Ricordo di Paolo Villaggio: una risata forse ci salverà (da noi stessi)

scritto da ROBERTO ELLERO

Per essere vera, diceva Voltaire, la verità – ogni verità – deve reggere la prova del paradosso. Tanto che ciascuno di noi può ben dirsi immortale, almeno sino a prova contraria. Doveva pensarla così anche Paolo Villaggio, che di paradossi se ne intendeva, tenendosi a debita distanza dalla credenze, che invece detestava. Paradossale, del resto, e sempre volentieri sopra le righe, la sua stessa vis comica. Sino a quella maledetta prova contraria che alla fine è arrivata anche per lui. Vogliamo poi dire che sono sempre i migliori che se ne vanno? E diciamolo, tanto i luoghi comuni staranno lì pur per qualcosa e Paolo riderebbe un mondo di questa cosa qui, dei migliori che se ne vanno. Con una di quelle risate sonore, che nella vita intimorivano e che erano nel suo repertorio da burbero benefico, improvvise sciabolate che non t’aspetti, come quando il tapino Fantozzi esplode sul palco del cineforum aziendale contro l’innocente “Corazzata Potëmkin” di Ejzenštejn, mai più ripresasi dopo la celebre intemerata della “cagata pazzesca” (non leggete boiata, nel film dice proprio cagata).

Un ricordo personale, di tanto tempo fa. Venezia, primi anni Novanta, un giovedì grasso di fine febbraio, carnevale già quasi primaverile. Ospite d’eccezione del Circuito Cinema, Paolo Villaggio, con tanto di quadernetto monografico della mitica collana omonima, curato da Fabrizio Borin, e la passerella d’onore all’Università, aula magna di Ca’ Dolfin. Dove, forse, farà un salto anche Goffredo Fofi, giusto per sottolineare che le jour de gloire est arrivé. E sapete che cosa ci combina il tempo? Nevica, alla grande, come raramente capita da queste nostre parti, per via del microclima lagunare, meno che mai quando il sole già comincia a scaldare le Zattere, con la conseguenza di decimare in sala Fofi e studenti. Paolo, vuoi forse dirmi che le nuvole di Fantozzi non c’entrano? E lui, uomo di mondo, a suo tempo chansonnier sulle navi della Costa Crociere, proprio come il Silvio, all’epoca non ancora sceso in campo ma già in sella, con la consueta baldanza e un pizzico di (auto)ironia: “Ma chi se ne frega della neve… piuttosto… quando arriva Fofi?”

Paolo Villaggio con Fabrizio de André e l’attrice Marzia Ubaldi a casa dell’amica Lorenza Bozano, Genova 1966 (foto Collezione Lorenza Bozano dal sito http://www.fabriziodeandre.it/)

Parlare di Paolo Villaggio riducendone la portata al solo ragionier Ugo Fantozzi sarebbe far torto all’uomo, all’attore e al poligrafo instancabile che era in lui, giocoliere della parola dirà Umberto Eco. Nella carriera di Paolo Villaggio c’è un prima (che si chiama anche Fabrizio De André, il nazistoide Professor Krantz, Fracchia, tanto cabaret e tanta televisione) e c’è un dopo (in particolare l’incontro con il Fellini de “La voce della luna”, al fianco di Benigni) ma indubbia resta – per l’intera cultura italiana – la centralità di quel personaggio: il pavido impiegato, con tanto di moglie Pina e figlia Mariangela al seguito, la famiglia ideale al gran completo, che con film e libri porta al successo fra la metà degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta la mediocrità nazionale fatta persona, il ragioniere-massa della pubblica come della privata amministrazione, coniando un aggettivo – fantozziano – entrato stabilmente e autorevolmente nella lingua italiana per definire la ridicola inanità di chi si costringe a subire facendosene sempre una ragione. O pensando di potersela fare. Tanto ci sarà sempre una inarrivabile signorina Silvani da corteggiare in pubblico e una gara di rutto libero da consumare in privato, davanti alla televisione, quando gioca la Nazionale.

Offrendoci la bella illusione della grandezza umana, il tragico ci consola. Il comico è più crudele: ci rivela brutalmente l’insignificanza di tutte le cose.

Già Milan Kundera in quegli stessi anni (“L’arte del romanzo”, Adelphi, 1986) aveva provveduto ad inquadrare la crudeltà del comico. Villaggio, con il suo Fantozzi, pratica esemplarmente. E poco importa che il pubblico goda delle disgrazie altrui ignorando (o fingendo di ignorare) che delle proprie in realtà si tratti. È il vecchio gioco ed equivoco della commedia, che sembra sempre parlare d’altro e di altri quando invece parla di te. Di scuola cinica, Villaggio perlomeno aveva il coraggio di prendere per i fondelli anche sé stesso. Prolunga per deforme s’intitola l’intervista-capitolo che gli dedica Italo Moscati nel suo “Ettore Scola e la commedia degli italiani” (Ediesse, 2017). Merita sentirlo:

Salgo a bordo e una hostess molto giovane, molto carina, più carina ancora, mi dice, anzi non dice niente, fa il gesto di allacciarmi la cintura, io cerco di cinturarmi e dico: “Guardi che non..” E lei: “Ci penso io”. Va dietro la tenda e fa: “Prolunga per deforme”. Ha riso tutto l’aereo, aereo corto, un concordino. Quando la rivedo, dico: “Poteva dire prolunga per uomo autorevole, per un uomo robusto? Niente”.

Paolo Villaggio era di quella scuola lì: una risata forse ci salverà. Da noi stessi.

Ricordo di Paolo Villaggio: una risata forse ci salverà (da noi stessi) ultima modifica: 2017-07-03T16:51:01+02:00 da ROBERTO ELLERO

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento