IL FEPS e D’Alema. Com’è andata davvero

scritto da STEFANO RIZZO

La vicenda della mancata conferma di Massimo D’Alema alla presidenza della FEPS, (Foundation for European Progressive Studies), la Fondazione degli studi progressisti europei che riunisce una cinquantina di fondazioni socialiste e socialdemocratiche dei paesi dell’Unione Europea, ha suscitato molto clamore in Italia e scarsissima attenzione in Europa. Il fatto in sé è di scarso rilievo. Dopo sette anni di presidenza sarebbe stato normale che vi fosse un avvicendamento, a prescindere dai meriti o demeriti del presidente. Ma di semplice avvicendamento non si è trattato.

La decisione presa dall’assemblea annuale della FEPS, in una tempestosa riunione a porte chiuse il 28 giugno scorso, con un voto contrario a D’Alema di 22 fondazioni contro quindici, non ha avuto niente di normale. La riunione era stata preceduta qualche giorno prima da un evento senza precedenti: sette fondazioni (poi ridottesi a sei), tra cui quelle di maggior peso che compongono la FEPS – la tedesca Friedrich Ebert, la portoghese Res Publica, la svedese Olaf Palme, la spagnola Pablo Iglesias – avevano esplicitamente chiesto con una lettera pubblica che D’Alema non venisse ricandidato perché

ha appoggiato una scissione nel suo partito, il Partito democratico, è tra i principali esponenti di un nuovo movimento che intende contrastare i due partiti membri del PES (il Partito del socialismo europeo), il Partito democratico e il Partito socialista italiano,

imputandogli anche in sovrappiù la

mancanza di lealtà e di solidarietà nei confronti della famiglia socialista europea.

Da dove vengono queste gravi accuse? D’Alema era stato fino a non molto tempo prima una delle più note e autorevoli figure del PES, in quanto ex presidente del consiglio, ministro degli esteri, segretario dei Democratici di sinistra e tra i fondatori del Partito democratico. Nel febbraio del 2014 aveva sostenuto l’adesione del PD al PES*. Lui stesso non nascondeva la sua soddisfazione per il fatto di fare parte del club più esclusivo del socialismo europeo composto dal segretario del PES, dal presidente del gruppo dei Socialisti e democratici (S&D) nel Parlamento europeo, dal presidente del parlamento (fino all’anno scorso il tedesco Martin Schulz) e da lui stesso in quanto presidente della FEPS – un club esclusivo che si riuniva periodicamente e che discuteva la strategia dei socialdemocratici in Europa.

Maria João Rodrigues, a destra, nuova presidente del FEPS

Poi qualcosa è cambiato. Dopo l’approvazione della riforma costituzionale voluta dal governo Renzi, D’Alema ha preso posizione sempre più netta per il no al referendum. Quando nell’ottobre del 2016 la presidenza del PES si è pronunciata esplicitamente per il sì,

sia perché la riforma è una cosa buona per l’Italia, sia perché il PES sostiene le iniziative dei suoi partiti membri,

D’Alema si è scagliato contro il segretario del PES Sergei Stanishev invitandolo poco garbatamente a “farsi i fatti suoi”. Quanto all’asprezza dello scontro abbia contribuito il fatto che ad agosto il governo italiano e tutto il PES avevano sostenuto la candidatura di Federica Mogherini ad alto rappresentante per gli affari esteri dell’Unione – preferendola a D’Alema – non è dato sapere.

Resta il fatto che quella data è stata uno spartiacque nelle relazioni tra il PES (e il Partito democratico) da un lato e l’ex segretario dei Ds oltre che fondatore del PD dall’altro. Quando poi, nel marzo del 2017, D’Alema esce dal Partito democratico e di lì a poco dà vita al partito scissionista Articolo Uno – Movimento dei democratici progressisti (Mdp), la rottura diventa irreversibile. Alla rottura segue la dura condanna di Stanishev che accusa D’Alema di “totale mancanza di lealtà politica” nei confronti del PD e dello stesso PES, attribuendo il suo comportamento a “risentimento personale” e sbarrando la strada ad un ingresso eventuale di Mdp nel PES perché “non può esserci spazio nella nostra famiglia per forze che minano l’unità del nostro movimento.”

Che cosa c’entra tutto questo con la FEPS e il licenziamento di D’Alema dalla presidenza? C’entra molto perché bisogna tenere presente che la FEPS non è un qualsiasi centro studi indipendente, ma una fondazione politica affiliata al PES e finanziata dal Parlamento europeo (con la ragguardevole cifra di 4,5 milioni di euro l’anno) attraverso il gruppo dei Socialisti&Democratici in quanto fondazione della famiglia socialista europea. Altre fondazioni di altri gruppi politici nel PE sono finanziate allo stesso modo con somme che rispecchiano la consistenza numerica di ciascuno: così i popolari, i liberaldemocratici, i verdi, la sinistra unita europea e altri.

Nel comitato direttivo della FEPS siedono come membri di diritto il segretario del PES, la responsabile femminile, il presidente dei S&D. È abbastanza comprensibile che tutti costoro non gradissero che al vertice della loro fondazione – uno dei posti più ambiti nell’organigramma del PES – continuasse a sedere un uomo che non veniva più considerato parte, anzi veniva considerato un avversario, della famiglia socialista europea.

Allorché a questa inimicizia nei confronti di D’Alema da parte dei vertici socialdemocratici si è aggiunta la dura lettera di condanna di alcune delle principali fondazioni associate alla FEPS, la partita per D’Alema poteva considerarsi chiusa. Avrebbe potuto uscire di scena con l’onore delle armi respingendo, dal suo punto di vista, le accuse che gli venivano mosse e rivendicando gli ottimi risultati raggiunti dalla FEPS sotto la sua presidenza. Ha invece deciso di dare battaglia. Ha scritto una lettera ai membri della FEPS in cui chiedeva una proroga di qualche mese “per terminare i progetti iniziati e contribuire a designare il suo successore”, ha avviato una campagna acquisti per tentare di tirare dalla sua parte la maggioranza delle fondazioni, è andato alla conta, e ha perso.

Né poteva essere altrimenti. Stupisce soltanto che “un politico di professione” – come D’Alema ha sempre orgogliosamente rivendicato di essere – potesse pensare di continuare a fare il presidente di una fondazione politica contro la volontà del partito di riferimento e contro la volontà del gruppo parlamentare che la finanzia. Che i vertici del PD abbiano avuto un ruolo in questo esito è del tutto ovvio, un esito che non ci sarebbe stato – o almeno non sarebbe stato così umiliante per D’Alema – se lui stesso non si fosse bruciato tutti i ponti alle spalle e irriso i suoi potenziali alleati. Si è trattato di un clamoroso errore politico dettato, non so se dal risentimento, ma certamente dall’arroganza.

*L’iscrizione al PES è decisa il 27 febbraio 2014 (segreteria Renzi) con 121 voti a favore e uno contrario (Beppe Fioroni, nei confronti del quale D’Alema ha una battuta sferzante). All’esangue Internazionale Socialista aderisce per l’Italia solo il Psi  (Pia Locatelli che sta anche nella FEPS). Nel 1999 su iniziativa di Clinton, Blair, Schröder e D’Alema è nata la Progressive Governance Network ora assorbita dalla britannica Policy Network (membro della FEPS)

IL FEPS e D’Alema. Com’è andata davvero ultima modifica: 2017-07-04T13:27:42+00:00 da STEFANO RIZZO

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