“Il mio sax, la mia Venezia”. Parla Marco “Furio” Forieri

La scena musicale lagunare, l'esperienza con i “Pitura Freska” e gli “Ska-J”, il volontariato, il suo essere "nativo veneziano". E l'annuncio clamoroso: "Mi taglierò i capelli al più presto perché sono stufo. Sono trent’anni che ho i dread"
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

I primi rudimenti me li ha dati mio nonno, Marco Camuffo, che era un mandolinista, quando avevo tredici anni. Poi come tutti i ragazzini sono passato alla chitarra, anche se sono sempre stato affascinato dagli strumenti a fiato, cominciando a suonare la tromba che è comunque uno strumento complicato, che abbisogna di un maestro che ti segua.

Inizia il racconto della sua storia Marco “Furio” Forieri, seduto su una panca della festa in campo San Giacomo dall’Orio dove abbiamo fissato l’appuntamento, alla fine del suo turno di volontariato mattutino. Sorseggiando di tanto in tanto un grande calice pieno di un rosso rubino, il premio che si è concesso dopo le fatiche spese a preparare per la festa della sera.

Quando il campo si riempie e si scatena, tra le musiche del palco e lo spiazzo antistante per ballare, e le file di tavoli del nostrano Moulin de la Galette, che fa di campo San Giacomo, con la festa di San Piero a Castello, forse l’appuntamento più importante dell’estate popolare veneziana.

Nato cinquantacinque anni fa, personaggio poliedrico che alla musica ha affiancato varie esperienze negli ambiti più disparati, rappresenta l’evoluzione della storia musicale dai vecchi cantautori del “Canzoniere Popolare Veneto” alle contaminazioni culturali e ai nuovi linguaggi musicali e letterari. Che hanno portato la musica veneziana, pur con il suo frequente ricorso all’argot, a una dimensione meno circoscritta e per nulla regionale. Coniugando ironia e impegno, in una riaffermazione continua di una prorompente e scanzonata gioia di vivere che prende di mira stupidità, controsenso, censura, e perbenismo degli ipocriti.

Qui di seguito il succo della nostra chiacchierata.

Quando sei arrivato al sassofono?
Verso i diciassette anni l’ho scoperto da autodidatta. Dopo il servizio militare mi sono comprato su sassofono soprano e ho avuto il mio primo maestro in Giannantonio De Vincenzo che in quel momento stava pensando di aprire una scuola di musica popolare a Venezia, il Suono Improvviso, alla quale mi sono iscritto nel 1984 e dove ho frequentato nove corsi imparando a leggere la musica meglio.

Erano anni in cui lo studio della musica era appannaggio di strutture familiari che tramandavano i loro saperi ai figli, un mondo chiuso.
Sì, ora è molto diverso, i bambini vengono iscritti alle scuole di musica, mentre un tempo era una scelta che potevi fare da grande perché c’erano meno soldi. Se poi non avevi la fortuna di appartenere a una famiglia in cui la musica fosse una tradizione, per la quale mandare i propri figli al Conservatorio era uno sbocco naturale. Allora t’accostavi alla musica da grande, quando cominciavi a guadagnare e ti potevi pagare le lezioni.

Che ruolo ha avuto il Suono Improvviso?
Al suo interno sono nati molti gruppi musicali e anche le formazioni già esistenti vi si rivolgevano per avere dei musicisti che gli potevano mancare. Come un tastierista, un batterista o un fiato. Nel mio caso, De Vincenzo mi ha sponsorizzato e ho cominciato a suonare per due tre anni con “Collettino” che all’inizio degli anni Ottanta già eseguiva musica reggae, folk e rock. Poi ho formato gli “Zoo Zabumba”, finché ho conosciuto, sempre al Suono Improvviso, Cristiano Verardo il chitarrista dei “Pitura Freska” e gli ho chiesto se avevano bisogno di fiati, visto che David Boato e Pietro Tonolo, avevano concluso la loro esperienza nella formazione. Così sono entrato nel gruppo di Sir Oliver Skardy.

La musica veneziana degli anni Settanta si caratterizza per il suo forte impegno politico. Il “Canzoniere Popolare Veneto”, con Luisa Ronchini, Gualtiero Bertelli e Alberto D’Amico, ha testimoniato e al contempo offerto la colonna sonora di quello che allora si chiamava lo scontro di classe. Che tipo di rapporto hai avuto con quella musica? C’è una forma di minor impegno politico nella musica che tu hai fatto rispetto all’epoca immediatamente precedente?
Sono stato un fruitore della musica del “Canzoniere Popolare Veneto”, la cui esperienza è molto legata a un cantautorato folk, popolare e di derivazione della classe operaia. I concerti venivano fatti alle Feste dell’Unità, che all’epoca erano le più seguite e più comuni in città. Conoscevo D’Amico e Bertelli, soprattutto.

Per quanto riguarda l’impegno politico della musica reggae, essa è molto legata alla politica intesa come socialità. Il messaggio che parte da Bob Marley non è solo legato al movimento rastafariano. Le sue canzoni più importanti della fine degli anni Settanta e Ottanta contengono un grande messaggio politico a favore soprattutto delle popolazioni del terzo mondo. Ho avuto la fortuna di avere come cantante che scriveva i suoi testi Oliver Skarky, che nel suo periodo d’oro negli anni Ottanta ha scritto delle bellissime canzoni che riguardavano la classe lavoratrice di Marghera, l’inquinamento, la rivolta, e la possibilità di un’affermazione sociale anche per chi è meno favorito. Questo mi è rimasto. I miei testi anche attualmente non prescindono da queste cose, anche se alla gente ciò interessa molto poco.

Credi possa essere dovuto a un cambio della composizione sociale della città, rispetto agli anni Sessanta e Settanta?
Venezia è stata un’isola a se stante finché ha avuto una popolazione che era superiore a quella dei turisti e degli studenti che vengono da fuori. Fino ad allora, la cultura veneziana riusciva a imporsi su quella espressa da quelli che io chiamo i neo veneziani, che vogliono impossessarsi delle tradizioni. Noi veneziani abbiamo il difetto che quando qualcuno si prende le nostre tradizioni, le abbandoniamo. Come sta accadendo con la voga alla veneta ed è successo con la Vogalonga.

Per quanto riguarda la musica in generale, siamo in presenza di un appiattimento culturale generale, che fa sì che certi gruppi nel nostro paese si facciano portatori di messaggi assolutamente piatti. La gente che va a un concerto non riesce più ad apprezzare un testo che parla in modo ironico dei problemi, non riesce più a divertirsi portando a casa un pensiero. Che sia di speranza, produttivo e di rivolta.

Pensi ci possa essere un rapporto tra i testi di Skardy e tuoi con la poesia della beat generation che si è prodotta nell’ambito di Marghera?
Non credo ci siano dei collegamenti per quanto mi riguarda, perché sono relativamente giovane e la beat generation non l’ho vissuta. Non l’ho potuta ascoltare con un orecchio da musicista. Ciò detto, certi argomenti rimangono comuni per sempre.

Qual è il filo dei testi, l’ironia?
Penso che l’ironia sia la chiave più interessante per portare degli argomenti anche scabrosi agli orecchi di tutti. Riuscire a creare delle rime che ti facciano sorridere e allo stesso momento darti dei messaggi che ti possano far riflettere.

Racconta un po’ la tua esperienza con i “Pitura Freska” e gli “Ska-J”.
Ci sono stato quattordici anni entrando nella formazione con molta umiltà, perché vedevo che i musicisti che ne facevano parte erano tutti più bravi di me. Un po’ alla volta mi sono fatto strada, e penso di aver dato un po’ del mio. Alcuni brani importanti dei “Pitura Freska” sono nati dalla mia penna e dall’idea dei miei arrangiamenti. La mia fortuna, comunque è stata sempre quella di lavorare con persone, come nei “Pitura Fresca” e negli “Ska-J”, più brave di me che mi hanno sempre stimolato e non mi hanno mai fatto perdere la voglia di migliorare.

Ti si può definire un artista poliedrico, hai al tuo attivo varie esperienze, anche nel mondo cinematografico. Mi puoi spiegare il perché di queste tue scelte?
Non mi penso come un artista a trecentosessanta gradi, ma accetto tutte le sfide che mi possano far crescere. Ho accettato delle proposte di lavorare con artisti che magari potevano sembrare lontani da me per potermi mettere in gioco. Mi hanno chiamato a suonare il jazz, ed io ero convinto di non esserne in grado. Ricevendo attestati di stima. Se dovessi in qualche modo essere un esempio per i giovani, vorrei esserlo per questo. Dire loro che bisogna aprirsi a tutto per poter meglio crescere e imparare.

Non hai voglia di parlare di Venezia, ma fai volontariato. Alla Festa della San Giacomo Benefica sei una presenza fissa. Cosa fai esattamente.
Preparo tutta la carne che poi la sera viene cucinata e al pomeriggio lavoro sulle griglie e arrostisco la polenta.

Perché lo fai?
Credo che i giovani si perdano su delle problematiche che sono completamente avulse da quella che è la vita normale. Da quello di cui la gente ha realmente bisogno. Da quest’anno mi hanno costretto a iscrivermi alla San Giacomo Benefica, dopo anni in cui ho collaborato senza esserne membro. Ho accettato, ma la cosa non mi piace molto, perché credo che non ci sia bisogno che uno sia iscritto a un’associazione benefica per darsi da fare per aiutare gli altri. Una cosa che tutti dovrebbero fare. Sono nel Circolo Anziani di Santa Marta di cui sono il tesoriere, quello che va a fare le spese, quello che fa il cambusiere e tiene aperti gli orti dove facciamo i pomodori, il basilico, le zucchine, il prezzemolo, la salvia e i fagioli. Lavoro e studio, e tutto il tempo che mi resta lo dedico a queste cose, che sono concrete e si toccano con mano.

Che progetti hai per il futuro?
Tagliarmi i capelli al più presto perché sono stufo. Sono trent’anni che ho i dread.

Mi stai dando uno scoop?
Sì lo è, e penso che li taglierò il prossimo anno perché sono stufo. Voglio potermi buttare in acqua alle sette di sera senza dovermi svegliare con le cervicali il giorno dopo.

E a parte i capelli?
Devo scrivere dei testi per delle persone che me li hanno chiesti. Voglio continuare sulla strada dell’ultimo disco, lasciando un po’ la via indicata da Marley per spostarmi più verso una musica funk che mi piace.

Se ti chiedessi di autodefinirti?
Attualmente mi definisco un nativo veneziano.

Perché tu fai una differenza con i veneziani che non sono nati in città?
Faccio una differenza per l’approccio che hai rispetto al mondo in generale, alla maniera di stare e di vivere. Un nativo veneziano è comunque una persona differente. Nel suo piccolo è sempre un artista.

Per chiudere l’intervista?
Tanti auguri a tutti quanti, ve vogio ben.

 

“Il mio sax, la mia Venezia”. Parla Marco “Furio” Forieri ultima modifica: 2017-07-24T17:27:51+00:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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