Avi Gabbay, il Macron d’Israele, è lui l’anti-Bibi

Cinquantenne, imprenditore, sefardita proveniente da una famiglia di ebrei immigrati dal Marocco conquista la leadership laburista nelle primarie del partito sbaragliando la vecchia guardia. "Haaretz" lo paragona al nuovo presidente francese
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

E pur si move, verrebbe da dire. Impietosamente, Haaretz, il quotidiano progressista d’Israele, si chiedeva se “dopo la morte, esiste una vita”. Non era una digressione religiosa o filosofica, ma una domanda politica che aveva come oggetto ciò che resta del partito che fu dei padri fondatori dello Stato d’Israele, il partito di David Ben Gurion, Chaim Weizmann, Levi Eshkol, Golda Meir, Abba Eban, Yitzhak Rabin, Shimon Peres… Un partito-Stato dall’anno della fondazione fino al 1977, quando, per la prima volta, a vincere le elezioni e a governare il Paese fu il Likud, la destra nazionalista, guidato da Menachem Begin.

Un passato glorioso a cui fa da contraltare un lungo presente segnato da una serie interminabili di sconfitte elettorali e di scissioni (tutto il mondo è paese…). Oggi Israele è retto dal governo più a destra di tutta la sua lunga, gloriosa e tormentata storia: un governo in cui anche un “falco” come il premier Benjamin Netanyahu, appare un moderato. A sinistra, sembravano esistere solo macerie. Eppure, qualcosa si è mosso nel “vecchio”, glorioso e accidentato Labour.

Alla ribalta, nelle elezioni primarie di inizio luglio, è salito un personaggio nuovo, che ha spazzato via al primo turno i suoi concorrenti alla guida del partito, e che subito è stato ribattezzato, sempre da Haaretz, il “Macron d’Israele”: il suo nome è Avi Gabbay, cinquant’anni, imprenditore di successo, un self made man.

La sua è stata una rapida, irresistibile ascesa. Che ha spiazzato avversari e incuriosito l’opinione pubblica in cerca di un “anti-Bibi”. Quanto a capacità di manovra e di spiazzamento, Gabbay non teme rivali: prima ha lasciato i centristi dei Kalanu (partito che ha fondato nel 2014 assieme a Moshe Kahlon), poi lo scorso dicembre si è iscritto al Labour dove ha bruciato le tappe e lasciato al palo la vecchia, eterna classe dirigente.

Al primo turno ha stracciato il segretario uscente Isaac Herzog, mentre al ballottaggio è riuscito a spuntarla (52 per cento dei consensi) contro il navigato Amir Peretz, leader della sinistra interna e uomo vicino ai sindacati. Così, a dispetto delle previsioni di tutti i sondaggi, un outsider sefardita proveniente da una famiglia di ebrei immigrati dal Marocco si è preso in mano il partito delle élite askhenazite.

Per il Labour è un terremoto che potrebbe riservare sorprese positive in un panorama politico anchilosato come da tempo è quello israeliano. Nato nel 1967 alla periferia più povera di Gerusalemme, padre di tre figli, Gabbay non fa parte della Knesset (il parlamento israeliano) e ha un’esperienza politica limitata: laureato in economia e Business administration all’università di Gerusalemme, ha lavorato come tecnico al dipartimento bilancio del ministero delle finanze, poi è stato direttore generale del gigante delle telecomunicazioni Bezeq international, incarico che ha svolto per quattro anni.

Anche i suoi avversari gli riconoscono grandi doti intellettuali e un carisma tranquillo, caratteristica che lo ha aiutato fin da giovane, quando ha svolto il servizio militare nelle prestigiosa unità di intelligence di cui è diventato uno stimato comandante. Il suo profilo personale, la sua storia, lo rendono più attento ad un tema che oggi vive e scuote Israele come e per certi versi ancor più dell’“eterno” conflitto con i palestinesi: la “Questione sociale”.

Ciò che mina dall’interno la società israeliana – è la convinzione che anima il neo leader laburista – è il gap sempre più ampio fra ricchi e poveri, tra centro e periferia. Nonostante la crescita del Pil, oltre due milioni e mezzo di israeliani vivono sotto la soglia di povertà, inclusi più di 900mila bambini (uno su tre), stando a un recente rapporto di “Latet”, organizzazione di assistenza israeliana.

Nel suo primo discorso da segretario, Gabbay ha cercato di ridare speranza e voglia di fare a una base segnata dalle sconfitte subite e da divisioni che hanno lacerato il corpo vivo del partito. “Insieme, possiamo risollevarci”, ha scandito, promettendo una campagna “pancia a terra” per recuperare, “casa per casa”, un elettorato che ha sempre più voltato le spalle al partito che ha segnato la nascita di Israele.

Quella del “Macron israeliano” è un’impresa che fa tremare le vene dei polsi. Ma lui ci crede.

Israele – afferma – ha bisogno di un’alternativa credibile che rimetta in moto l’economia, che sfrutti al meglio i talenti delle giovani generazioni, che assomigli sempre più a un Paese normale.

Ma un Paese normale ha bisogno della pace. Una pace giusta, duratura, una pace nella sicurezza per Israele. Il neo segretario del Labour ha annunciato di voler incontrare al più presto il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas. E un primo contatto c’è già stato, il 13 luglio. Il presidente palestinese ha telefonato al nuovo leader laburista per congratularsi con la sua vittoria e affrontare con lui alcuni temi della presente situazione politica.

L’ha fatto sapere lo stesso Labour aggiungendo che Gabbay ha insistito con il presidente palestinese sul fatto che

la pace non si fa nelle conferenze internazionali né in quelle regionali, ma comincia creando fiducia e personale vicinanza tra le parti.

A questo scopo il leader laburista ha anche sottolineato ad Abu Mazen la necessità di rimuovere dal sistema scolastico palestinese i testi che incitano contro Israele. Gabbay ha infine definito il presidente palestinese “partner per una iniziativa politica” e l’ha invitato a incontrare il premier Netanyahu “faccia a faccia”.

È tempo di rimettere in moto il processo negoziale – insiste Gabbay – –. Israele ha bisogno di una controparte con cui trattare, e il presidente Abbas mi pare un interlocutore a cui dare fiducia, da mettere seriamente alla prova.

Una pace possibile, fondata sul principio “due popoli, due Stati”. Da questo assunto Gabbay intende ripartire, sapendo che “i principi vanno rapportati alla realtà, e la realtà di oggi non è quella di cinquant’anni fa” ed è per questo, aggiunge, “che non è pensabile poter realizzare un accordo di pace che contempli il ritorno alla situazione precedente la Guerra dei Sei giorni”. In altri termini, se si vuole davvero raggiungere un compromesso sui “due Stati”, occorre rivedere i confini e, al contempo, pensare allo Stato palestinese come “uno Stato smilitarizzato, almeno per un periodo transitorio”.

Ma il tempo non lavora per la pace. Di questo Avi Gabbay è consapevole. Sa che le condizioni di vita in Cisgiordania come nella Striscia di Gaza sono, se possibile, ulteriormente peggiorate negli ultimi tempi, che centinaia di migliaia di palestinesi, specie nella Striscia, vivono solo grazie agli aiuti umanitari.

Anche nei Territori, rimarca il segretario laburista, esiste un’enorme e irrisolta “questione economica” che chiama in causa anche Israele, perché, sostiene Gabbay, il conflitto viene alimentato principalmente dalla povertà della popolazione. La povertà come moltiplicatrice di rabbia, disperazione, frustrazione. Tra i palestinesi, come in Israele. Lottare contro le diseguaglianze, l’emarginazione sociale, il degrado delle periferie urbane.

L’opinione pubblica – dice Gabbay – vive sotto una cappa di pessimismo. È giunto il momento di creare un movimento ampio, dal basso, che abbia al suo centro la preoccupazione per Dimona (una delle grandi periferie urbane d’Israele, segnata da un profondo malessere sociale, ndr) e non Amona (un insediamento in Cisgiordania, ndr).

Non è solo un abile gioco di parole. Gabbay ha l’ambizione di riscrivere l’agenda politica del Paese, determinare nuove priorità nel bilancio pubblico, investendo in settori strategici, quali le infrastrutture, la ricerca, non dimenticando mai il sostegno alle famiglie mono reddito, alle ragazze madri, agli anziani. Rinnovare profondamente il partito, ringiovanirne la classe dirigente, aprire alle organizzazioni della società civile, guardare al futuro senza per questo voler “rottamare” una storia, una tradizione.

È la sfida di Avi Gabbay. Tra i suoi più convinti sostenitori c’è Daniel, suo figlio, 17 anni, che è stato tra i più attivi nella campagna elettorale del padre. Daniel ha idee molto chiare:

Vi sono molti giovani – ha dichiarato alla stampa israeliana – che appoggiano mio padre e che vogliono porre fine al governo di Netanyahu. Mio ­padre si batterà per raggiungere la pace con i palestinesi e per fare di Israele un Paese diverso, più giusto. So che ci riuscirà.

Da un ragazzo che scommette sul futuro, a un “grande vecchio” d’Israele, lo storico più autorevole e conosciuto internazionalmente: Zeev Sternhell.

Per lui, la sfida del futuro è rinnovare il sionismo:

Resto fermamente convinto – ebbe a dire in un nostro colloquio nella sua casa a Gerusalemme – che il sionismo ha il diritto di esistere solo se riconosce i diritti dei palestinesi. Chi vuole negare ai palestinesi l’esercizio di tali diritti non può rivendicarli per se stesso soltanto. Purtroppo, la realtà dei fatti, ultimo in ordine di tempo il moltiplicarsi dei piani di colonizzazione da parte del governo in carica, confermano quanto da me sostenuto in diversi saggi ed articoli, vale a dire che gli insediamenti realizzati dopo la guerra del ’67 oltre la Linea verde rappresentano la più grande catastrofe nella storia del sionismo, e questo perché hanno creato una situazione coloniale, proprio quello che il sionismo voleva evitare…

Il sionismo si fonda sui diritti naturali dei popoli all’autodeterminazione e all’autogoverno. Questi diritti naturali dei popoli valgono per tutti, inclusi i palestinesi”.

Tra Daniel Gabbay e l’ottuagenario Sternhell c’è una vita di mezzo, guerre, crisi, speranze e dolore. Ma c’è anche un filo rosso che li lega e che ha nel neo eletto segretario del Labour un potenziale referente: pace e giustizia si tengono assieme. Come assieme si tengono la nascita di uno Stato palestinese e la difesa dei cardini dell’identità nazionale d’Israele: il suo ebraismo, la sua essenza democratica.

La grande illusione che coltiva la destra israeliana è di poter perpetuare lo status quo, gestendo una “guerra di bassa intensità” con Hamas, la Jihad islamica palestinese. Ma il recente attentato alla Porta dei Leoni di Gerusalemme, compiuto da arabi israeliani dà conto di una rabbia e di un odio che attecchisce anche tra gli arabi con passaporto israeliano (1,7 milioni di persone, oltre il 22 per cento della popolazione d’Israele).

Cambiare per non dover sempre vivere come un Paese in trincea. Costruire un’alternativa credibile ad una destra che ha fatto del suo credo ideologico, quello di “Eretz Israel”, la linea guida di ogni atto di governo. “Da oggi “inizia il viaggio più importante”, sono state le prime parole di Gabbay subito dopo l’annuncio della sua elezione. La sfida per il “Macron d’Israele” è appena iniziata.

Avi Gabbay, il Macron d’Israele, è lui l’anti-Bibi ultima modifica: 2017-07-17T15:48:58+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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