Ius Soli, per dare diritti (e doveri) a chi ne ha diritto

La legge all'esame in parlamento afferma il principio che chi abita con noi, lavora qui, paga le tasse, frequenta le scuole, deve avere lo stesso trattamento (gli stessi diritti e doveri) di chi vi risiede da più generazioni, senza attendere di compiere la maggiore età. Non perché siamo figli, nipoti o pronipoti ma perché in qualche modo ci siamo scelti, abbiamo deciso o ci siamo trovati a vivere nella stessa organizzazione che abbiamo accettato. Non perché apparteniamo ad una stessa tribù, famiglia, ceppo. O abbiamo vissuto la stessa storia.
scritto da ADRIANA VIGNERI

Secondo l’attuale diritto italiano lo straniero che sia nato in Italia può divenire cittadino italiano a condizione che vi abbia risieduto legalmente e ininterrottamente fino al raggiungimento della maggiore età e dichiari, entro un anno dal compimento della maggiore età, di voler acquistare la cittadinanza italiana. Questa legislazione, che applica, in termini molto restrittivi lo ius soli, lascia nella privazione dei diritti di cittadinanza i figli degli stranieri per una lunga parte della loro vita, quella della formazione della loro personalità.

Sono più inclusive altre legislazioni a noi vicine. Che si possono dividere in due categorie. Quelle che fanno riferimento oltre alla nascita, al legale soggiorno di almeno uno dei due genitori; e quelle che richiedono anche la nascita nel territorio di uno dei due genitori.

I nati in Germania (e in Irlanda) da genitori stranieri sono automaticamente cittadini tedeschi purché almeno uno dei due genitori abbia un permesso di soggiorno permanente da tre anni e viva in Germania da almeno otto anni.
È la prima, più aperta categoria.

I nati in Francia acquisiscono automaticamente la cittadinanza alla nascita se uno dei due genitori è nato in Francia. Ugualmente il nato in Spagna è automaticamente cittadino se almeno uno dei genitori è nato nel paese.

È questa la seconda categoria o il secondo modello, che possiamo chiamare dello ius soli di seconda generazione.

Sta a sé il sistema del Regno Unito, in cui i nati da stranieri acquistano la cittadinanza non soltanto se uno dei genitori sia già cittadino britannico al momento della nascita; ma anche se uno dei genitori, non cittadini britannici, si sia stabilito nel Regno Unito, vi risieda cioè a tempo indeterminato.

Insomma, gli altri stati a noi vicini hanno preso atto in modi diversi che è divenuta sempre più ampia l’esigenza di integrazione di stranieri nei nostri paesi, e che conseguentemente occorre prevedere modi alternativi di acquisizione della cittadinanza.

È certo auspicabile che l’Europa abbia le medesime regole sull’acquisto della cittadinanza per tutti gli Stati che ne fanno parte, ma è assolutamente irrealistico che se ne occupi ora, e questo auspicio, peraltro contraddittorio detto da chi l’Europa vuole indebolire o distruggere, non può essere usato come argomento per non provvedere da parte nostra.

Il testo di modifica della legge attuale sulla cittadinanza approvato dalla Camera nel 2015 si colloca su questa linea, con innovazioni interessanti perché valorizza sì la nascita – a condizione dell’esistenza anche di altri requisiti – ma prevede anche il separato percorso dell’istruzione, quindi dell’acquisizione della lingua e della cultura del nostro paese.

Il fatto che le norme attualmente vigenti in Italia siano più restrittive di quelle vigenti negli altri paesi europei è già un indizio che vanno cambiate. Ma soprattutto si tratta del superamento della prevalenza assoluta dello ius sanguinis, in forza del quale gli italiani che vivono all’estero e magari sono anche cittadini di quei paesi conservano la cittadinanza italiana per generazioni e generazioni senza limiti, e possono se vogliono venire a votare in un paese che non conoscono e di cui non parlano più la lingua.

Si tratta di estendere con regole ragionevoli quel poco di ius soli che c’è nella nostra attuale legislazione. Si tratta di affermare il principio che chi abita con noi, lavora qui, paga le tasse, frequenta le scuole, deve avere lo stesso trattamento (gli stessi diritti e doveri) di chi vi risiede da più generazioni, senza attendere di compiere la maggiore età. Non perché siamo figli, nipoti o pronipoti ma perché in qualche modo ci siamo scelti, abbiamo deciso o ci siamo trovati a vivere nella stessa organizzazione che abbiamo accettato. Non perché apparteniamo ad una stessa tribù, famiglia, ceppo. O abbiamo vissuto la stessa storia.

Disciplinare i rapporti con gli stranieri che risiedono in Italia e desiderano la cittadinanza non significa aprire le porte ad una immigrazione indiscriminata. Significa sistemare più civilmente i rapporti con le persone che già vivono, studiano e e lavorano qui. Soprattutto con i giovani, perché questa è una riforma che riguarda loro, i bambini. Si può essere rigorosi con la nuova immigrazione (che giornalmente aumenta) e nello stesso tempo sostenitori convinti della riforma della cittadinanza. Che non è soltanto un atto di civiltà, della nostra civiltà, è anche una garanzia di buona convivenza e della formazione di nuovi cittadini.

Sono alcuni partiti politici, alcuni giornali, alcuni personaggi che danno messaggi ingannevoli mescolando e volutamente confondendo immigrazione fuori controllo e norme più aperte sui diritti di chi già vive con noi. Del tipo “e adesso Renzi frena sullo ius soli” (Libero del 27 giugno). Nessun pentimento. Non si può rinunciare ai principi cui si crede, come non abbiamo rinunciato. Non si può rinunciare a far capire ai nostri concittadini che non stiamo facendo un atto di debolezza o di indulgenza o di generosità mal posta, ma un atto che in definitiva è nel nostro stesso interesse. Trattiamo meglio chi già c’è, non stiamo aprendo all’accoglienza indiscriminata, che è tutt’altra questione.

Le rilevazioni che ci dicono della contrarietà oggi all’allargamento dello ius soli (54 per cento di contrari a fronte di 44 per cento di favorevoli, Pagnocelli, Corriere del 25 giugno), che non ha peraltro le dimensioni di un crollo (come titola il giornale), non sono certo indifferenti o insignificanti per chi ha responsabilità di rappresentanza e governo, ma neppure sono da leggere come un segnale di necessaria marcia indietro. La bussola di un partito degno del nome non sono i sondaggi, ma gli obbiettivi che si propone. Si può rinviare la realizzazione di un’autostrada, non quella di una legge che realizza principi di civiltà. A rischio di perdere la propria fisionomia politica.

Non ci si può d’altra parte nascondere che o questa legge, approvata dalla Camera il 13 ottobre 2015, viene approvata rapidamente nel testo Camera, oppure sarà molto difficile che l’iter si concluda prima della fine della legislatura.

Diviene quindi di vitale importanza valutarne attentamente il contenuto per capire se si possa caldeggiare la sua approvazione “come sta”.

L’acquisto della cittadinanza è esteso a chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno titolare del permesso di soggiorno permanente (come in Germania). C’è chi lamenta che a questo bimbo – che conosce soltanto l’ambiente italiano, la scuola (che è obbligatoria), i compagni di giochi – non si faccia un esame (di lingua, costumi, regole? A che età?). Ma quale cultura volete che abbia, se non la nostra. È quel bambino che porta a far la spesa la madre che non sa la lingua, che le fa da interprete. Che ha la faccia cinese, ma parla il dialetto.

È esteso inoltre al minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro i dodici anni, che ha frequentato regolarmente nel territorio nazionale per almeno cinque anni uno o più cicli di istruzione o formazione professionale presso istituti scolastici italiani. Se l’ingresso è avvenuto più tardi dei dodici anni ma prima della maggiore età, occorre che vi sia stato il conseguimento del titolo conclusivo di studio e la residenza legale per almeno sei anni. Per la scuola primaria il conseguimento del titolo è sempre necessario.

Non vi è neppure il rischio che il rientro nei paesi di origine sia ostacolato. Non si richiede più (decreto ministeriale 7 ottobre 2004) lo svincolo dalla cittadinanza precedente (spesso difficilmente documentabile)

anche al fine di adeguare la procedura di concessione dello status civitatis a criteri di razionalizzazione e semplificazione, nonché di favorire una migliore integrazione sociale dei nuovi cittadini.

I cittadini stranieri sono stati di fatto equiparati a quelli italiani per quanto riguarda la disciplina della doppia cittadinanza. Infatti la possibilità di acquisire la doppia cittadinanza è prevista espressamente per cittadini italiani, mentre nulla viene stabilito dalla legge nei confronti dei cittadini stranieri che acquistano la cittadinanza italiana

Non sono norme permissive, di manica larga. E si noti che il sondaggio di Pagnoncelli registra un consenso maggioritario (51 per cento a 47 per cento) per questo canale, che richiede una formazione scolastica italiana. Sono norme che meritano di essere approvate come stanno, senza ripensamenti.

Non è certo rinunciando a questa legge di civiltà che si disincentivano i disperati dell’Africa a tentare di raggiungere l’Europa. Mi preoccuperei piuttosto che, come spiritosamente illustrato da Stefano Disegni, la prova culturale per essere italiano non consista nel sorpassare male, parcheggiare peggio, suonare il clacson al semaforo ed essere incapaci di fare la fila.

Nelle foto il mezzofondista Yassin Bouih di Reggio Emilia, genitori di Casablanca. È uno dei numerosi figli di stranieri che militano ai più alti livelli nell’atletica azzurra. Come Kevin Ojiaku, Brayan Lopez, Raphaela Lukudo, Daisy Osakue, Yadisleidy Pedroso, per citarne solo alcuni.

Ius Soli, per dare diritti (e doveri) a chi ne ha diritto ultima modifica: 2017-06-30T17:30:00+00:00 da ADRIANA VIGNERI

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