L’Erdoganistan, uno stato-prigione, anche grazie ai fondi Ue

scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

La più grande prigione di giornalisti al mondo. Un Paese-carcere nel quale vengono rinchiusi attivisti per diritti umani, insegnanti, scrittori, avvocati, editori, funzionari pubblici, parlamentari curdi, blogger, femministe, sindacalisti indipendenti, operatori di borsa, ex militari non allineati con il “Gendarme di Ankara”: il presidente Recep Tayyip Erdoğan.

Solo nell’ultima settimana (comunica il ministero dell’interno di Ankara) 548 persone sono state arrestate per accuse di terrorismo. Circa la metà (269) è finita in manette per sospetti legami con la presunta rete golpista di Fethullah Gülen. Altri 252 sono stati arrestati con l’accusa di essere militanti del Pkk, mentre almeno 55 sono i ribelli curdi che risultano uccisi dalle forze di sicurezza in territorio turco nello stesso periodo. Nella lista degli arrestati figurano anche quindici sospetti affiliati all’Isis e dodici a gruppi illegali di estrema sinistra.

Le statistiche delle purghe in corso in Turchia sono sconvolgenti. Il giorno dopo il fallito golpe del luglio 2016, il governo del presidente Erdoğan ha licenziato 2.745 giudici, un terzo del totale. Non molto tempo dopo circa centomila funzionari pubblici, insegnanti e giornalisti hanno perso il lavoro. Il numero è oggi incredibilmente elevato: 138.147 funzionari, insegnanti e accademici statali licenziati, 50.987 arrestati. All’interno delle carceri, gli incontri tra detenuti e avvocati sono strettamente limitati e le loro riunioni attentamente monitorate, compromettendo inevitabilmente una difesa efficace. Non sono autorizzati contatti con l’esterno, fatta eccezione dei parenti più stretti, con i quali possono comunicare una volta a settimana, attraverso una finestra di vetro o via telefono.

Grazie allo stato d’emergenza, il presidente-gendarme – che dopo la vittoria nel contestato referendum costituzionale ha avocato a sé tutti i poteri esecutivi – può in qualsiasi momento ordinare isolamenti, detenzioni, chiusure di organizzazioni e istituti, sequestri di proprietà private, coprifuochi. Il costo umano di queste purghe è elevatissimo.

Almeno 37 delle persone arrestate si sono tolte la vita. La cifra è fornita dal Partito repubblicano del popolo (Chp), formazione d’opposizione, in un rapporto preparato dal suo vicepresidente Veli Ağbaba. Diciassette delle persone che si sono suicidate erano agenti di polizia, quattro soldati e due guardie carcerarie. L’umiliazione e la paura hanno presentato un conto salatissimo.

Tra le libertà conculcate c’è quella all’informazione. Racconta a Radio Popolare l’intellettuale e giornalista turco Ahmet Insel. Laureato alla Sorbona, ex docente universitario, Insel è editorialista del quotidiano turco Cumhuriyet, falcidiato dagli arresti del regime, e dirige la casa editrice Iletisim. E’ autore del volume “La nouvelle Turquie d’Erdogan, Du rêve démocratique à la dérive autoritaire (Francia, 2016)”:

Le cose in Turchia sono peggiorate, grosso modo, da quattro anni. Le proteste di Gezi Park nel 2013 hanno creato panico nel governo: da quel momento ha voluto controllare la stampa sempre di più. E dato che i media della confraternita Gülen hanno attaccato sempre di più il governo, Erdoğan ha cominciato a vedere nella stampa il pericolo principale. Questo processo era già cominciato prima del tentativo di colpo di stato del luglio 2016. Dopo il colpo di stato, l’attacco alla stampa è diventato generale e ha coinvolto anche la stampa di sinistra e la stampa curda. Non si tratta solo di pressioni o di chiusura dei giornali o delle televisioni, ma si è passati direttamente all’arresto dei giornalisti.

A partire dal 2011 la situazione è ulteriormente peggiorata e dopo il colpo di stato del 2016 – con l’imposizione dello stato di emergenza – non abbiamo più libertà d’espressione in Turchia. Esiste oggi in Turchia una democrazia aleatoria, arbitraria. Io sono cronista nel giornale Cumhuriyet. Lo pubblichiamo rispettando la nostra linea editoriale di opposizione, ma undici dei nostri colleghi sono in prigione da più di sei mesi. Perché io non sono in prigione? Perché invece sono in prigione i miei colleghi? Non lo sappiamo. Potrei essere al loro posto: non hanno scritto niente di più di quanto ho scritto io. Il giornale continua a uscire, ma in condizioni molto difficili. Sono centinaia i giornalisti in prigione in Turchia. La Turchia è diventata la più grande prigione per giornalisti al mondo. Ho vissuto la repressione degli anni ’90, che noi in Turchia chiamavamo gli anni di piombo, poi una vera primavera di libertà di stampa negli anni 2000. Oggi la situazione è simile a quella che io ho vissuto all’inizio degli anni ’80, dopo il colpo di stato militare.

Ecco cosa è oggi la Turchia di Erdoğan: un Paese sotto il tallone di ferro di un regime islamo-nazionalista che tratta ogni oppositore come una minaccia alla sicurezza dello Stato. E se lo combatti con la forza delle idee e con i tuoi scritti sei ancora più pericoloso. Lo sa bene Asli Erdoğan, cinquant’anni appena compiuti, autrice pluripremiata e tradotta in 17 lingue (in Italia con “Il mandarino meraviglioso”, ed. Keller), diventata il simbolo delle centinaia di intellettuali colpiti dalla repressione nella Turchia post-golpe. Lei in carcere ha trascorso 136 giorni con l’accusa di “terrorismo”.

Devo quel po’ di libertà che ho adesso al sostegno internazionale – sottolinea la scrittrice in una intervista all’Ansa -. Senza questo, probabilmente sarei rimasta in prigione e, se non fossi morta, anche per le mie condizioni di salute, sarei stata rilasciata con tante scuse solo dopo anni. Ormai lo stato di diritto non esiste più. Può accadere qualsiasi cosa. Tantissimi giudici sono in galera. Può toccartene uno di 25 anni, che magari cerca di fare buona impressione sul suo capo, o semplicemente di non finire a sua volta sotto accusa: è molto difficile credere ancora nella giustizia. Il mio è stato uno dei casi più ridicoli e kafkiani. E credo sia un messaggio per tutti gli intellettuali: state lontani dai curdi (Asil non lo è ma si batte per i diritti delle minoranze, ndr), o vi tratteremo come loro.

Chiunque non si adegua al regime diventa un nemico da neutralizzare. Anche la solidarietà internazionale è bandita. Nei mesi scorsi le autorità turche hanno interrotto le attività nel Paese di quattro Ong internazionali, tra cui l’italiana Cosv (Coordinamento delle organizzazioni per il servizio volontario), per ragioni di “sicurezza nazionale”.

Le altre Ong sono le americane Mercy Corps e Bsa (Business Software Alliance Incorporation) e la britannica Inso (International Ngo Safety Organization).  Il permesso all’italiana Cosv è stato revocato a gennaio, così come all’Inso, mentre il mese successivo il provvedimento ha riguardato Mercy Corps e Bsa. Un’altra Ong, la Turkish Coalition of America, ha invece ritirato a febbraio la richiesta di aprire un ufficio in Turchia. “Accanto a Gaziantep e Hatay, dove sono ospitati dei rifugiati, queste organizzazioni hanno anche chiesto licenze per operare a Diyarbakır”, dove “ci sono pochi migranti”, ha dichiarato il vicepremier turco, Veysi Kayna, sostenendo che la richiesta è apparsa “sospetta”. Reprimere la società civile e le sue organizzazioni è un’attività che nella Turchia sotto dittatura islamo-nazionalista non ha soluzione di continuità. Il 22 novembre 2016, era stato emesso il decreto che, ai sensi dello stato d’emergenza, ha ordinato la chiusura definitiva di 375 organizzazioni non governative.

La chiusura di quasi 400 Ong va inquadrata nel sistematico tentativo in corso da parte delle autorità turche di ridurre definitivamente al silenzio ogni voce critica,

denuncia John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa.

Come sottolinea Dalhuisen,

sono state chiuse associazioni di giuristi contro la tortura, organizzazioni per i diritti delle donne che gestivano rifugi per le sopravvissute alla violenza domestica, centri di assistenza per i rifugiati e gli sfollati interni e anche la principale Ong per i diritti dei bambini . Alla società civile turca deve essere permesso di continuare a svolgere il suo prezioso lavoro senza timore di rappresaglie o punizioni. L’azione delle Ong è di vitale importanza soprattutto nel contesto dell’attuale crisi dei diritti umani in Turchia, dove l’evidente abuso dei poteri d’emergenza ha gettato un’ombra su una già devastata società civile.

Sette mesi dopo, la situazione è ulteriormente peggiorata. Nel Paese-prigione non è permessa alcuna forma di protesta. La disobbedienza civile è considerata un atto sovversivo e come tale represso. Emblematico è il caso di due insegnanti, Nuriye Gülmen e Semih Özakça, arrestati perché accusati di terrorismo. Gülmen e Özakça sono in sciopero della fame da oltre due mesi e mezzo per protestare contro il loro licenziamento durante le massicce purghe che sono seguite al fallito colpo di stato del 15 luglio 2016.

I due sono accusati di “adesione a un’organizzazione terroristica”. In un video pubblicato mentre attendevano l’udienza in tribunale i due – rispettivamente un docente universitario e una maestra elementare – hanno ribadito:

Continueremo a lottare finché non saremo vittoriosi”. Selçuk Kozağaçlı, presidente dell’Associazione degli Avvocati Progressisti (ÇHD), ha affermato che quelle dell’autorità sono “affermazioni senza precedenti, che non hanno riscontro nella legge turca.

La norma in questione è molto vaga, e prevede che il fermo in stato di arresto sia possibile in caso di svariati tipi di accuse: dalla violenza sessuale ai crimini che “minacciano la sicurezza nazionale, l’ordine costituzionale e il funzionamento del sistema”. Gülmen e Özakça stanno continuando lo sciopero della fame in carcere e le preoccupazioni per il loro stato di salute aumentano. Gülmen ha perso più di otto chili, Özakça più di 16. Entrambi sono in cattive condizioni di salute. Onur Karahanli, dell’associazione dei medici di Ankara, ha dichiarato che

si trovano attualmente in una condizione molto critica, nella quale il loro sistema nervoso e quello cardiovascolare sono stati danneggiati da due mesi di fame.

Il dissenso non ha diritto di cittadinanza nella Turchia di Erdogan. Lo slogan di Gülmen e Özakça è diventato un grido di battaglia: “rivoglio il mio posto di lavoro”. Altri insegnanti e accademici in tutto il Paese hanno avviato, in segno di solidarietà, degli scioperi della fame. E mentre in politica estera il “Sultano” invia soldati a protezione dell’”amico” Qatar, e in Siria con la scusa della guerra al terrorismo dell’Isis, bombarda le milizie curde dell’Ypg, all’interno la repressione non si ferma.

Il 7 giugno, l’avvocato Taner Kiliç, fondatore e presidente di Amnesty International in Turchia, è stato arrestato presso la sua abitazione di Smirne, sulla costa egea del Paese. L’ordine di cattura riguarda in tutto 23 avvocati, almeno 18 dei quali sono già in carcere. Tutti sono accusati di avere legami con l’organizzazione sovversiva facente capo a Fetullah Gülen, il leader spirituale e politico rifugiato negli Usa che il regime di Ankara ritiene l’ispiratore del fallito golpe.

Il fatto che la purga successiva al tentato colpo di stato abbia raggiunto persino il presidente di Amnesty International dimostra fino a che punto il governo turco sia arrivato. La storia di Taner Kiliç parla chiaro: è quella di un uomo che ha sempre difeso quelle libertà che le autorità di Ankara stanno cercando di annullare,

dice Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

In assenza di ogni credibile e ammissibile prova del loro coinvolgimento in reati riconosciuti dal diritto internazionale – aggiunge – chiediamo alle autorità turche di rilasciare immediatamente Taner Kiliç e gli altri 22 avvocati e di annullare ogni accusa nei loro confronti.

Richiesta caduta nel vuoto. Dal 2007 a oggi la Turchia ha ricevuto dall’Unione Europea circa un miliardo di euro per sviluppare le sue istituzioni democratiche e la sua società civile. Un miliardo per edificare uno Stato-prigione: l’Erdoğanistan.

L’Erdoganistan, uno stato-prigione, anche grazie ai fondi Ue ultima modifica: 2017-07-05T12:07:52+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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