Simone Veil, 1927-2017. Ora riposa nel Panthéon

Non smise mai di battersi per ciò che credeva fosse giusto. Anche quando l’età e i suoi malanni avrebbero potuto farle condurre una vita più tranquilla. Anche quando i ruoli, a cui la sua storia politica l’aveva elevata, potevano tenerla distante dal dibattito politico. Non smise mai di far sentire la propria voce
scritto da MARCO MICHIELI

[PARIGI]

Malgrado tutto, resto un’ottimista

Anche se in quel “malgrado” c’è la sofferenza dei campi di sterminio, la morte dei familiari, l’umiliazione, il senso di impotenza, il dramma della guerra. Simone Veil ha avuto un destino difficile ma ha sempre avuto la certezza che “il progresso alla fine vince sempre”. Certo, “ci mette del tempo, procede lentamente, ma alla fine bisogna dargli fiducia”.

Simone Veil è un simbolo della storia europea di quest’ultimo secolo. Sopravvissuta alla Shoah, è divenuta magistrato e alto funzionario nella Francia liberata. Poi una carriera politica che l’ha portata ad essere più volte ministro.

Come ministro della sanità fu incaricata di far adottare la legge sulla depenalizzazione dell’aborto, legge che prenderà il suo nome.

Europeista convinta, fu il primo presidente del Parlamento europeo eletto a suffragio universale, un’infaticabile promotrice della riconciliazione tra Francia e Germania.

La Francia e l’Europa perdono una personalità i cui ideali avevano dato anima al progetto comunitario. Oggi la sua morte ci ricorda i progressi fatti e ciò che abbiamo perduto nel tempo.

E, tuttavia, ci dice anche qualcos’altro: Simone Veil non smise mai di battersi per ciò che credeva fosse giusto. Anche quando l’età e i suoi malanni avrebbero potuto farle condurre una vita più tranquilla. Anche quando i ruoli, a cui la sua storia politica l’aveva elevata, potevano tenerla distante dal dibattito politico. Non smise mai di far sentire la propria voce. Negli ultimi anni, come membro del Conseil constitutionnel. E poi come membro a l’Académie française, una delle più antiche istituzioni francesi, che ospita le personalità che hanno illustrato la lingua francese in questa mescolanza di arte e politica che è l’Académie française, Simone Veil vi occupava il seggio che fu di Pierre Messmer e prima ancora di Paul Claudel e di Jean Racine.

Chi se n’è andato non ritornerà, e ciò che una volta è stato donato non può essere ripreso (Paul Claudel)

La tragedia dell’Olocausto e della guerra segnano la vita di Simone Veil (nata Simone Jacob).

Nata a Nizza, ha tredici anni quando la Francia capitola di fronte alla Germania nazista. Conosce l’occupazione italiana ed assiste alla segregazione progressiva e ai cambiamenti nella vita quotidiana imposti dalle leggi razziali. Quando i tedeschi sostituiscono gli italiani nel 1943, le cose peggiorano. Nonostante tutto, Simone Veil ottiene il suo diploma nel marzo del 1944. Pochi giorni dopo viene fermata dalla Gestapo, mentre si reca a festeggiare con le amiche la fine degli esami. Cerca di avvisare inutilmente la famiglia, che tuttavia verrà arrestata poco dopo. Una sorella riesce a trarsi in salvo ed entra nella Resistenza.

E poi avviene la separazione più atroce. Al campo di Drancy, Simone, la sorella e la madre sono caricate su un convoglio con destinazione Auschwitz-Birkenau. Il padre e il fratello sono deportati in Lituania. La giovane Simone non li rivedrà più.
Nel lager, dove la persona è ridotta a un numero che rimane sul braccio a ricordo indelebile della tragedia, Simone Veil è la matricola 78651.

Nel 1945 Simone, la sorella e la madre lasciano Auschwitz e sono deportate nel campo di concentramento di Bergen-Belsen: sono le famose marce della morte, i movimenti forzati dei prigionieri dei campi dalla Polonia ai lager tedeschi. La madre e la sorella contraggono il tifo. La sorella si salverà. La madre morirà poco prima dell’arrivo degli inglesi.

La morte della madre segna profondamente Simone Veil: nonostante le debili condizioni fisiche e mentali, è la madre che non smette di instillare nelle figlie la passione e il desiderio per la vita.

Mi hanno chiesto spesso che cosa mi abbia dato la forza e la volontà di continuare a battermi. Credo profondamente che sia stata mia madre, che non ha mai smesso di essere presente, di essermi accanto,

ricorderà Simone Veil.

Nulla è perfetto, tutto è perfettibile, giorno dopo giorno, passo dopo passo (Pierre Messmer)


Nella Francia liberata s’iscrive alla Facoltà di Diritto e all’Institut d’études politiques di Parigi, dove conosce il marito Antoine Veil. E diventa magistrato. Lavora al ministero della giustizia e poi entra al Consiglio superiore di magistratura. E qui comincia la sua lunga carriera nella politica francese.

Giscard d’Estaing presidente e Jacques Chirac primo ministro la vogliono la governo. Simone Veil diventa il volto della rottura che soprattutto Giscard vuole generare rispetto al passato. Le affidano il compito di presentare al Parlamento il progetto di legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, legge che depenalizza l’aborto.

Si lancia in una battaglia parlamentare durissima, fatta di insulti e di minacce. Ma anche di molti sostegni, a destra e a sinistra.

Anche in questa occasione non smette mai di rivendicare la sua posizione:

Lo dico con tutta la forza della mia convinzione: l’aborto deve restare un’eccezione, il ricorso ultimo a delle situazioni che non hanno alternative.

Lo faceva davanti a un’Assemblea fatta essenzialmente di uomini, ai quali tuttavia deve spiegare che “non c’è donna che ricorra felicemente all’aborto”, gli uomini devono cominciare ad ascoltare le donne: ”è un dramma e resterà per sempre un dramma” per una donna.

E sui temi sociali non rinuncerà mai a esprimersi liberamente, sfidando sempre destra e sinistra. Come accade nel 2013, quando partecipa alla “Manif pour tous”, un mega raduno organizzato dalla Chiesa cattolica contro l’approvazione del matrimonio omosessuale, una promessa dell’allora presidente socialista François Hollande. La sua scelta controversa non la sminuisce agli occhi dei francesi, tuttavia. Perché Simone Veil è una di quelle personalità che “fanno l’unanimità”.

La fede che non agisce può dirsi sincera? (Jean Racine)

Daniel Cohn-Bendit ha detto che Simone Veil è il simbolo vivente della capacità straordinaria dell’Europa di sormontare i drammi e gli orrori assoluti. In effetti questa forza Simone Veil la dimostra da subito.

Nel 1945, appena tornata in Francia da Bergen-Belsen, si ritrova in una casa di accoglienza con altri deportati.

Ricordo che mi hanno quasi messo in quarantena per avere avuto la cattiva idea di dire che la nostra cultura era più vicina a quella dei tedeschi che a quella dei russi. [All’epoca] pensavo già che, qualsiasi fosse il prezzo da pagare sul piano affettivo, non vi fosse altra soluzione che cercare di comprendersi con i tedeschi.

Il padre era stato un feroce anti-tedesco, prigioniero di guerra durante la Prima guerra mondiale. Ma la madre pensava che bisognasse parlare coi tedeschi e sosteneva le iniziative di pace franco-tedesche degli anni Venti (il patto Briand-Stresemann).

“Qualsiasi fosse il prezzo da pagare sul piano affettivo”, si doveva sostenere il processo di integrazione europea in nome delle generazioni passate. E soprattutto in nome delle generazioni future ”dovevamo costruire un’intesa duratura che non si limitasse solo ai nostri due paesi”.

Nel 1979, l’impegno a favore dell’integrazione si trasforma nella richiesta del presidente Valéry Giscard d’Estaing di guidare la lista dell’UDF alle prime elezioni europee a suffragio universale. La lista otterrà il 27,61 per cento dei voti, la maggioranza relativa. È candidata dal gruppo liberale alla presidenza del Parlamento europeo, i suoi avversari sono Mario Zagari per i socialisti e Giorgio Amendola per i comunisti.

Il 17 luglio 1979 è eletta presidente del Parlamento europeo. La prima donna, il primo presidente del Parlamento europeo eletto suffragio universale.

Nel 1982 alla fine del suo mandato cerca di farsi rieleggere ma la destra francese è avviluppata in un guerra fratricida tra Chirac e Giscard d’Estaing e Simone Veil ne è vittima.

Ci riprova nel 1984, in occasione della elezioni europee, e guida una lista unitaria che ottiene il 43 per cento dei consensi: diventa la leader del gruppo liberale in seno al Parlamento europeo. Da allora, anche se fa un percorso più rivolto alla politica nazionale, non smette di occuparsi dell’Europa. Ne diventa un “nume tutelare”, uno di quei saggi a cui rivolgersi in tempi di crisi.

Si batte per il “Si“ con enorme fermezza e coraggio nel 2005, in occasione del referendum francese sul Trattato costituzionale. Sconfitta, dirà che la Francia, che aveva costituito per mezzo secolo il motore dell’Europa accanto alla Germania, con la vittoria del “No” paralizzava l’Europa e paralizzava se stessa.

Forse aveva ragione.

Sconfitta ma non abbattuta: non si ferma mai e gira per la Francia, parla agli studenti e ricorda loro che la sola cosa che ha riabilitato gli europei in questo barbaro ventesimo secolo è stata la costruzione europea.

Non dimenticate che la pace non è mai una conquista definitiva. Nemmeno la democrazia lo è,

rammenta a ogni incontro pubblico.

La Francia le ha dedicato una cerimonia di stato come a pochi.

Il feretro avvolto nella bandiera francese, al centro della Cour d’Honneur dell’Hotel des Invalides. La Nona sinfonia di Beethoven che lo accompagna. Il presidente Macron che ne annuncia la sepoltura nel Panthéon, il tempio in cui riposano i resti dei personaggi che hanno segnato la storia francese.

Non serve essere francesi per capire che ci mancherà. La forza dei simboli sta tutta qua. Sono immediati e universali.

Simone Veil, 1927-2017. Ora riposa nel Panthéon ultima modifica: 2017-07-06T16:13:33+01:00 da MARCO MICHIELI

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