Il “negotio” e la civiltà del caffè sotto la Serenissima tra Oriente e Occidente

Il commercio e la civiltà, sotto la Serenissima, di quella che sarebbe diventata la bevanda più popolare e amata in Occidente, e non solo, sono al centro di un saggio che sarà editato dal Caffè Florian. ytali ha il piacere di darne un'anticipazione.
scritto da SANDRA STOCCHETTO

La Repubblica di San Marco fu davvero capitale del caffè, come fu affermato oramai quasi tre decenni fa dallo storico Massimo Costantini? Appurare la validità di tale definizione, da tempo comunemente accettata ma in effetti in seguito poco studiata, è stato l’assunto di partenza del mio saggio, che sarà editato dal Caffè Florian: la più prestigiosa bottega da caffè veneziana che, dando alle stampe questa ricerca, si connette con gli albori della sua storia, a inizi Settecento.

Il negotio (commercio in veneziano) e la civiltà del caffè sotto la Serenissima sono al centro dell’indagine che, con taglio storico-economico e di costume, ricostruisce per la prima volta con riscontri documentari il ruolo di giocato da Venezia, prima che Trieste ne raccogliesse l’eredità sotto l’Impero asburgico.

L’attenzione alla valenza di bene economico del caffè in effetti era finora rimasta discontinua e sporadica, tanto che le potenzialità di questo prodotto all’interno del sistema economico veneziano e l’apporto dei traffici intessuti dalla città lagunare nella riesportazione internazionale rimanevano ancora con contorni indefiniti.

Il testo risale ai tempi della prima comparsa in Occidente del caffè, verso la metà del Seicento: una bevanda allora esotica, proveniente dai paesi turchi, che in breve divenne irrinunciabile per i consumatori europei e insieme un bene portatore di grande ricchezza per i mercanti come per gli Stati.

Venezia fu la prima città in Occidente ad apprendere che per le strade di Costantinopoli e in alcuni dei suoi locali particolari, denominati kahvedane, si usava bere una certa acqua negra bollente: la notizia fu trasmessa nel 1573 al governo veneziano dal senatore Costantino Garzoni, ambasciatore a Costantinopoli.

Nella città la diffusione del rito di sorseggiare il decotto aromatico fu preceduta dalla presenza nei primi decenni del Seicento dei chicchi di caffè sui banchi degli speziali da medicina (farmacisti) e anche degli speziali da grosso (droghieri), che li vendevano a caro prezzo. Questo grazie agli studi condotti tra il 1580-84 dal vicentino Prospero Alpini (1553-1617), dell’università di Padova, in Egitto al seguito del console di Venezia al Cairo Giorgio Emo.

Nei decenni successivi la sete che sempre più si accendeva per la nuova bevanda fece moltiplicare spontaneamente i punti vendita attirando, oltre ai degustatori, l’intraprendenza dei commercianti e soprattutto l’attenzione dei magistrati preposti al commercio, i Savi alla Mercanzia. Risultato significativo è stata l’individuazione del momento preciso in cui il governo veneziano comprese di poter realizzare sostanziose entrate il caffè, le cui importazioni ed esportazioni possono iniziare ad esser seguite attraverso le registrazioni dei carichi arrivati e spediti dalle dogane, precisate fino alla mezza libbra (circa 150 g) per il pagamento dei dazi.

I chicchi di coffea, fino alla metà del secolo successivo, permisero alla Serenissima di mantenere l’orizzonte di traffici che ne avevano fatto nei secoli una cerniera fra Occidente e Oriente: la loro riesportazione in Europa assunse la funzione trainante svolta in precedenza dalle spezie e arrivò per il rilevo assunto a sostenere l’esportazione nel Levante delle manifatture veneziane – in particolare le Arti dei tessuti e quelle del vetro – e a supportare la flotta mercantile.

In seguito quando, a partire dagli anni trenta del XVIII secolo, i frutti delle piantagioni coloniali francesi soprattutto, più tardi e in secondo piano olandesi e inglesi, sovvertirono i circuiti europei e mediorientali del commercio caffeario, Venezia dovette lottare contro la concorrenza e il contrabbando; ma seppe trovare nuove risorse dirottando il traffico di caffè verso i domini veneziani dell’entroterra. La costruzione di un sistema economico integrato con i territori di Terraferma rese possibile mantenere livelli di consumo altissimi che fecero meritare dunque a Venezia l’appellativo di capitale del caffè: si parla di circa 27 milioni di tazzine l’anno nel momento dell’apice dei consumi a metà Settecento!

I documenti conservati all’Archivio di Stato di Venezia e il loro carattere estremamente dettagliato hanno permesso di delineare l’evoluzione del business veneziano: si tratta di un patrimonio eccezionalmente ampio e versatile che interessa, oltre ovviamente ai domini della Serenissima, un’area commerciale che abbraccia i territori turchi e apre verso l’Estremo Oriente.

L’analisi di queste fonti ha consentito di rispondere agli interrogativi lasciati in sospeso dall’approccio bibliografico e di tracciare un affresco grandioso in cui flash di microstoria, fatti di vita quotidiana e dettagli di costume trovano significativa evidenza sullo sfondo degli aspetti macroeconomici individuati.

Dove si rifornivano gli importatori di Venezia? Da dove provenivano i preziosi chicchi di coffea? A quali mercati era destinata la loro riesportazione? Quale l’entità del gettito procurato alla cassa pubblica dello Stato veneziano? Come erano organizzate l’importazione, la distribuzione e la vendita pubblica? Quale fu la rilevanza del commercio del caffè nel sistema economico veneziano, considerando anche la sua connessione ad altri comparti mercantili? Quali strategie mise in campo Venezia per affrontare la concorrenza nel mercato europeo? Infine quali misure furono adottate per lottare contro il contrabbando?

Tanti i risvolti inediti. Dati senz’altro rilevanti sono l’identificazione della varietà del caffè importato dalla Serenissima, attualmente considerata tra le migliori al mondo, e del preciso tragitto dei carichi dal lontano Oriente, al Mediterraneo e alle dogane di Venezia, nonché le modalità di trasporto adottate dai mercanti importatori.

Attraverso il riscontro dell’entità delle importazioni ed esportazioni veneziane del prodotto, viene ripercorsa l’evoluzione delle politiche daziarie adottate dalla Serenissima, tese estendere il commercio e a contrastare la concorrenza della Francia nella riesportazione del caffè in Europa.

I documenti hanno rivelato l’esistenza di una “colonia” veneziana costituita da un folto gruppo di mercanti introduttori (importatori), di agenti di ditte della madrepatria e di case di negozio, tra loro consorziati ad Alessandria e al Cairo. Si è appreso inoltre che, nell’ambito del commercio del Levante, il caffè era non solo strettamente connesso con i gangli del sistema economico veneziano – l’import/l’export e il diversificato indotto legato alle manifatture e alla flotta mercantile – ma anche la merce che apportava i più alti introiti. Col gettito fiscale derivato dal caffè veniva addirittura mantenuto il consolato di Alessandria.

Le cause della progressiva paralisi che colpì, dal 1740-50, l’attività di questi negozianti d’Egitto sono indagate attraverso le suppliche rivolte da questi mercanti al governo, per informarlo delle proprie difficoltà ed anche per ottenere l’appalto della tassazione sul caffè. Fu un insieme di fattori a produrre uno scarto antieconomico tra il prezzo pagato in Egitto e quello corrente sul mercato a Venezia: le ingenti spese di trasporto e assicurazione, i divieti turchi ai cristiani di rifornirsi di caffè, l’eccesso di tassazione e di burocrazia imposte dal Senato.

Il principale problema fu il contrabbando di caffè – praticato per altro anche dai veneziani ai danni dell’Impero ottomano –, di cui si sono quantificati in alcuni periodi l’entità, le cause, i metodi, i danni provocati: si pensi che a metà Settecento il quaranta per cento del caffè presente a Venezia era introdotto illegalmente. La ricostruzione di tutti questi elementi mette in luce le carenze e le risorse della macchina burocratica veneziana nella gestione del commercio del caffè.

Per quanto riguarda il mercato interno, viene ritratta per la prima volta la densità delle botteghe da caffè a Venezia, che in breve raggiunse livelli record in Europa, in una mappa completa ottenuta appuntandone su una pianta della città del Settecento la dislocazione – attentamente regolata dalle istituzioni con l’intento di fornire a ciascuna un adeguato bacino di utenza – , l’insegna e il nome del caffettiere.

Il censimento è esteso poi anche ai caffè esistenti in tutti i domini di Terraferma, presenti anche in piccoli paesi dispersi (a esempio, Castions di Stradalta o Tolmezzo – UD). Il loro numero equivaleva a quello delle botteghe di Venezia.

Sono state rinvenute precise informazioni sulla schiera dei caffettieri di Venezia e domini, dai livelli più modesti a quelli di maggior fortuna economica e sulle vicende interne alla loro corporazione. Si è tracciato un quadro delle modalità di vendita e di distribuzione, di cui furono artefici i caffettieri-torrefattori, appartenenti all’Arte di Aquavita. La loro attività è vista nel loro continuo rapporto con i magistrati preposti al commercio, gli importatori, le comunità foreste residenti a Venezia, gli appaltatori, i consumatori. Di particolare interesse sono il profilo fornito del mestiere del caffettiere e il quadro occupazionale del settore caffeario nei suoi livelli di inquadramento.

Il panorama rileva l’apporto della comunità ebraica veneziana, dove erano presenti alcuni grandi importatori in grado di spedire a Venezia anche una tonnellata al mese di caffè. Il testo presenta infine un’ipotesi di bilancio del caffettiere-torrefattore che evidenzia le spese necessarie e le tasse da corrispondere, le difficoltà quotidiane cui questi esercenti dovevano far fronte.

Attraverso i carteggi tra le varie magistrature e il Senato ho potuto addentrarmi nel farsi del processo legislativo, osservando il dibattito all’interno delle istituzioni prima e dopo l’adozione dei diversi provvedimenti, in genere inizialmente introdotti in via sperimentale.

Mi è stato così possibile seguire come venivano soppesati i problemi, le potenzialità economiche e quali priorità fossero attribuite agli interessi delle componenti sociali e istituzionali (a esempio, il numero dei lavoratori impiegati nelle Arti).

D’altro canto questa angolatura ha messo in luce le carenze dell’imponente macchina burocratica, eccessivamente fiduciosa nell’efficacia dei suoi interventi in campo daziario e talvolta rallentata dall’impasse per diverse posizioni; ma al tempo stesso capace di grande progettualità con iniziative che sul finire della Repubblica reperirono nuove risorse economiche nel traffico del caffè.

L’ultima parte della trattazione infine, su basi questa volta bibliografiche, è dedicata a fare il punto sulla diffusione della conoscenza della pianta del caffè e della bevanda, sulla nascita dei primi caffè in Europa e nel Nord America tra la fine del Cinquecento e la fine del Settecento, infine sui circuiti mondiali dei traffici del caffè.

 

Il “negotio” e la civiltà del caffè sotto la Serenissima tra Oriente e Occidente ultima modifica: 2017-07-15T15:05:51+02:00 da SANDRA STOCCHETTO

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