Come un territorio diventa creativo. Una lezione veneziana

scritto da ARLETTE E ANDRE' YVES PORTNOFF

Nei prossimi anni, certi paesi riusciranno a svilupparsi nel lungo termine per il Bene comune, appoggiandosi su valori umanisti. Saranno dei territori creativi che avranno voluto e saputo sfruttare la creatività dei talenti locali e stranieri per produrre nuovi lavori e una migliore qualità di vita; non per un piccolo numero di privilegiati ma per tutti. La Venezia del Quattrocento ci dimostra quali sono le quattro principali condizioni per riuscire in questa sfida.

Da un mezzo secolo, la Silicon Valley e la Route 128 sono prese come modelli dei territori creativi: lì, le attività economiche e i posti di lavoro sono generati da sinergie tra ricercatori, imprenditori e finanzieri. Molti hanno cercato di copiarli, spesso invano. Per capire come una terra diventa creativa, al di là delle specificità della mutazione digitale, trasferiamoci nel XV secolo. La nascita della stampa e dell’editoria moderne è stata ancora più fondatrice che l’arrivo, sette decenni fa, dell’informatica e delle tecniche digitali: la diffusione dei libri ha modellato l’evoluzione del mondo, al punto che il declino dell’Impero ottomano è cominciato nel XVI secolo col rifiuto della stampa.

Un’orchestrazione di tecniche antiche

In terra tedesca, Gutenberg ha innovato, come farà più tardi Steve Jobs, adattando armoniosamente tecniche esistenti. Produsse dal 1455 a Magonza centottanta copie della “Bibbia a quarantadue linee”: quarantadue righe per pagina. Ma gli mancò l’ambiente necessario per passare dall’invenzione all’innovazione capace di diffonderla. Il creativo fu spogliato, rovinato dal suo socio, il banchiere Johann Fust diventato suo rivale. L’Arcivescovo Adolf von Nassau, che salvò Gutenberg dalla miseria, ha anche, paradossalmente, assicurato la continuità del suo lavoro saccheggiando Magonza nel 1462: i dipendenti di Gutenberg e Fust fuggirono e fondarono stamperie a Bologna, Basilea, Roma… e infine a Venezia, verso il 1470.

Ma di tutte le città che in questo modo ebbero a disposizione le tecniche della stampa, una sola è stata capace di trarne una delle poche innovazioni rivoluzionarie che, pur basate sulla tecnica, esigono assai più che la sola tecnica. Venezia offriva un contesto in grado di attrarre e valorizzare i talenti necessari, in particolare quello di un orchestratore eccezionale, Aldo Manuzio.

Le condizioni dell’esplosione creativa

Alessandro Marzo Magno (1) descrive i punti di forza di Venezia, capitale di quasi centomila abitanti. Il Veneto era il territorio più urbanizzato e più industrializzato d’Europa, dinanzi alle Fiandre. Aveva, come la Lombardia, in gran parte peraltro conquistata dalla Repubblica di Venezia, l’energia idraulica e l’acqua pulita necessarie per produrre della carta di qualità. (2)

Ma secondo Marzo Magno, i quattro atout essenziali erano immateriali. C’era una concentrazione di pensatori umanisti, letterati, filosofi, scienziati, e la vicina Università di Padova giocava un ruolo prefigurando quello di Stanford nella Silicon Valley. Ricchi mercanti volevano diversificare i lori investimenti. Disponevano di un’alta competenza commerciale e di reti internazionali.

L’ultimo atout, l’eccezionale libertà di pensiero, si è rivelato determinante. Religioni e lingue coesistevano nella città più cosmopolita del mondo, accogliente per gli stranieri. Per questo, dopo la caduta di Costantinopoli, gli studiosi bizantini si rifugiarono a Venezia e a Padova, nella Repubblica che allora difendeva ancora, tenacemente, la sua indipendenza, perfino contro il Vaticano, mantenendo una laicità relativa; l’ateismo era tollerato.

Dirigenti più colti e meno corrotti

Altri due punti di forza rinvigorivano i precedenti: il livello culturale dei dirigenti e un eccezionale rigore dello Stato contro la corruzione.

Molti patrizi si formavano all’Università di Padova, diventata città veneziana nel 1405. Era un focolaio culturale di filosofia e scienza greca e araba. Contro la scolastica della Chiesa, l’aristotelismo padovano difendeva le conoscenze sperimentali, chiavi del progresso scientifico. Inoltre, la Serenissima si dotò di due scuole dedicate alla formazione delle sue élite.

Fondata nel 1408 da un “straniero”, un mercante fiorentino, la Scuola di Rialto (3) divenne la prima scuola pubblica e laica della Repubblica. Insegnava la logica, le scienze naturali, e le matematiche contabili. Uno dei suoi professori fu l’umanista Luca Pacioli, fondatore della contabilità moderna. Dal 1443, un’altra scuola pubblica, la Scuola di San Marco, attraeva i figli dei nobili col suo insegnamento umanistico e i suoi insegnanti in maggioranza non veneziani. Per questo, “la classe dirigente veneziana era forse la più coltivata d’Europa” (4). Un’élite interessata alle arti, alle scienze e alle lettere, che rispettava i creativi e si valorizzava finanziando i loro lavori.

L’altra eccezione veneziana era il rigore contro la corruzione. Funzionari e patrizi erano fortemente incoraggiati a non confondere interessi privati ​​e bene pubblico. Jean-Claude Barreau (5) osserva

una qualità unica, allora: l’onestà finanziaria. I funzionari statali non erano corrotti, in un’epoca in cui grandi servitori dello Stato francese, Richelieu e Mazzarino, riempivano i loro forzieri personali attingendo nelle casse riempite dal contribuente.

Realtà osservata o rivelata?

Questo contesto ha attirato Aldo Manuzio. Nulla predestinava quell’insegnante in latino e greco, nato vicino a Roma intorno al 1449, a diventare un imprenditore innovativo, salvo il suo impegno nelle reti umanistiche. Era amico di Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), l’autore d’un Discorso sulla dignità dell’uomo che difendeva il libero arbitrio in quanto “creatore di se stesso.” Questo tema, allora ricorrente, della dignità, doveva far fronte a violente resistenze. Pico, morto a 31 anni, probabilmente avvelenato, ha influenzato umanisti e utopici, tra cui Thomas More.

Nel 1504, Thomas More tradusse in inglese una biografia di Pico. Il Movimento umanista promuoveva una visione del mondo basata sulla Ragione e, seguendo Aristotele, sull’osservazione individuale della realtà. S’opponeva alla visione dogmatica dominante che imponeva una verità rivelata da Dio e dai suoi rappresentanti, sacerdoti o sovrani.

Aldo Manuzio decise di partecipare alla liberazione della Ragione grazie alla diffusione degli scritti di Aristotele e di altri pensatori antichi. Capì che la stampa sarebbe potuta diventare un formidabile promotore d’idee. Il professore si trasformò in imprenditore, tipografo ed editore, non per il denaro, ma per ideale. E divenne il più importante editore della storia e anche un esempio di capitalismo di lungo termine rispettoso degli stakeholder, delle parti interessate.

Manuzio si stabilì nel 1489 a Venezia. Questo pensatore idealista si trasformò in un uomo d’azione realista, moltiplicando i contatti con intellettuali umanisti influenti e notabili colti vicini al potere. S’avvalse di un tipografo importante, Andrea Torresano, prima di stabilirsi come tipografo-editore e di pubblicare un primo libro, nel novembre 1494. Lo stesso mese in cui il re francese Carlo VIII saccheggiava a Firenze la biblioteca di Lorenzo de’ Medici. Una coincidenza che spiega perché Manuzio volle scrivere all’ingresso della sua bottega:

Se si maneggiassero di più i libri che le armi, non si vedrebbero tante stragi, tanti misfatti e tante brutture.

Per Aldo, la cultura greco-romana era essenziale allorché

guerre immani (…) devastano tutta l’Italia e tra breve par che sommoveranno il mondo intero fin dalle fondamenta.

Di qui la sua determinazione a rinunciare a “una vita tranquilla per dedicare la vita al vantaggio dell’umanità,” spiega Tiziana Plebani: egli credeva

che si potesse far argine alle armi con le idee e offrire così agli uomini «la speranza di tempi migliori grazie ai molti buoni libri che usciranno stampati, e dai quali, ci auguriamo sarà spazzata via una buona volta ogni barbarie (Aristotele Opere logiche 1495).

In una prefazione ancora oggi d’attualità, affermava che la conoscenza della letteratura greca era una “necessità” per i giovani e per gli adulti in “tempi tumultuosi e tristi in cui è più comune l’uso delle armi che quello dei libri” (6).

Aldo fondò nel 1495 la sua impresa con due azionisti, Andrea Torresano, che contribuì come professionista e finanziatore, e l’imprenditore Pierfrancesco Barbarigo, figlio e nipote di due dogi, che assicurò il sostegno finanziario e politico. Attirò i migliori collaboratori, una dozzina, dagli operai agli eruditi, che preparavano i testi appoggiandosi sui rari manoscritti esistenti. Dava importanza alla qualità della carta, acquistata a Fabriano, e dell’inchiostro fabbricato nel suo laboratorio. Primo tipografo-editore, capace di essere allo stesso tempo erudito, pedagogo, tecnico, uomo di marketing, manager, inventò passo passo il mestiere dell’editore moderno.

Nel suo laboratorio, luogo di cultura dove si parlava greco, Aldo installò l’Accademia Aldina, che riuniva una trentina di umanisti, senatori veneziani, medici, futuri cardinali, intellettuali europei. Uno degli accademici, Giambattista Cipelli detto Egnazio, aveva scritto nel 1505 che era vitale per Venezia rispettare le acque della sua Laguna, una necessità sbeffeggiata, violata oggi da mezzo secolo.

Un’impresa incentrata sul cliente

Dato che il suo scopo non era di vendere, ma di fare leggere, Manuzio organizzò quello che oggi è chiamata l’impresa incentrata sul cliente e il libro di agevole uso. Curava l’impaginazione, introdusse l’uso dei paragrafi, della numerazione delle pagine, organizzò la punteggiatura, creò il punto e virgola, il carattere corsivo (per questo chiamato in francese italique) per condensare il testo, ridurre i prezzi e rendere i libri più accessibili. Curava la creazione di bei caratteri greci, romani, ebraici. Il suo incisore Francesco Griffo immaginò per un libro di Pietro Bembo, futuro cardinale e amico di Manuzio, un carattere romano che influenzò Claude Garamond, padre del carattere omonimo, e il tipografo Stanley Morison, che introdusse nel 1932 il Times.

Manuzio fu nel 1501 il primo a utilizzare il formato in-ottavo per pubblicare testi letterari. Questo formato, facilmente portabile, era fino allora riservato soprattutto ai libri dei religiosi. I viaggiatori che percorrevano l’Europa potevano finalmente partire con i loro libri. Il passaggio dalla lettura di libri molto pesanti a quella di libri più piccoli e spesso tascabili ripresenta una rottura paragonabile alla rivoluzione del digitale portatile, dai computer agli smartphone. Da allora, personaggi importanti si sarebbero fatti ritrarre tenendo in mano un libro tascabile, come i nostri contemporanei esibiscono il loro smartphone.

Aldo dedicava prefazioni per annunciare le prossime edizioni e spiegare il suo progetto editoriale. Fu anche il primo a pubblicare cataloghi. Per differenziare le sue opere dalle imitazioni, in particolare eseguite a Lione, stampò nei suoi libri il suo logo, un’ancora e un delfino.

Una biblioteca senza limiti

Un’altra innovazione aldina fu il frequente inserimento d’immagini nei testi grazie alla nuova tecnica di xilografia sviluppata da Ugo de Carpi. L’Hypnerotomachia Poliphili, i sogni di lotte amorose di Poliphile, pubblicato nel 1499 con 172 xilografie sfruttò largamente questa tecnica. Questa opera erotica, di autore e illustratore sconosciuti, uno dei più bei libri illustrati del Rinascimento, è diventato un bestseller internazionale a partire dalle sue riedizioni dal 1545. Ha ispirato Rabelais, Gérard de Nerval e Roman Polanski (La nona porta, del 1999). Le sue illustrazioni sono servite da modelli ai giardini europei nel corso di tre secoli.

Aldo Manuzio morì il 6 febbraio 1515, esausto dal lavoro. Aveva pubblicato circa 130 libri in greco, latino, italiano, stampandone anche tremila copie. È stato riconosciuto da tutta l’Europa umanista. Erasmo, venuto nel 1507 ad abitare da lui nei nove mesi della ristampa dei suoi Adagia, ne divenne amico. Scrisse che Aldo aveva voluto “costruire una biblioteca senza altri limiti se non quelli del mondo.” Prima di Wikipedia…

Nel 1516, Thomas More, amico d’Erasmo, a sua volta rese omaggio all’editore nell’Utopia. Di fatto, Manuzio ha definito norme rigorose che hanno creato le condizioni di una diffusione massiccia dei libri. Ha influenzato le abitudini, la cultura, l’arte. Le sue pubblicazioni hanno contribuito alla moltiplicazione di quadri non più religiosi ma ispirati dalla mitologia. Questo ha indotto un altro sguardo, quasi ecologico, sulla natura; così sono apparsi i primi paesaggi nella storia della pittura, come la Tempesta del Giorgione (1503 circa).

Censura e declino industriale

Aldo Manuzio è morto prima di vedere la sconfitta dei suoi valori a Venezia. Uno degli uomini che più hanno nuociuto alla Serenissima, Gian Pietro Carafa, aveva vissuto a Venezia, osservando con disgusto la tolleranza veneziana che consentiva lo sviluppo di movimenti favorevoli alla Riforma.

Carafa fu nominato nel 1542 capo della Congregazione del Sant’Uffizio, direzione centralizzata dell’Inquisizione fino ad allora gestita a livello locale. Lanciò un’azione repressiva contro gli eretici e, diventato Paolo IV nel 1555, la perseguì. Aveva impedito, a forza di maldicenze, l’elezione a Papa di Reginald Pole, l’ultimo Arcivescovo cattolico di Canterbury, umanista amico di Bembo. Questo provocò una biforcazione storica e l’avvento della Controriforma. Dal 1548, l’Inquisizione poté imporre a Venezia la distruzione pubblica di decine di migliaia di libri “protestanti” e, nel 1553, in tutta la Repubblica, di centinaia di migliaia di libri ebraici. (7) Venezia fu costretta ad applicare nel 1558 l’Index vietando seicento autori tra cui Erasmo, Machiavelli e l’Aretino. Ironia crudele della storia, Paolo Manuzio, figlio d’Aldo, fu costretto a pubblicare nel 1564 l’Index Librorum Prohibitorum

L’arrivo della censura del Vaticano segnò l’inizio del declino dell’editoria a Venezia. La proporzione di libri religiosi, meno del quindici per cento delle pubblicazioni veneziane nel 1550, raddoppiò alla fine del secolo. Questo non salvò la supremazia dell’editoria veneziana.

Fin dall’inizio del XVII secolo… Venezia e l’Italia cedono il passo ad Anversa, nella parte cattolica dell’Europa. Le Provincie Unite (8) stavano vivendo uno sviluppo particolarmente spettacolare [grazie al fatto che] la giovane Repubblica è un faro di tolleranza … autori e librai di diverse religioni convivono senza scontri. [Le condizioni che avevano fatto il successo di Venezia si trasferirono ad Amsterdam che sviluppò] un’industria del libro di qualità in grande parte per l’esportazione.

Il veneziano, fino allora lingua internazionale, dovette cedere il passo al francese e lo sviluppo della scienza italiana fu spezzato dal processo a Galileo Galilei.

Battaglie di visioni e valori

Se Aldo potesse ritornare, vedrebbe che Venezia non è diventata l’”archetipo” della città aperta all’utopia sperata da Italo Calvino, ma quello di un’Europa agonizzante nonostante gli eccezionali punti di forza che non osa sfruttare per ridiventare una terra creativa.

Il futuro rimane aperto. Dipende dai conflitti tra visioni, valori degli attori e dalla loro volontà. Le terre creative saranno quelle dove prevarrà una visione umanistica di un mondo che si può esplorare e dove si può agire liberando la Ragione di ciascuno. Questa visione razionale e libera è attaccata, oggi come ieri, da sostenitori di una realtà rivelata e indiscutibile. Tra questi integralisti, gli islamisti operano nella scia dell’Inquisizione e dell’integrismo cristiano di Savonarola, anch’esso nutrito dall’indignazione di fronte alle disuguaglianze. I creazionisti americani, accaniti contro Darwin, distruggerebbero lo sviluppo scientifico, tecnico e, finalmente, umano laddove riuscissero a impadronirsi delle scuole.

Tutti i razionalisti che portano all’estremo l’importanza dei principi, delle osservazioni, perdendo di vista il Senso, l’Umano, aggrediscono anche la Ragione e ci conducono alla burocrazia, ai totalitarismi e alle derive transumaniste sostenute da miliardari dell’industria digitale americana.

Attualmente le visioni dell’Altro come nemico progrediscono con la xenofobia e i neo-fascismi, chiudendo le menti e i territori. Questa tendenza va contro la creatività dei territori che dipende dall’attrattiva per tutti i talenti e dall’accoglienza di personalità forti, spesso disturbanti, capaci di diventare catalizzatori, come Manuzio.

Al funerale di Aldo Manuzio, la sua bara era circondata da tutti i suoi libri. Lui avrebbe trovato simbolico che il suo laboratorio e la chiesa del IX secolo dove fu sepolto fossero rasi al suolo, per costruire il mediocre edificio di una banca. Saccheggio autorizzato per compiacenza. Simbolo del (temporaneo?) trionfo della rapacità (9), di fronte al capitalismo sostenibile, incarnato da Manuzio.

Egli osserverebbe che Venezia sta spopolandosi, saccheggiata da molti dei suoi notabili che dimostrano come sia possibile sterilizzare e distruggere un territorio. Già nel 1887 il senatore Pompeo Molmenti denunciava la politica del delendae Venetiae. Oggi, è necessario un libro per ricordare che, ancora, “Venezia è una città”, malgrado gli sforzi dei numerosi corrotti e corruttori che vogliono trasformarla in Disneyland senza abitanti. Dalle grandi navi, che distruggono la Laguna al Fontego dei Tedeschi (10) degradato in negozi di lusso, al Mose che ha permesso di rubare un miliardo e mezzo di euro, ci sono tanti scandali cui l’editrice Marina Zanazzo ha potuto, con grande coraggio, dedicare più di quaranta piccoli ma fondamentali libri nella collana Corte del Fontego.

Purtroppo, in questo, Venezia è simbolica del nostro mondo. La tendenza lunga mondiale delle compromissioni tra politici e imprenditori ha provocato un hold-up dei finanziari di breve-termine sull’economia reale e la costruzione di plutocrazie totalitarie. Certo, gli Stati Uniti rimangono molto creativi. Ma va notato che ciò avviene perché le major del digitale mantengono ambizioni a lungo termine e riescono a sedurre i finanziatori malgrado introiti per molti anni mediocri o nulli, come quelli di Amazon e Tesla. E questi territori sono (ancora) creativi, ma negli interessi di chi? È sostenibile uno sviluppo economico basato sull’impoverimento della maggioranza? No, risponde anche il Financial Times.

I partigiani dei valori umanistici non sono condannati. Possono costruire territori creativi nel lungo termine sfruttando, anche loro, le proprietà delle reti digitali: potrebbero allora ricreare condizioni globali capaci di generare innovazione sull’esempio di quelle che consentirono il passaggio dall’umanesimo al Rinascimento: bisognerebbe creare una nuova Accademia Aldina! Ma le reti possono anche essere mafiose e gli effetti rete sono anche utilizzati oggi per dominare, spiare, imbrogliare. Esattamente come i modelli rinascimentali della Città ideale sono stati fuorviati dal Panopticon per costruire penitenziari, imprese e uffici tayloriani o manicomi come a Vienna… Oggi la nostra libertà e lo stato di diritto sono minacciati da un Panopticon digitale al servizio di qualche impresa gigantesca. Ancora una volta, tutto dipende dai valori prevalenti e dall’azione dei cittadini desiderosi di difendere la libertà.

Manuzio concluderebbe sull’urgenza di fare assimilare ancora molto di più “buoni libri per sbarrare la strada a tutte le barbarie”. La battaglia delle visioni e dei valori inizia a scuola. Subiremo ancora a lungo l’insegnamento di un pensiero cartesiano che fraziona la realtà e impedisce di percepirla? O, finalmente, diffonderemo un pensiero della complessità mettendo in evidenza le interdipendenze, incoraggiando per questo la solidarietà con gli altri e con l’ambiente? La comprensione della complessità fa ammettere l’imperfezione dei nostri atti, umiltà indispensabile per il progresso tecnico. Le nostre scuole, in particolare quelle che formano i nostri dirigenti, continueranno a formare al disprezzo degli altri o stimoleranno alla fine la cooperazione e l’apertura? Persevereremo a selezionare anche i medici secondo le loro capacità in matematica o secondo la loro empatia, le loro qualità umane? Avremo, come nella Venezia del Quattrocento, dirigenti colti ​​e aperti alla modernità, o subiremo troppi politici altrettanto ignoranti della tecnica moderna che della storia e della cultura classica?

Pronti a farsi beffa del nostro patrimonio letterario e artistico, e a sacrificare la cultura classica? Dipende da noi.
Adattamento di un articolo pubblicato nella rivista francese Futuribles n° 414, settembre-ottobre 2016.
Traduzione a cura degli autori e di Mario Santi

(1) Alessandro Marzo Magno, “L’alba dei Libri. Quando Venezia ha fatto leggere il mondo”, Garzanti 2012

(2) Brian Richarson, “Printing, Writers and Readers in Renaissance Italy”, Cambridge University Press, Cambridge, 1999

(3) Premio Luca Pacioli , Senato Accademico del 24 novembre 2010, Università Ca’ Foscari, Venezia

(4) Gino Benzoni, “Il Rinascimento. Politica e cultura. La cultura: le accademie e l’istruzione”, “Storia di Venezia”, Vol. 4, Enciclopedia Treccani,1996.

(5) Jean-Claude Barreau, “Un capitalisme à visage humain, le modèle vénitien”, Fayard, 2011

(6) Gino Benzoni, cit.

(7) Giovanni Di Stefano, “Venezia e il Ghetto”, Il Gazzettino, 2016.

(8) Il regno dei Paesi Bassi

(9) Italo Calvino, “Venezia archetipo e utopia della città acquatica”, (1974), Mondadori, 1995

(10) Joseph Stiglitz, “Le triomphe de la cupidité”, Ed. Les liens qui libèrent, 2010

(11) Paola Somma, “Benettown”, 2011, e Lidia Fersuoch, “Nostro Fontego dei Tedeschi”, 2015. Corte del Fontego

VERSIONE ORIGINALE FRANCESE

DUE NOTE A MARGINE

Arte, indice di sviluppo

L’Arte è un indice, spesso dimenticato, della salute del mondo. Il ritratto e l’arte figurativa basata sull’osservazione della realtà sono scomparsi con il declino di Roma. Il potere religioso ha imposto, per un millennio, un’arte simbolica tesa a indottrinare e terrorizzare un popolo analfabeta. Il ritorno del ritratto realistico ha preceduto di poco lo stile del “vero Rinascimento” basato sulla prospettiva scientifica del toscano Brunelleschi, sulla realtà anatomica e una padronanza delle luce insegnata dai Fiamminghi. Questo realismo figurativo è stato distrutto al momento del suicidio europeo nel 1914, con il cubismo e l’arte astratta. Gli europei non avevano più il coraggio di guardarsi in faccia. Fino a quando?
(A e A-Y-P)

Serve un nuovo “editto di Egnazio”?

L’idea di una nuova accademia aldina potrebbe essere uno spunto interessante – per una Venezia che voglia interrogarsi sulla scelta tra un futuro – quello che i Pornoff chiamano “nuovo rinascimento” – e l’autodistruzione.

Perché è questa la tendenza in atto, che la uccide come città per trasformarla in contenitore “museale”. Dove gli abitanti sono zombie figuranti e gli “imprenditori” sono di due tipi:
1) quelli legati alla monocultura del turismo della rendita, dai gestori di alberghi di lusso ai venditori di souvenir, dove tutti ne vendono i “santini” e saccheggiano la risorsa, città e Laguna, spremendola fino ad esaurimento;
2) un nucleo “industriale” legato a grandi opere intrinsecamente destinate a sviluppare la corruzione e a distruggere gli equilibri ambientali e idrodinamici la cui attenta gestione ha consentito più di mille e cinquecento anni di vita a una città altrimenti destinata a scomparire.

Abbiamo già avuto il Mose, ora ci giochiamo gli interventi sulle grandi navi dove si fatica ad affermare l’unica soluzione compatibile, quella che le tiene ai margini della Laguna, e rischiano di affermarsi quelle che portano allo scavo di nuovi devastanti canali (come se il rapporto tra scavo del canale dei petroli e “acqua granda” del 1966 non avesse insegnato nulla).

La domanda che mi faccio e sulla quale varrebbe la pena aprire una discussione è se ci sia (e che forza abbia, o possa acquistare) un’idea forza capace di disegnare una alternativa possibile.

E mi sembra che una risposta possa stare nel rilancio dell’impegno internazionale su Venezia, spostandone però la centralità sull’ambiente prima che (e ovviamente non in alternativa) sulle bellezze artistiche e architettoniche.

Un generoso sforzo dell’umanità (di cui Venezia è “patrimonio”) per trovare in quegli equilibri ambientali – che ne hanno consentito la nascita e la sopravvivenza per un millennio e mezzo – l’elemento non solo di salvaguardia, ma di rinascita e rilancio.

Molte altre città nel mondo vantano patrimoni artistici e culturali paragonabili a quelli di Venezia.

Ma la sua unicità sta nel fatto che il suo sviluppo – demografico, economico, culturale e artistico – è avvenuto sul presupposto dell’equilibrio ambientale che le ha permesso di essere città in una laguna gestita come risorsa “esauribile” e da governare.

Certo questo non vuol dire che non si potranno più vedere Rialto e San Marco (questo è un diritto dell’umanità) ma che, più che a discutibili e impraticabili “numeri chiusi”, l’attenzione dei governanti (locali, ma anche nazionali, europei, mondiali) si potrebbe concentrare su una “nuova offerta”, con possibilità di visite più articolate e ancorate a paletti sostenibili.

È follia cominciare a contrapporre (nell’azione dei decisori, ma anche nella concreta disponibilità dei veneziani) alla logica dei “B&B + paccottiglia venduta in sede fissa o mobile + pubblici esercizi di rapina” alcune prime proposte che diano diversamente lavoro ai veneziani, basate su visite alla città e alla laguna come ambiente inscindibilmente e incredibilmente unitario di natura e cultura – entrambe “governate”?

Pensare a reti di accoglienza e mobilità “europee”:
– biglietto unico metropolitano, rete integrata di trasporto su gomma e acqua;
– proposte recettive e ristorative “diffuse” in tutto l’ambito lagunare e di gronda, capaci di unire tradizione e offerta adeguata e – nei limiti del possibile – programmata;
– offerta culturale variegata a diversificata, ma con regia unitaria e coordinata;
– corsi e occasioni residenziali di studio (sapranno le Università locali “battere un colpo”?) per approfondire i temi della sostenibilità ambientale e della manutenzione e gestione sostenibile del patrimonio artistico e architettonico…

È follia cominciare a contrapporre alle grandi opere, che non soltanto sono utili solo a chi le realizza e a chi si fa corrompere, ma portano danni (irreversibili?) all’equilibrio vitale tra la città e la laguna un vero piano per il suo riequilibrio morfologico e lo sviluppo di opere di manutenzione diffusa della città?

Davvero chi magnifica il “lavoro” che arriverebbe con le grandi opere non si rende conto di quanto di più e di più stabile se ne genera dalla manutenzione urbana bloccata dal concentrare tutti i soldi sul Mose o dalla creazione di un avanporto per le grandi navi da cui portare i croceristi in marittima con motonavi o dallo sviluppo di un vero turismo ambientale in Laguna e di pacchetti che sappiano mettere insieme natura e cultura?
Credo di no.

Però per farlo sono necessari dei “nuovi veneziani”, capaci si slegarsi dal turismo della rendita per sviluppare il “lavoro dell’ambiente” e di esprimere un senso del bene comune (che vede la sua manifestazione più evidente e già praticata in “Poveglia per tutti”).
Forse serve quello che i Portnoff chiamerebbero un “nuove editto di Egnazio” che chiami le forze culturali e scientifiche del “mondo in transizione” a confrontarsi (vedo bene Arlette e André nel ruolo fondativo che fu di sir Ashley Clark) a fondare a Venezia un nuovo coordinamento di comitati e persone come “Save Venice”. Ma che, questa volta, sia una “Accademia aldina” dell’ambiente, nata attorno a quell’indispensabile progetto di salvaguardia che è il riequilibrio morfologico della laguna.

Che è sempre stata ed è oggi la condizione da raggiungere per consentire alla città di continuare a vivere (e assieme a creare possibilità nuove per i suoi abitanti, per farli tornare a essere cittadini attivi e non figuranti etero diretti di un teatro gestito altrove. Si tratta, in sostanza, di fare della città un centro internazionale della sostenibilità.
Se una discussione di avvierà, questo progetto potrebbe trovare qualche ipotesi si praticabilità.

ytali. potrebbe essere l’”agorà” dove capire se ce ne sono le condizioni.
E una serie di contributi più specifici potrebbero cominciare a sviscerarne i temi…

Mario Santi
Ambientalista

Come un territorio diventa creativo. Una lezione veneziana ultima modifica: 2017-07-02T19:37:17+02:00 da ARLETTE E ANDRE' YVES PORTNOFF

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