Una “Norimberga siriana”

scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Non c’è pace senza giustizia. E la giustizia, oltre che l’umanità, è morta in Siria. Uno Stato fallito, un popolo martoriato, un Paese ridotto a un cumulo di macerie. La Siria non è solo la più grande tragedia umanitaria dalla fine della Seconda guerra mondiale. La Siria è la vergogna della comunità internazionale. È la testimonianza più eclatante del miserevole fallimento delle Nazioni Unite. È la “red line” della vergogna superata da tempo, riattualizzata da Donald Trump in questo emulo del suo predecessore.

Nessuno, davvero nessuno, può chiamarsi fuori dalla responsabilità di essere stato complice, attivo o silente, del genocidio di un popolo. Non possono chiamarsi fuori i Grandi della Terra che hanno giocato sulla pelle di milioni di persone, facendo della Siria un immenso campo di battaglia di una guerra per procura. Ordita da potenze regionali (Iran, Turchia, Arabia Saudita, Qatar in primis) e globali (Russia, Usa e più defilate ma comunque partecipi Francia e Gran Bretagna) che hanno finanziato, e armato, il “macellaio di Baghdad”, il presidente siriano Bashar al-Assad, o favorito l’affermarsi nel campo dei ribelli delle milizie jihadiste e dei tagliagole dell’Isis.

Ma la tragedia siriana chiama in causa anche una certa sinistra per la quale essere tale vuol dire comunque tifare per quelli che si autoproclamano “nemici degli Stati Uniti e d’Israele”. Per tutti, vale il possente j’accuse di uno dei più grandi intellettuali arabi, il siriano Farouq Mardam Bey:

Come non esplodere di rabbia leggendo le dichiarazioni favorevoli al regime degli Assad, padre e figlio, pronunciate da uomini e donne che si dicono di sinistra e quindi solidali per principio con le lotte per la giustizia ovunque nel mondo? Come non arrabbiarsi sentendoli esaltare l’indipendenza, la laicità, il progressismo, perfino il socialismo di un clan senza fede né legge che si è impadronito del potere con un colpo di Stato militare, oltre quarantacinque anni fa, la cui unica preoccupazione è quella di esercitarlo in eterno? “Assad per l’eternità”, “Assad o nessuno”, “Assad o bruceremo il Paese”, scandiscono i suoi partigiani. E quella sinistra tace con il pretesto che non ci sono scelte: lui o Daesh.

I siriani che si sono ribellati nel 2011 – ricorda ancora Bey – non hanno aspettato nessuno per denunciare con forza i gruppi jihadisti di qualsiasi origine e di ogni obbedienza, in particolare Daesh, che hanno inquinato la loro rivolta dopo la militarizzazione forzata. Questi gruppi totalmente estranei alle loro rivendicazioni di libertà e dignità, non hanno tardato d’altronde a scagliarsi contro la popolazione nelle zone che sono riusciti a controllare…

È ancora necessario, dopo tutto questo, ricordare i crimini contro l’umanità commessi da Hafez al-Assad, in totale impunità, durante i suoi trent’anni di regno assoluto? Due nomi di luoghi li riassumono: Hama dove oltre ventimila persone, forse trentamila, sono state massacrate nel 1982 e la prigione di Palmira, vero e proprio campo di sterminio, dove gli aguzzini si vantavano di ridurre i loro torturati in insetti.

È di questa impunità che alcuni, ahimè di sinistra, vorrebbero far beneficiare Bashar al- Assad, il principale responsabile del disastro, di questi oltre dieci milioni di sfollati, questi centinaia di migliaia di morti, questi decine di migliaia di prigionieri, della tortura e delle esecuzioni sommarie nelle carceri, dell’interminabile martirio della Siria. E questo martirio, finché i carnefici non saranno vinti e puniti, ne prefigura altri nel mondo – un mondo in cui la Siria sarà sparita.

Ascoltate, ascoltiamo, Yassin al Haj Salehm, scrittore, poeta e dissidente politico siriano. In carcere ha trascorso gli anni dal 1980 al 1996, e nel corso della rivolta del 2011 la sua è diventata una delle voci chiave del mondo intellettuale:

Il problema della narrazione anti-imperialista – annotava in una intervista a New Politics del febbraio 2015, quanto mai attuale – è che si concentra sulla geo-politica, mentre il popolo siriano scompare. Cos’è che impedisce alla sinistra occidentale di addolorarsi per le vittime di Assad mentre vede perfettamente il popolo di Kobane? Sono sgomento. La verità è che la sinistra in Europa, prima di aiutare noi dovrebbe aiutare se stessa.

La Siria, annota Riccardo Cristiano nel suo coraggioso e documentato libro “Siria, l’ultimo genocidio”, è divenuta

il terreno d’incontro di tre terrorismi: quello jihadista dell’Isis e altri gruppi, quello khomeinista di Hezbollah, dei pasdaran e di altre sigle collegate, soprattutto irachene, e quello di stato, il terrorismo di Bashar al-Assad, quello dei centri di detenzione arbitraria, tortura ed eliminazione, quello dei sequestri, quello dei barili bomba (barili pieni di detriti ed esplosivi lanciati sui centri abitati), quello dell’uso delle armi chimiche, quello degli assedi di intere città o villaggi per mesi o anni, quello delle milizie paramilitari dedite all’aggressione e alla razzia.

Il bilancio è terrificante. Ricordiamolo per i tanti “smemorati” di casa nostra: In questi sei anni di guerra i morti sono stati centinaia di migliaia.

Secondo l’Osservatorio dei diritti umani in Siria, una delle fonti più citate per tracciare il bollettino delle vittime del conflitto, sono 465mila i morti dall’inizio della guerra (al 13 marzo 2017). Fra questi, 96.073 sarebbero le vittime civili, di cui 17.411 minori e 10.847 donne. Un’altra organizzazione umanitaria, il Syrian network for human rights, ha pubblicato un report (in data 18 marzo 2017) nel quale il bilancio delle morti civili sale a 206.923 (di cui 24.799 bambini). Secondo quest’ultima fonte, il governo siriano, con l’appoggio della Russia e l’Iran, sarebbe responsabile del 94 per cento di tali morti.

L’Isis avrebbe ucciso 3.352 civili, meno del due per cento del totale; la Coalizione internazionale (cui fanno parte gli Usa) 945. Già nel febbraio 2016, però, il Syrian Centre for Policy Research aveva calcolato un numero di morti complessive superiori a 470mila. E ancora: Secondo il Syrian network for human rights dall’inizio del 2017 gli attacchi chimici sono stati non meno di nove. In precedenza, un report Onu dell’Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons-United Nations (OPCW) ha appurato che tra il 24 settembre 2015 e il 10 febbraio 2016, sono stati perpetrati sette attacchi chimici, tre dei quali ad opera di Assad e uno “firmato” dall’Isis.

In Siria, 13.5 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari; 6.3 milioni sono sfollati interni; centinaia di migliaia hanno affrontato tragici viaggi in mare per cercare protezione; quasi tre milioni di siriani sotto i cinque anni sono cresciuti vedendo solo la guerra; e 4.9 milioni – in maggioranza donne e bambini – sono rifugiati negli stati confinanti, sottoponendo i Paesi ospitanti ad un grande sforzo nel sostenere le ripercussioni politiche, sociali ed economiche.

Il conflitto in Siria, fondamentalmente, non riguarda numeri, riguarda persone”, avverte Filippo Grandi, l’Alto Commissario Onu per i Rifugiati. “I rifugiati e i Paesi e le comunità che li ospitano hanno bisogno del nostro supporto più che mai. Intere famiglie sono state distrutte, civili innocenti uccisi, case rase al suolo, attività economiche e mezzi di sostentamento completamente persi. È un fallimento collettivo.

Un fallimento criminale. Del quale sono parte coloro che ritengono Bashar al-Assad il “male minore”. E chi, anche a “sinistra” lo pensa e lo propaganda, dovrebbe provare a spiegare come uno “statista” possa ordire “una campagna segreta e mostruosa, autorizzata ai massimi livelli del governo siriano”. Questo, secondo Amnesty International, è quanto avvenuto all’interno della prigione di Saydnaya, a nord di Damasco, dove, secondo l’organizzazione per i diritti umani, non meno di tredicimila detenuti sono stati impiccati dell’arco di soli cinque anni, dall’inizio della rivolta e poi del conflitto civile nel 2011.

Secondo il rapporto di AI, basato su interviste a 31 ex carcerati e a oltre cinquanta funzionari, le esecuzioni sono state autorizzate tra gli altri da stretti collaboratori di Assad. Nel carcere di Saydnaya, chiamato “il mattatoio” dai detenuti, gruppi di venti-cinquanta persone venivano impiccate una o due volte alla settimana, dopo processi-farsa che duravano pochi minuti. Secondo Lynn Maalouf, vice direttore per la ricerca nell’ufficio regionale di Amnesty a Beirut, lo scopo era quello di “stroncare ogni forma di dissenso”.

I dati si fermano al 2015, ma secondo Amnesty non c’è ragione di ritenere che la soppressione di detenuti non sia continuata. In un altro rapporto, lo scorso anno, l’organizzazione per i diritti umani affermava che dal 2011 altri 17.000 prigionieri erano morti a causa delle torture, dei maltrattamenti e delle privazioni. Oltre alle vittime di Saydnaya, Amnesty quantificava anche 17.000 i detenuti morti nelle carceri siriane nel corso del conflitto.

Ma a Saydnaya, aggiungeva l’organizzazione nel suo documento, “sono inflitte ai detenuti condizioni inumane, torture, sistematiche privazioni di acqua, cibo, cure mediche e medicine” mentre sono costretti a ubbidire a “regole sadiche”. I negoziati di Ginevra, affermava Amnesty, “non possono non tenere conto” di questi “crimini contro l’umanità” e consentire a “osservatori indipendenti di aver accesso ai luoghi di detenzione”.

È la guerra al terrorismo, argomentano i paladini di Assad. Lo “stato del terrore”, il “califfato islamico viene così utilizzato per rilegittimare il potere baathista in relazione alla sicurezza e alla presenza di una minaccia esistenziale. Il regime stesso, in due amnistie, ha liberato dalle sue carceri centinaia di salafiti jihadisti, molti dei quali sono diventati capi milizie o promossi da al-Baghdadi ai vertici della catena di comando militare del Daesh.

Il discorso della sicurezza, rilevano Marina Calculli e Francesco Strazzani in “Terrore sovrano. Stato e Jihad nell’era post liberale”,

si modifica gradualmente solo nel 2015 quando la Russia entra nel conflitto siriano, offuscando in parte l’Iran e Hezbollah. Al centro della retorica c’è lo ‘stato’, la preservazione della sovranità siriana e della sua legittimità di fronte alla lotta al terrorismo islamista. È proprio attraverso l’uso dello stato come dispositivo discorsivo e ideologico che Assad intercetterà la psicologia dell’Europa colpita dall’Isis riuscendo a disegnare la parabola stessa fama: da “dittatore” a “campione statista della guerra al terrore”.

Quanti hanno legittimato questa narrazione, e con essa concesso ad Assad licenza di massacro, sono complici, a tutti gli effetti, del martirio di un popolo. E come tali dovrebbero essere sul banco degli imputati in una “Norimberga siriana”.

Una “Norimberga siriana” ultima modifica: 2017-06-27T19:26:13+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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