Soft Economy, il futuro è già iniziato

scritto da GIANNI MONTESANO

Parte dalla Cina per planare sul terremoto di Visso, Ussita e Norcia, perché se non si guarda lontano, al futuro che è già arrivato, è difficile ricostruire senza ripetere errori ripetuti troppe volte. Così il festival della soft economy organizzato dalla Fondazione Symbola dal 4 al 6 luglio, che precede il seminario estivo nei due giorni successivi, ha provato a tenere insieme quello che apparentemente sembra impossibile: la nuova via della seta e la ricostruzione, i parchi nazionali e l’uscita della crisi; le “aree interne” e il digitale. E invece basta alzare di poco lo sguardo che si scorge un orizzonte dove la sfida per la qualità e l’innovazione s’intreccia con il valore dei territori, fra vecchi e nuovi saperi. Una strada che vede i Piccoli Comuni proiettarsi in avanti e l’intero Appennino come il più grande Parco d’Europa.

La Cina è una prospettiva aperta, un paese enorme e in crescita rapida e tumultuosa, che ha deciso di essere alla testa della lotta ai mutamenti climatici perché le sue città sono asfissiate dallo smog. Di fronte al gigante l’Italia, con i sui piccoli distretti e il suo reticoli di Pmi, sembra una pagliuzza al vento. Eppure basta cambiare prospettiva, abbandonare le grandezze quantitative e passare alla qualità per capire perché i cinesi sono interessati all’Italia e perché l’Italia guarda sempre di più alla Cina. Lo hanno spiegato all’Università di Macerata gli esponenti dell’Istituto Confucio. L’apertura di canali di scambio sempre più ampi con Pechino sono fattori da tener presente anche nel dopo terremoto.

L’intervento di Ermete Realacci

A Treia l’analisi della ricostruzione è stata lucida e impietosa, con l’evidenza delle difficoltà e dei ritardi, ma non per questo rinunciataria.

Efficace la sintesi di Ermete Realacci:

il terremoto, al di là di tragedie ed emergenza, è anche opportunità di cambiamento per il territorio, ma serve progettualità e visione.

La parola più ripetuta nel corso del festival è stata “Comunità”. Non c’è ricostruzione senza le comunità. Il rischio della desertificazione è dietro l’angolo. Tenere insieme i tessuti produttivi e sociali è fondamentale ma, come hanno spiegato architetti, sindaci ed esperti, occorre tenere insieme sicurezza e ricostruzione, lavoro e collettività, partecipazione e strategie d’insieme.

Un ruolo nella partita della ricostruzione possono svolgerlo i Parchi Nazionali. Quasi tutti i comuni del Parco dei Sibillini e del Gran Sasso-Laga rientrano nel cratere sismico, considerando anche quello dell’Aquila. Se c’è una specificità dei parchi italiani è che non hanno solo l’orso e il lupo, ma hanno chiese, borghi e castelli. Oggi il web ha azzerato le distanze fisiche e contribuisce al superamento dell’isolamento consentendo a tutti di parlare al mondo.

Questo vuol dire che i Parchi, e i borghi in essi presenti, hanno bisogno delle nuove tecnologie che contribuiscono a un necessario “salto di contemporaneità” riuscendo a ricomporre quello che il Novecento aveva spezzato:  il legame con il territorio e con l’ambiente circostante.

La riflessione è di Fabio Renzi, segretario generale di Symbola, che prosegue:

Quelle che una volta erano definite aree interne oggi possono diventare aree dinamiche, sedi di nuova manifattura digitale, luoghi dove occorre ripensarsi in termini di micro sistemi urbani. E’ anche qui il ruolo dei Parchi nella ricostruzione.

Una traccia che s’allarga all’intera tematica dei Piccoli Comuni, la cui legge è in dirittura d’arrivo al Senato, che vanno considerati non più come aree residuali, ma come propulsori di una nuova economia più soft.

Basti pensare al turismo che ormai o è sostenibile o diventa un problema. Per far marciare questi processi occorre anche una ridefinizione delle identità. La categoria “aree interne” ormai è limitante. Richiama la marginalità e l’isolamento che oggi si può superare con l’innovazione digitale. La stessa innovazione attorno a cui iniziano a formarsi le green community dove la consapevolezza di un rapporto più intenso con l’ambiente diventa un fattore dinamico, dall’autoproduzione di energia a una diversa mobilità; ma tutto questo richiede integrazione delle reti. A partire da quelle umane.

È in questa prospettiva che la soft economy  può continuare a radicarsi, contribuendo alla ricostruzione post sisma, diventando un modello che produce lavoro e sviluppo, aiutando il contrasto ai mutamenti climatici.

Soft Economy, il futuro è già iniziato ultima modifica: 2017-07-06T22:34:44+00:00 da GIANNI MONTESANO

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