Corea del Nord. Se fallisce la “carta cinese” di Trump

scritto da BENIAMINO NATALE

[HONG KONG]
Wonsan, una cittadina portuale sulla costa orientale della Corea del Nord, a tratti appare come un angolo di paradiso. Il cielo è azzurro, il mare pulito. La città è silenziosa, solo pochi bambini corrono sul lungomare, inseguendosi e ridendo. Alle spalle del centro abitato, verso occidente, sorge una montagna i cui picchi raggiungono i mille metri.

La realtà di un Paese stretto nella morsa di una feroce dittatura emerge presto, appena si rientra in albergo. Sono le otto di mattina e nella sala della colazione siedono tre persone. La piccola sala è dominata da un’enorme televisore, che trasmette a getto continuo e a volume altissimo spot che mostrano terribili battaglie: bombe, fiamme, navi che affondano, enormi marines amercani e piccoli soldati giapponesi con le facce feroci che uccidono gli eroici giovani che difendono la Patria.

Alcuni di questi spot sono più articolati: c’è la storia del giovane che parte da un villaggio e torna cadavere, con la mamma e i parenti che piangono disperati ma che ne sono orgogliosi.

Ogni tanto gli spot truculenti s’interrompono per lasciare il campo a idilliache visioni di fiori dai colori delicati. Indovinate chi li ha creati, incrociando diverse specie: il Grande Leader e il Caro Leader, e chi altri? I fiori si chiamano infatti Kimilsunghia e Kimjongilia (avremo un giorno anche una Kimjongunghia? Chissà…). A merito dei semplici cittadini nordcoreani devo dire che non ho mai visto nessuno che li guarda, anche se sono trasmessi in tutti i locali pubblici, a getto continuo. Si limitano a subirli.

Ho avuto modo di visitare Wonsan per due volte, nel 2011 e 2012, grazie all’ invito dell’allora direttore di un progetto della cooperazione italiana che ha cercato di migliorare la tragica situazione degli ospedali materno-infantili della provincia di Kangwon, della quale Wonsan è la capitale (vedi in coda l’articolo che scrissi per l’ANSA dopo la seconda di quelle visite).

Viaggiando in Corea del Nord sono spesso rimasto colpito dal contrasto tra la martellante propaganda che induce a credere i cittadini di essere permanentemente sull’orlo di una tremenda guerra e il pacifico svolgersi della vita quotidiana. Il regime si regge su questa propaganda, che esalta le “grandi vittorie” del “popolo coreano” (nessuno parla mai di Corea del Sud e Corea del Nord) – e per questo tiene la popolazione isolata dal resto del mondo – accompagnata dal terrore. Terrore indotto dal fatto che tutti sanno di poter essere mandati con tutta la famiglia nei campi di lavoro, quelli dove si è ammalato a morte il giovane americano Otto Warmbier, condannato a quindici anni di lavori forzati per aver strappato un manifesto in un albergo.

Nessun mistero sulla sua morte, al contrario di quello che ha affermato il regime. Basta pensare alla condizioni di quei campi, più volte denunciati dai profughi e dalle organizzazioni umanitarie internazionali.

Il misto di ignoranza e di paura riesce a tenere a bada la popolazione. I test di ordigni atomici e di missili di lunga gittata servono a mantenere viva quella propaganda e quel terrore. Il regime non ci rinuncerà mai, perché ne va della sua sopravvivenza. Tantomeno ora che la Corea del Nord è diventata una potenza nucleare, aggiungendosi a quelle ufficiali ( i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU, cioè USA, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina) e alle tre non-ufficiali (India, Pakistan e Israele).

Ricordiamo che, oltre alle armi nucleari, la Corea del Nord dispone di un non trascurabile arsenale chimico, come dimostrato dall’assassinio di Kim Jong-nam, fratellastro e potenziale concorrente del dittatore Kim Jong-un. Jong-nam è stato ucciso a Kuala Lumpur, in Malaysia, da agenti nordcoreani, con una micidiale sostanza chimica chiamata VX, che blocca la comunicazione tra cervello e nervi provocando una morte rapida: Jong-nam è morto venti minuti dopo essere stato infettato.

Il presidente americano Donald Trump ha puntato sulla Cina, alleata e protettrice della Corea del Nord, per bloccare il programma atomico di Pyongyang. Ora pare che abbia dei dubbi sull’efficacia dell’intervento cinese.

Se guardiamo la storia della Bomba nordcoreana, risulta evidente che Pechino ha uno scarso interesse a imporre il disarmo nucleare a Pyongyang. Ufficialmente, la Cina continua a sostenere la necessità di una “penisola coreana libera da armi nucleari” (un eufemismo per dire che la Corea del Nord deve rinunciare alle sue, dato che la Corea del Sud non ne possiede).

In pratica, sembra più disposta ad accettare una Corea del Nord nucleare che a destabilizzare il regime aprendo la strada a una crisi che potrebbe portare a una Corea unita alleata degli USA.

Non bisogna mai dimenticare che la strategia di lungo periodo della Cina prevede un confronto con gli USA che la porti a essere la potenza dominante, in modo indiscutibile, nel Pacifico. L’ Asia dell’Est e del Sud sono viste da Pechino come l’“America Latina” della Cina – il “cortile di casa” che deve essere strettamente controllato, a tutti i costi.

La Cina ha dato tutto l’aiuto possibile allo sviluppo della potenza atomica e missilistica dei suoi alleati più fedeli, il Pakistan a Ovest, la Corea del Nord a Est. Al Pakistan, il cui scienziato Abdul Qadeer Khan ha rubato con perizia i segreti della fissione nucleare ai suoi colleghi europei rendendo possibile la Bomba islamica, è stata affidata la produzione di ordigni nucleari veri e propri.

Alla Corea del Nord quella dei missili necessari a trasportare quegli ordigni. Lo stesso A.Q. Khan si è recato più volte in Corea del Nord, come lui stesso ha ammesso nella sua tristemente famosa “confessione” televisiva del 2004, con la quale ha cercato di addossarsi tutte le responsabilità della proliferazione nucleare, scagionando il governo e l’esercito di Islamabad.
Lo scienziato ha affermato di aver collaborato non solo con la Corea del Nord ma anche con la Libia e l’Iran.

I legami tra Islamabad e Pyongyang vennero alla luce nel 1998, a causa di un tragico episodio che si produsse nei Kahuta Reasearch Laboratories, il regno di A.Q. Khan e centro della corsa alla Bomba islamica. Quella notte una giovane nordcoreana di nome Kim Sa Nae, in visita all’impianto col marito, l’ufficiale dell’esercito Kang Thae Yun, fu uccisa da un colpo di fucile.

La versione ufficiale fu che il responsabile era il cuoco di una casa vicina che aveva accidentalmente fatto partire un colpo dal fucile che gli era stato prestato da uno dei poliziotti di guardia. Perché il cuoco avesse bisogno dell’arma e perché il poliziotto – un poliziotto impegnato a proteggere il luogo più delicato di tutto il Paese – gliel’avesse consegnata sono dettagli che nessuno si è preoccupato di spiegare. Nel loro libro “The Man from Pakistan”, i giornalisti Douglas Frantz e Catherine Collins citano una fonte indiana secondo la quale la donna era stata avvicinata da agenti americani ed era pronta a saltare il fosso.

Lo studioso Samuel Ramani ha scritto recentemente un interessante articolo per la rivista The Diplomat sui rapporti tra i due Paesi. Ecco alcuni estratti del suo pezzo:

mentre i legami economici tra Pakistan e Corea del Nord fuorno stabiliti nei primi anni Settanta, le fondamenta della collaborazione nella sicurezza tra Islamabad e Pyongyang furono gettate dal primo ministro Zulfikar Ali Bhutto nel corso della sua visita a Pyongyang, nel 1976.

La collaborazione Pakistan-Corea del Nord si è estesa significativamente negli anni Novanta, quando il perseguimento delle armi atomiche e la vicinanza con i Taliban hanno isolato Islamabad dalla comunità internazionale. In questo periodo, il governo cinese ha rifiutato di vendere al Pakistan i missili M-11, perché Pechino stava cercando di normalizzare le relazioni con gli USA che erano state rovinate dal massacro del 1989 in piazza Tiananmen e dal conseguente embargo sulla fornitura di armamenti occidentali alla Cina.

Nei primi anni novanta, il primo ministro pakistano Benazir Bhutto acquistò missili Rodong a lunga gittata dalla Corea del Nord. In cambio, il Pakistan fornì a Pyongyang “tecnologia nucleare civile” e incoraggiò gli studenti nordcoreani a frequentare le Università pakistane.

Si potrebbe continuare a lungo.

Dunque è veramente difficile che la Corea del Nord possa rinunciare all’armamento nucleare, nonostante le “pressioni” di Pechino. Kim Jong-un e i suoi collaboratori sanno bene – suppongo – che non possono vincere un’eventuale guerra con gli USA. La vera deterrenza, per Pyongyang, è costituita da un attacco convenzionale contro Seoul, la capitale della Corea del Sud: una metropoli di dieci milioni di abitanti che sorge a pochi chilometri dal confine tra le due Coree. Un attacco con missili, cannoni e truppe potrebbe provocare migliaia di vittime e potrebbe essere condotto anche dopo un “primo colpo” americano.

Se non si vuole accettare un rischio del genere, le soluzioni militari sono escluse. Non sembra che ci sia altro da fare che isolare nel modo più rigido possibile il Paese, cercando di colpire le operazioni finanziare del regime, nella speranza che un giorno la popolazione, o almeno una sua parte importante, s’accorga di essere stata tenuta nell’ignoranza e nella miseria per consentire a un piccolo gruppo di persone – i non più di due-tremila individui che costituiscono il “regime” vero e proprio – di vivere nel lusso e coltivare sogni di onnipotenza.

In altre parole, la “pazienza strategica” di Barack Obama, che Trump ha ripudiato a parole ma che finora ha seguito nei fatti.

COREA NORD: DA ITALIA UN AIUTO PER I NEONATI / ANSA
LA COOPERAZIONE NELLA BATTAGLIA CONTRO MORTALITA’ INFANTILE

(dall’inviato Beniamino Natale) – WONSAN (COREA DEL NORD), 26 OTT [2012]

 

Il dottor Jo Mu Song, direttore dell’ ospedale materno di Wonsan, una città portuale di 350mila abitanti sulla costa della Corea del Nord, ha dedicato la sua vita a cercare di salvare le vite dei neonati che vengono alla luce nella sua città. Laureato nel 1978 all’Università di Wonsan, il dottor Song ha poi seguito un corso di tre anni nella capitale, Pyongyang, per ottenere la specializzazione in pediatria. Ora, come afferma lui stesso con un grande sorriso sulle labbra, la cooperazione italiana gli ha facilitato il compito ristrutturando le strutture degli ospedali materno-infantili della regione e fornendo macchinari come incubatrici e macchine per gli ultra-sound, indispensabili per i sanitari impegnati nel difficile tentativo di ridurre la mortalità infantile a Wonsan e nell’ intera provincia di cui è la capitale, il Kangwon.

 

Secondo i dati del governo di Pyongyang in questa regione il 17 per cento delle partorienti pesa meno di 45 chili, una condizione considerata a rischio dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). La percentuale, secondo gli esperti stranieri che hanno lavorato nel paese, potrebbe essere molto superiore. Il trenta per cento dei neonati del Kangwon pesano meno di 2,5 chili e sono estremamente vulnerabili alle infezioni e fortemente soggetti a problemi nutrizionali. Nella regione la mortalità neonatale (prima del compimento del primo anno di vita) viene stimata tra il sessanta e il novanta per mille, una percentuale dieci volte più alta di quella europea.

Il dottor Song è un sostenitore dell’efficacia delle tradizionali medicine coreane, che produce lui stesso nel piccolo orto che ha creato sul retro dell’ ospedale e che mostra con orgoglio ai visitatori. E’ appena tornato da un viaggio di aggiornamento in India e quando incontra il responsabile italiano del progetto Filippo Chiabrera, un pediatra genovese di 56 anni che ha lavorato a lungo in Africa e in Medio Oriente prima di andare a gestire i programmi di cooperazione in Corea del Nord, gli mostra un grande quaderno pieno di appunti e di fotografie, chiedendo se in futuro l’Italia potrà fornirgli alcuni dei macchinari che ha visto nel corso della sua visita.

 

La soddisfazione del dottor Song è condivisa dai medici dell’ospedale di Munchon, una cittadina che si trova quaranta chilometri a sud di Wonsan, che non esitano ad affermare di ”aver salvato un gran numero di neonati” grazie alle incubatrici fornite dall’Italia. Al progetto per la riqualificazione delle strutture per neonati della provincia del Kangwon, del valore di 1,2 miliardi di euro, hanno partecipato con la cooperazione italiana l’Oms, l’Unicef (l’agenzia dell’Onu che si occupa dell’ infanzia) e la Caritas International.

La Corea del Nord produce armi nucleari e missili balistici superprecisi, ma la sua economia non si è mai ripresa dalla carestia che, negli anni tra il 1995 e il 1999 ha causato la morte di due-tre milioni di persone. Gli ospedali, inclusi quelli per l’infanzia, sono stati costruiti negli anni cinquanta con l’aiuto dell’Urss, e sono inutilmente enormi, difficili da riscaldare d’inverno, quando le temperature scendono spesso sotto i -10 gradi e da raffreddare d’ estate. (ANSA).

 

Corea del Nord. Se fallisce la “carta cinese” di Trump ultima modifica: 2017-07-10T15:15:59+00:00 da BENIAMINO NATALE

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