore, quel malessere permanente che ti mette di fronte agli sbagli, ti obbliga ad un esame di coscienza anche quando non ne hai voglia, esige il tuo pentimento. Non davanti a un dio (“esiste, ma è uno stronzo, non c’è mai” gli diceva ad Auschwitz un vecchio ebreo ridendo, come se stesse raccontando una barzelletta), allo specchio piuttosto, guardando quel te stesso per cui vai nutrendo, giorno dopo giorno, la più riprovevole ripulsa. Potresti farla finita, lo sai, ma non prima di aver fatto giustizia di quel tuo impossibile doppio, Darlac, che invece continua, imperterrito, a spadroneggiare nel milieu della malavita, traffici e prostituzione, in una Bordeaux ancora stremata, che s’aggrappa alla sua facciata borghese e perbenista per cercare di occultare i propri fantasmi.

Non a caso siamo nella Gironda, regione particolarmente compromessa negli anni di guerra, volentieri antisemita e patria di quel Maurice Papon, collaborazionista, che farà una brillante carriera nella Francia gollista prima di rispondere, nel 1998, dei suoi crimini contro l’umanità davanti al tribunale speciale di Bordeaux (dieci anni di reclusione). Crimini ascrivibili al periodo d’occupazione; gli altri – i molti altri – rimasti impuniti, a cominciare dalla repressione dei manifestanti algerini, duecento morti il 17 ottobre del 1961 per le strade della capitale, nella sua qualità di prefetto di Parigi, con i feriti gettati dai poliziotti nella Senna per fare prima…

Hervé Le Corre

Sono cose che naturalmente Hervé Le Corre conosce bene. Classe 1955, bordolese da sempre, ha passato una vita ad insegnare storia e letteratura nei licei, sostenendo alle elezioni candidati di sinistra (Mélenchon) e scrivendo romanzi, una decina, che se respirano e restituiscono al meglio, invariabilmente, le atmosfere del noir, vanno ben oltre i confini pur larghi del genere. Dopo la guerra, in particolare, è esemplare nel dosare azione e introspezione, un plot costruito per piani paralleli, allo scopo di traguardare poco per volta le verità di un intreccio che è anche spaccato storico. Bene e male non sono mondi separati, basta un niente per perdersi. E ritrovarsi, poi, non sarà per nulla facile. Ritrovare in extremis un figlio piuttosto che portare sino in fondo il desiderio di vendetta. E mettere fine, almeno personalmente, a una guerra che non avevi mai dichiarato. Prima gli ebrei, poi gli arabi: da leggere per capire come i fantasmi facciano presto a tornare in vita nel cuore della civilissima Europa.

Francia senza pace ultima modifica: 2017-06-26T17:39:18+01:00 da ROBERTO ELLERO

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