Afghanistan, un tragico fallimento che non consente repliche

A quasi sedici anni dall’avvio della “guerra al terrorismo” qaedista, è un Paese che non sa cosa sia la pacificazione, dove a prosperare sono solo i traffici di armi e di droga. I costi del conflitto sono enormi e sempre meno giustificabili. Lo scenario di una nuova escalation è un'ipotesi aberrante.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Afghanistan, laddove tutto ebbe inizio. Afghanistan, a quasi sedici anni (7 ottobre 2001) dall’avvio della “guerra al terrorismo” qaedista, un Paese che non sa cosa sia la pacificazione, dove a prosperare sono solo i traffici di armi e di droga. Un Paese dove imperano milizie jihadiste, “signori della guerra” e califfi eterodiretti; un Paese dove nessuno può dirsi al sicuro. La tragica conferma è nell’autobomba che, il 31 maggio di primo mattino, esplode nell’area diplomatica di Kabul uccidendo novanta persone e ferendone quattrocento.

Un esercizio di potenza rivendicato dall’Isis. I media afghani, citando fonti della sicurezza, parlano di 1.500 kg di esplosivo a bordo di un camion. Il mezzo è esploso non lontano dal palazzo presidenziale e dal quartier generale della missione Nato “Resolute Support”.

È grande motivo di preoccupazione che non ci sia una sola area del Paese che non sia vulnerabile. E l’attentato a Kabul è solo l’ultimo di una lunga serie. Colpa di un Governo afghano ancora fragile e di un esercito nazionale male addestrato e non all’altezza di un compito così arduo…,

annota Roberto Bongiorni sul Sole 24Ore. E aggiunge:

Dopo aver tentennato per diversi mesi, il presidente americano Donald Trump sembra voglia ascoltare il parere dei suoi strateghi militari ed inviare ulteriori cinquemila soldati. A condizione che anche i Paesi stranieri amici facciano la loro parte. Significherebbe dunque che anche all’Italia, che vanta il secondo contingente per numero in “Resolute Support” (oltre mille militari), possa essere avanzata una richiesta analoga. Ma anche in questo caso non saranno cinquemila o ottomila soldati in più a fare la differenza. Per ottenere dei successi concreti Barack Obama portò il numero dei soldati americani a più di centomila, oltre alle truppe straniere dell’Isaf.

Accogliere questa probabile richiesta sarebbe una sciagura. Di più: un crimine. Perché sedici anni di guerra, raccontano di un immane fallimento dietro al quale si cela un’amara verità: la forza non può surrogare la politica, facendo dello strumento militare un fine. L’ultimo Rapporto, relativo al 2016, della Missione di assistenza Onu in Afghanistan parla chiaro: il numero di vittime civili, circa 3.500 morti e ottomila feriti, è il più alto dall’inizio del conflitto.

Dati che sono registrati dal 2009 ma che in realtà si riferiscono a una guerra iniziata ormai quindici anni fa. Ad essere principale bersaglio sono i bambini, con un 24 per cento in più di piccoli uccisi e mutilati nel Paese rispetto allo scorso anno. Sono le mine e gli esplosivi a ferire i più piccoli mentre vanno a scuola, giocano nel cortile o vanno a prendere l’acqua al fiume.

Armi vigliacche di un conflitto che fa sentire la sua eco anche a distanza di quarant’anni, ovvero la durata di una mina inesplosa. Dal 2014, con il ritiro delle truppe internazionali, la situazione è peggiorata: non sono state costruite strade né infrastrutture.

Guerriglieri talebani (al Jazeera)

Il sistema sanitario e la scuola non hanno più risorse. Annota Marco Leofrigio, in un articolato saggio su AD (AnalisiDifesa):

I talebani, come denunciato anche dal SIGAR (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction), sono giunti a controllare un territorio esteso come non mai in precedenza dopo il 2001 quando l’Operazione anglo-americana Enduring Freedom fece cadere il loro regime. Questa situazione così critica ha imposto a Barack Obama di rinunciare al piano di ritiro di altri cinquemila soldati. Nella seconda metà del 2016 altro terreno è stato perso, con il governo afgano che arrivava a solo il 57 per cento del Paese, ma questa percentuale di controllo si è ridotta ulteriormente con la recentissima caduta del distretto di Sangin, nell’Helmand, una perdita simbolica per tutta la coalizione anti-talebani.

Altro che in rotta. Quella dei talebani è una holding plurimilionaria.

Nei report del SIGAR del 2015 e del 2016 – annota sempre l’analista di AD – si legge che la “fabbrica” talebana di oppiacei mantiene salda la prima posizione mondiale, infatti l’eroina afgana raggiunge quasi tutto il globo, citiamo due dati: copre il “fabbisogno” del novanta per cento del Canada e dell’85 circa delle richieste mondiali.

La produzione e gestione del traffico di droga è la fonte principale di finanziamento dei Talebani. Un traffico enorme, fortemente consolidato nella sua catena di produzione-vendita-incasso di milioni di dollari di profitti. Il prodotto viaggia sfruttando tutti i mezzi di trasporto: le rotte aeree e marittime permettono all’eroina afghana di giungere ovunque (eccetto il Sud America, qui vi sono i cartelli narcos che hanno il “loro” prodotto). Le vie terrestri coinvolgono pesantemente Iran e Pakistan, costretti ad impiegare sempre più risorse per contrastare questi flussi…

Il controllo talebano dell’ottanta per cento del territorio afghano, secondo International Council on Security and Development (ICOS)

Il responsabile dell’agenzia Onu anti-droga a Kabul, Andrey Avetisyan, realisticamente ammette: “Il papavero fornisce sostentamento da tre a quattro milioni di afghani”, ovvero oltre il dieci per cento la popolazione del paese. Purtroppo l’uso delle droghe si è via via diffuso anche tra la popolazione afghana, con una incidenza media del circa sei per cento. UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) evidenzia che nel 2016 la produzione di oppio è aumentata del 43 per cento, difatti nel 2015 la produzione totale era di 3300 tonnellate di oppio, mentre nel 2016 si è arrivati ad oltre 4800 tonnellate; ecco quindi un dato nuovo che emerge: questo incremento della produzione di oppio è collegata ad una maggiore resa per ettaro. I costi della sporca guerra sono enormi e sempre meno giustificabili senza una vittoria definitiva in vista.

Un elicottero CH-47 Chinook e un elicottero UH-60 Black Hawk della 101st Combat Aviation Brigade decollano dalla Tactical Base Gamberi (U.S. Army photo by Capt. Jarrod Morris, TAAC-E Public Affairs)

Dal 2001 solo gli Stati Uniti hanno speso 783 miliardi di dollari. Per Washington il dispiegamento di un solo soldato per un anno incide per circa un milione di dollari sul bilancio. Poi ci sono i costi umani. I soldati della Coalizione caduti sono 3529, di questi 2393 americani, e 52 italiani, e oltre 170mila militari e civili locali. L’Italia ha ancora 900 soldati nelle province occidentali, dagli oltre quattromila del picco massimo. Il calcolo delle vittime afghane è più controverso.

Almeno 35mila militari, dai venti ai trentamila civili, secondo le stime dell’Onu e del Watson Institute della Brown University. Sedici anni dopo, l’Afghanistan è sempre più un “Paese dei Talebani”. Secondo un recente rapporto dello Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (SIGAR), i talebani controllano o contestano il qua dei distretti afghani. In particolare, i talebani hanno una significativa influenza su una fascia di territorio che dalla provincia di Farah attraversa le provincie di Helmand, Kandahar, Uruzgan, Zabul, fino alla provincia di Ghazni.

In quest’ultima, ai primi di giugno, i talebani hanno occupato il distretto centrale di Waghaz facendo sfilare i propri uomini in parata – in pieno giorno e senza che né la coalizione né i governativi intervenissero – e pubblicando il relativo video sul web.

I Talebani hanno adesso il controllo completo di cinque distretti su 18 della provincia di Ghazni e del sessanta di altri nove distretti. Peraltro, Ghazni è anche una roccaforte di Al Qaeda, Stato Islamico, Islamic Movement of Uzbekistan e dei pachistani di Lashkar – e -Taiba. E quella in atto è sempre più una guerra per procura.

Il comandante Usa in Afghanistan, John Nicholson, ha denunciato nelle settimane scorse che i russi stanno armando i talebani, e gli stessi sciiti iraniani stanno approfittando del caos per aiutare gli insorti sunniti, perché l’interesse di Teheran a osteggiare Washington è più forte persino della radicata avversione verso i rivali settari. In questo contesto destabilizzato, Donald Trump ha dato ascolto alle richieste del Pentagono di aumentare le truppe presenti in Afghanistan.

Gli effettivi in più saranno circa cinquemila. Non saranno truppe convenzionali, ma unità impegnate in operazioni speciali che andranno ad affiancare l’esercito afghano che in questi anni si è dimostrato incapace di condurre offensive in modo autonomo. Si tratta, in pratica, di un ritorno al passato. Come l’intenzione della Nato di rafforzare la propria presenza militare in Afghanistan.

Sono convinto che l’Afghanistan sia ormai una guerra persa – afferma senza mezzi termini in una intervista a Lookout Claudio Bertolotti, analista strategico di ITSTIME (Italian Team for Security, Terroristic Ussues & Managing Emergencies) e dal 2005 al 2008 capo sezione di contro-intelligence e sicurezza della Nato in Afghanistan -. L’aumento di truppe non potrà che portare a un maggiore aumento di perdite umane e di costi economici. È una questione che riguarda direttamente anche l’Italia. Il nostro Paese ha la responsabilità dell’area ovest dell’Afghanistan. La situazione sembra relativamente tranquilla, ma specie nelle aree a sud e a est di Herat, dove siamo presenti, le cose sono peggiorate molto negli ultimi tempi.

Guerriglieri talebani (al Jazeera)

Afghanistan, 2001-2017: storia di un fallimento. Militare e politico. Perché la Nato non è riuscita né a sconfiggere i talebani, né a riportare la pace né a ricostruire un esercito in grado di contrastarli. Sul terreno si assiste a una competizione per la leadership del terrore tra l’Isis, che sta arruolando i pashtun, e al Qaeda 2.0 rianimata da Hamza, il figlio jihadista di Osama Bin Laden. Una concorrenza che non oscura il dato di realtà: l’idea del “califfato” prende sempre più piede, e territori, in Afghanistan. E il “futuro” assomiglia sempre più a un ritorno alla situazione antecedente l’intervento militare dell’ottobre 2001: un Paese-santuario dell’islam radicale armato.

Con l’Isis, l’Afghanistan è divenuto uno dei fronti più sanguinosi di una Jihad globale: da Manchester a Londra, da Parigi a Nizza, da Bruxelles a Monaco, dall’Iraq all’Indonesia: i “guerrieri di Allah” rispondono a un solo comando: seminare terrore e morte nelle terre degli “apostati”, siano essi “crociati cristiani” o deviatori sciiti, nel Grande Medio Oriente come in Europa. Per questo Kabul è davvero dietro l’angolo.

Afghanistan, un tragico fallimento che non consente repliche ultima modifica: 2017-07-02T16:17:58+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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