Banche venete. Non c’è che la signora Tina

scritto da FRANCESCO MOROSINI

La signora Tina (There is no alternative; brutalmente: o così o niente) pare aver preso casa a Montebelluna e a Vicenza. Nel senso che ormai sembra che solo l’offerta di Intesa San Paolo, nella sua unicità, consenta la liquidazione ordinata di Veneto Banca (VB) e Popolare di Vicenza (BPV). Però, ci saranno prezzi da pagare. Vale per il contribuente (il quanto dipenderà dalla valorizzazione/vendita del “lato oscuro” delle due banche); e per il Paese, che sconterà in termini di “credibilità di mercato” il muoversi al limite delle regole delle nostre Autorità nella vicenda dei due istituti creditizi veneti.

Comunque, sospendendo il giudizio sulle vicende passate, ora almeno abbiamo un possibile schema di soluzione della vicenda. Esso regge su due pilastri: in primis, l’offerta “prendere o lasciare” di Intesa San Paolo; poi, la messa in liquidazione di VB e BPV secondo la normativa nazionale, sebbene aggiornata al fine di avere una liquidazione soft delle medesime. Perché il ricorso alla disciplina nazionale? È la semplice conseguenza del fatto che tuttora manca un’analoga e prevalente disciplina dell’Unione europea (UE). Quanto a Intesa San Paolo, fa un buon affare acquisendo al prezzo simbolico di un euro il “buono” delle due banche e a condizione della totale “neutralità dell’operazione” (comunicato stampa della stessa): ovvero, zero ricapitalizzazione e senza intaccare i dividenti.

Cosa implicherà tutto ciò, se accettato? Un lato positivo è l’eliminazione di due banche zombie senza violenti strappi nei territori di riferimento (è la priorità della logica politica) anche se ottenuta tirando al massimo – ma senza strapparle e così ottenendo in via politica l’agognato e necessario ok europeo – le norme europee della cosiddetta “Comunicazione bancaria” della Commissione del 2013. Altro aspetto positivo, questa volta per il contribuente, riguarda uno scampato pericolo. Difatti, di recente, a sostegno della liquidità di VB e di BPV, vi è il collocamento presso investitori istituzionali di circa dieci miliardi di euro di titoli garantiti dallo Stato che, mancando l’accordo con Intesa San Paolo, cadrebbero sulle spalle del contribuente medesimo.

Fatto che, comunque, fa cadere sul governo italiano il sospetto di inutile accanimento terapeutico al fine di tenere in vita banche ormai decotte. E lo stesso discorso, anche con perdita di tempo e preziose risorse di VB e BPV, riguarda l’insistenza italiana per la loro ricapitalizzazione preventiva nel nome di un supposto carattere sistemico delle due venete poi bruscamente abbandonato (assieme al relativo quadro normativo) per avere il via libera europeo per la loro liquidazione.

Qui c’è da temere una lesione alla nostra credibilità, al di là degli ok formali, per il nostro facile passare da un ipotesi ad un’altra di soluzione di questa pessima vicenda del credito veneto. Altro lato positivo è che il dopo VB e BPV il localismo bancario, coi sui modelli di businness troppo orientati ai sistemi di relazione territoriali e sociali e troppo poco al merito di credito, dovrebbe subire un certo ridimensionamento. Un bagno di mercato al credito veneto non può che giovare.

Siamo dunque all’happy end? Piano, perché ci sono problemi. Uno è che qui il governo italiano di fatto ha archiviato/svuotato la Bank Resolution Recovery Directory (la Direttiva disciplinante il bail in) col rischio di uccidere nella culla la possibilità di un’assicurazione europea sui depositi. Infatti, come correttamente si chiede l’economista Zingales (Sole/24 ORE), perché mai i tedeschi, ma non solo loro, dovrebbero assicurare con i loro soldi dei mediterranei così pronti a cambiare secondo convenienza le carte in tavola?

A rischio, e noi avremmo poco o nulla da guadagnarci, è l’Unione bancaria. Altra questione è che il modello Intesa San Paolo, dinnanzi ad altre crisi di banche locali, potrebbe indurre i potenziali finanziatori a rifuggire i rischi di loro ricapitalizzazioni (memori delle perdite di Atlante) puntando, replicando il caso VB e BPV, a prendersi a zero costi le parti (attività e passività) in bonis e lasciando i guai allo Stato. Insomma, direbbe la signora Tina, prendiamo, visto che si deve, il buono di questa operazione. Ma, all’orizzonte potrebbero profilarsi dei problemi.

la Tribuna di Treviso

Banche venete. Non c’è che la signora Tina ultima modifica: 2017-06-28T19:55:36+00:00 da FRANCESCO MOROSINI

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