I Balcani dopo il summit di Trieste

Al di là di parole e frasi fatte l'incontro del 12 luglio punta al concreto obiettivo di far rinascere i circuiti di scambio della ex Jugoslavia
scritto da GIUSEPPE ZACCARIA

Fra pochi giorni, il 12 luglio, apre i suoi lavori a Trieste il quarto Summit per i Balcani Occidentali, un appuntamento che il governo italiano introduce con particolare enfasi e altri osservatori pronosticano invece come un ennesimo festival delle parole. Eppure questa volta c’è qualcosa che promette di dare concretezza all’incontro, e questo qualcosa non riguarda tanto i problemi e le richieste dei nostri vicini di Oriente, sempre più gravi e complessi, quanto la debolezza degli europei.

Da una parte del tavolo ci sono sei Paesi della UE – Italia, Francia, Germania, Austria, Slovenia, Croazia – dei quali almeno l’ultimo si colloca abusivamente nel novero delle nazioni ricche, dall’altra Serbia, Montenegro, Macedonia, Bosnia Erzegovina e Albania con l’aggiunta del Kosovo. Soltanto il provare a mettere assieme esigenze e contrapposizioni di costoro farebbe rischiare il mal di testa, tanto diverse sono le situazioni e i regimi, però se esiste una questione che oggi accomuna Unione Europea e i suoi vicini dei fianco Est questa è l’economia che stenta a muoversi, e dunque è su questo piano che il Summit promette di produrre fatti.

Intendiamoci, nessun capo di Stato o ministro delle Finanze ripartirà da Trieste con la soluzione in tasca, però oggi a rendere l’incontro meno formale e si spera più produttivo sono appunto le fragilità europee, l’incubo delle migrazioni e l’incognita della Brexit, fattori che sommandosi fanno in modo che uno sbocco dell’Unione a Est non sia divenuto certo più facile, ma almeno torni a essere interessante. Nei Paesi che da quasi un ventennio vengono blanditi con la carota della possibile adesione molti hanno perso la pazienza, il presidente serbo Aleksandar Vučić, pochi giorni fa ha chiesto a Bruxelles di fissare finalmente una data in cui questo processo avrà termine, anche se da questo orecchio gli euro burocrati non sentono.

Fino ad oggi la politica dell’Unione verso i Balcani essenzialmente è stata quella del “prendi i soldi e stattene buono”, ma questa fase o cessa o si fa più incisiva, visto che finora è costata cifre enormi e ha prodotto scarsi risultati. I Paesi della ex Jugoslavia continuano a vivere in povertà e i rapporti fra di essi in qualche caso hanno toccato il minimo dell’ultimo ventennio, basti vedere quelli fra una Serbia pressoché stabile e una Croazia governata dalla destra nazionalista oltre che vittima di una sorta di revanscismo nazista ispirato al movimento “ustasha”. Poi ci sono una Macedonia sempre sull’orlo di una guerra civile, un Montenegro spaccato in due dall’adesione alla Nato e una Bosnia il cui futuro si fa sempre più indecifrabile, mentre permane il mistero Kosovo, su cui c’è davvero poco da dire.

Di fronte a un quadro simile le promesse fatte a Dubrovnik da Federica Mogherini, secondo la quale “dopo la Brexit l’Unione non rimarrà a 27 ma aprirà sicuramente ad altri Stati”, al massimo fanno scuotere la testa, mentre molto più concreto sembra l’approccio che ha cominciato a farsi strada, in buona parte su iniziativa dell’Italia, e che si può riassumere così: se non possiamo ottenere stabilità politica e Stati di diritto, almeno promuoviamo un mercato comune balcanico. Johannes Hahn, commissario alle adesioni lo ha spiegato pochi giorni fa andando nella direzione esattamente opposta a quella di Mogherini:

“L’Unione europea spera che i Paesi balcanici si accordino in occasione di un vertice del 12 luglio in Italia per creare un mercato comune regionale che potrebbe entrare in funzione entro un anno.

Il progetto, a ben vedere, sembra quasi preludere a un disimpegno dell’Unione rispetto a piani più ambiziosi, ma questo si vedrà più avanti: per ora conta il fatto che di fronte alla diffusa ostilità verso ulteriori allargamenti, a Trieste si cercherà di far firmare un patto di libero scambio che sia anche base di partenza per un potenziamento delle infrastrutture, un sostanziale ammodernamento del settore energetico e un’attività più intensa a livello di piccole e medie imprese.

Sarà anche un progetto minimale che però ha il pregio di essere realistico, anche se per creare un mercato comune dei Balcani occidentali bisogna prima eliminare ostacoli agli scambi, introdurre regole standardizzate per le imprese e rivitalizzare il lavoro in tutta la regione. In pratica, si tratterebbe di rivedere gli accordi del CEFTA, il patto di scambio in vigore fra Paesi dell’Est e di armonizzarlo alle regole dell’Unione, e la cosa inevitabilmente incontrerà resistenze. Basti pensare alla recente “guerra del latte” fra Croazia e Bosnia o allo scambio di accuse sulle aflatossine fra Paesi che fissano limiti di pericolosità diversi, e così via. Particolarmente interessante nei mesi a venire sarà capire, per esempio, come si pensa di risolvere il problema del piombo e dello zinco che escono dalle miniere di Trepca, di proprietà serba ma nazionalizzate d’imperio dai kosovari, e se dunque a Trieste l’accordo sul mercato comune balcanico sarà firmato aspettiamoci contese interminabili e scontri di ogni genere e grado.

Un anno di tempo potrebbe non bastare, dunque, ma nello stesso tempo questo Summit può davvero marcare un punto di svolta nelle prospettive di sviluppo, e questo almeno per tre buone ragioni. La prima: scambi commerciali più agili consentirebbero alle imprese europee di intervenire più efficacemente in una Penisola che ha bisogno di strade, ferrovie, centrali elettriche di nuova generazione e quant’altro e finora in questo sembra affidarsi soprattutto alla Cina, pronta a proporre e a finanziare ogni genere di impresa. Seconda ragione: incoraggiare il trasferimento a Est delle piccole e medie imprese, oltre a migliorare la situazione nei Balcani darebbe ossigeno a un settore che soprattutto in Italia è il grande sofferenza. Terzo, in chiave strategica questa mossa potrebbe contrastare l’influenza russa, che tutti dicono di temere ma in realtà finora si è basata essenzialmente su promesse di protezione e forniture di gas, senza massicce iniezioni di capitali.

Gli incontri di Trieste dunque possono segnare sia per i Balcani che per le aziende private occidentali l’inizio di una fase di rinascita economica, anche se forse marcano il disimpegno europeo da progetti più ambiziosi. Staremo a vedere. Per il momento una previsione piuttosto realistica pare quella di Ivica Dacić, ministro degli esteri serbo e politico di grande esperienza:

Non si tratta di essere né pessimisti né ottimisti – dice – piuttosto partiamo dal fatto che finora abbiamo ottenuto alcuni progressi e se la cooperazione si intensificherà questa sarà la via più appropriata per garantire stabilità e migliore qualità di vita alla regione. Aspiriamo a entrare a far parte dell’Unione europea? La mia risposta a questa domanda potrebbe anche essere “no”, tuttavia credo che dovremmo continuare la nostra cooperazione in tutti i progetti infrastrutturali ed energetici e in tutte quelle aree in cui si potranno ottenere vantaggi.

Insomma, se si parte bassi senza far squillare le trombe dei grandi principii europei e della missioni civilizzatrici, forse si ottiene qualcosa, e magari si potrebbe tornare non al mercato di Tito ma a quello dei titini, che ci manca così tanto. Stiamo tranquilli e andiamo sul concreto: la lezione del Summit di Trieste potrebbe essere questa.

I Balcani dopo il summit di Trieste ultima modifica: 2017-07-08T19:53:46+00:00 da GIUSEPPE ZACCARIA

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