“Nella commedia avviene tutto…”

Due libri per ripensare il genere nazionale: "Ettore Scola e la commedia degli italiani" di Italo Moscati e "Così parlò Monicelli" a cura di Anna Antonelli
scritto da ROBERTO ELLERO

In morte di Paolo Villaggio è stata resuscitata la commedia. Almeno per qualche giorno. E poi bisogna persino morire, ogni volta, per avere la giusta soddisfazione.

A un convegno veneziano della Wake Forest University, a esempio, ci interrogavamo mesi fa sulle “fortune” critiche di Ettore Scola, insieme ad autorevoli studiosi del calibro di Gian Piero Brunetta e Pierre Sorlin. Troppo autore per essere relegato alla sola commedia. Troppe commedie per essere considerato davvero un autore. Destino comune, del resto, ad altri grandi del cinema italiano (diciamo Comencini, Germi, Monicelli, Risi), che hanno certamente goduto di successo e di popolarità, persino di premi e riconoscimenti ai festival, eppure poco apprezzati, indagati, studiati, in una parola considerati, com’è ampiamente testimoniato dalle scarse bibliografie di riferimento.

Prima, quando la politique des auteurs imponeva le sue gerarchie, perché sovrastati dai Rossellini, Visconti, Antonioni, Fellini della rinascita oppure dai Bertolucci, Bellocchio, Pasolini della nuova ondata; poi, in epoca di impazzimenti per il trash, perché comprensibilmente estranei ai rituali e alle estetiche delle pratiche basse. Condannati, piuttosto, alle terre di mezzo, tra coloro che restano in qualche modo sospesi, con quella etichetta un po’ bonacciona e al fondo spregiativa – commedia all’italiana – che pare dire tutto e in realtà non dice niente, destinata ad inglobare esperienze e filmografie assai più ricche, variegate ed imprevedibili di quante ne possa comprendere un genere per sua stessa natura ampio e polimorfo. E mica sempre condiviso, almeno nella vulgata delle origini, dai suoi stessi protagonisti. Proprio Scola, a esempio:

Devo dire che la commedia all’italiana a me non è mai piaciuta molto, anche perché nasce quasi come reazione al neorealismo… pacioccona, pacificatoria, “vogliamoci bene”, pane e amore, affetto, pane amore e tanta cordialità; l’italiano buono, tutto finisce bene, tutto tranquillo, bello. Ho cercato sempre di distaccarmi. In “Brutti, sporchi e cattivi” è efferata la rappresentazione perché è efferato il tema, la cosiddetta bontà dei poveri. Non vedo proprio perché debbano essere buoni…

Nel suo ultimo libro, “Ettore Scola e la commedia degli italiani. C’eravamo tanto amati?” (Ediesse, 2017), Italo Moscati prende le mosse dal regista di “Una giornata particolare” (molto di più di una “commedia”) per costruire un mosaico a più voci – una ventina – sull’identità nazionale riflessa e forgiata da quel suo cinema, lungo il mezzo secolo abbondante che va dalla fine del neorealismo ai giorni nostri. E la chiama commedia degli italiani, piuttosto che all’italiana, per reclamarne l’appartenenza, la dignità, la coralità, peraltro in presenza di forti personalità tanto sul piano registico quanto su quello attoriale.

Un cinema fatto certo per piacere, magari più al pubblico che alla critica. E dunque tutt’altro che schizzinoso nei riguardi del botteghino, asse portante dell’industria cinematografica, quando c’è stata. Eppure, al contempo, un cinema mai troppo compiacente nei confronti del potere, di qualsiasi potere, e degli stessi italiani, più vizi e ipocrisie che virtù. Castigat ridendo mores dicevano i latini. Ed è certo merito del cinema di commedia l’aver scoperto più di un altarino, fustigando le doppiezze dei finti moralisti, dei nostalgici, dei pusillanimi, dei bigotti e accompagnando l’Italia lungo quel lento ma irreversibile (almeno si spera) processo di modernizzazione e di laicizzazione che è il vero portato del secondo Novecento, dopo l’incubo fascista di cui vantiamo pur sempre la primogenitura.

I cineasti che sapevano meglio di tutti “parlare alle masse” erano anche quelli che recepivano gli umori popolari trasformandoli in storie e personaggi, in azioni e dialoghi, in immagini, volti e ambienti. Diceva Monicelli che questo egli sapeva fare, ascoltare il pubblico, le sue idee e i suoi gusti, le sue acquisizioni, e riportarglieli nei film a un livello di coscienza più alto.

Nell’introduzione al “Così parlò Monicelli” (Edizioni dell’asino, 2016) con cui la veneziana Anna Antonelli ha voluto rendere omaggio al regista (“Ho messo in scena tanti funerali esilaranti. Il mio lo vedrei come un party dove tutti parlano con molta gioia, ricordando qualche cosa che ho detto”: con il volumetto postumo è stato in qualche modo accontentato), il solitamente severo Goffredo Fofi segnala nel dialogo costante con il pubblico la grandezza di Monicelli e con lui dei registi e degli sceneggiatori (altrettanto fondamentali) che hanno fatto grande la commedia. Una responsabilità che sentivano fortemente, a differenza di tanti “autori”, e che li esponeva al prendere posizione: non necessariamente in termini ideologici, piuttosto con opere di dissacrante irriverenza, che minavano convinzioni ataviche e avanzavano costantemente moderne rivendicazioni. In forma di commedia, ma coll’andare del tempo sempre meno comica, secondo una parabola esistenziale che ancora una volta sembra non poter fare a meno di tenere insieme i destini individuali e collettivi di una nazione.

Sì, ha ragione Moscati, quella commedia era proprio degli italiani, è servita ad allevarli e a farli crescere per almeno tre generazioni. Ce ne accorgiamo ora che non c’è (quasi) più, o che ce n’è persino troppa, ma anonima, inoffensiva, soverchiata dalla moda delle importazioni televisive. Anche se, a ben guardare, quel Checco Zalone non è poi così male… E scomodiamo pure le glorie nazionali. Diceva ancora Monicelli:

La commedia è la nostra nascita, La lingua italiana nasce dalla Commedia di Dante, che poi si è chiamata Divina Commedia. Ed è una pagliacciata di Boccaccio: perché Divina, a che serve? L’opera di Dante si chiamava la Commedia. E nella Commedia avviene tutto. Tutto.

“Nella commedia avviene tutto…” ultima modifica: 2017-07-16T12:04:14+02:00 da ROBERTO ELLERO

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