In viaggio con Lenin

Ekaterinburg, Novosibirsk, Irkutsk, Khabarovsk e Vladivostok. Nelle città che si attraversano con la transiberiana campeggia la statua del leader della rivoluzione sovietica. Immancabilmente con il cappotto sbottonato.
scritto da RICCARDO CRISTIANO

Lenin non amava abbottonarsi il cappotto. È questa l’importantissima certezza che il viaggiatore che attraversi la Russia con i treni della transiberiana da Mosca a Vladivostok può acquisire. Io l’ho constatato osservando le statue che dominano le piazze centrali, tutte a lui intestate, di Ekaterinburg, Novosibirsk, Irkutsk, Khabarovsk e Vladivostok (nella foto seguente).

In nessuna di queste appare con il cappotto abbottonato, nonostante la temperatura per molti mesi proibitiva.

Viaggiare con Lenin oggi appare anacronistico, eppure molti russi mi hanno detto che il dato non è irrilevante. Non tanto per la scelta di conservarle tutte quelle statue, quanto per la difficoltà a immaginare come sostituirle. Mettere al suo posto vecchi zar del passato non convinceva, e per ora l’idea di rimpiazzarle tutte con quelle di Putin non è stata, fortunatamente, avanzata. Ma il problema permane.

I russi non sanno come definirsi. Un tempo ci si chiamava “tovarish”, cioè compagno, poi è tornato in voga il vecchio “gaspadin”, cioè signore, che però avrebbe del “signore” l’accezione passata e non amata di “signorotto”. E così ancora oggi mentre su formulari si usa “gaspadin” sull’autobus o altrove se si ha bisogno di rivolgersi a qualcuno o qualcuna non conosciuti si dice “senta uomo”, oppure “senta donna”.

Guardandosi attorno si ha netta l’impressione che se i russi si devono definire guardando alla storia risolvano il problema grazie alla Chiesa e alla seconda guerra mondiale, che non raramente si uniscono anche fisicamente, con memoriali della guerra mondiale spesso e volentieri posti davanti alle cattedrali. Anche per questo mi ha colpito, lontano da luoghi sacri, il memoriale che a Ekaterinburg ricorda altri caduti, nato per ricordare chi ha perso la vita in Afghanistan, e poi esteso alla memoria di tutti caduti (foto che segue).

Ma la guerra mondiale, ricordano tutti, costò la vita a 23 milioni di persone, ovvio che parli alla coscienza, all’identità. Il punto è rilevante e l’impressione per il turista “per caso” è che il tutto diventi ancor più rilevante nel versante asiatico del Paese. Qui infatti nessuno si dice “siberiano”, eppure siamo in Siberia. Più ci si addentra più si percepisce di essere in un territorio colonizzato, dove il Far East è proprio come il Far West, con popoli indigeni trattati non propriamente con cura nei tempi che furono dei cosacchi, in tutto simili ai cow boys di quell’impresa più nota che ebbe luogo in territori che visti da Vladivostok sono più vicini di Mosca. Un’impresa quella dei cosacchi che oltre alla spada vide la costante presenza ecclesiale, chiamata a gestire l’istruzione cristiana dei convertiti o dei figli dei coloni (foto che segue).


Sulle sponde del lago Bajkal tutto questo diviene vivo, grazie alla presenza dei buriati, popolazione di ceppo mongolo e di fede sciamanica che ha una sua repubblica federata alla Russia. Ma i tatari? Cosa ne sarà stato di loro? La tentazione di rimuovere la matrice asiatica della Russia coincide con la tentata demonizzazione dei tatari, ribattezzati tartari per associarli agli inferi greci (tartaros). È così che guardando dai finestrini dei treni della transiberiana “l’Asia” diviene un compagno di viaggio presente nonostante un paesaggio omogeneo, fatto di betulle e rari villaggi, non difforme da quello europeo: ma nella cui immensità e fissità Gengis Khan diviene una presenza plausibile, una presenza che da un momento all’altro potrebbe materializzarsi nel vasto e silenzioso spazio siberiano.

Dai tempi di Pietro il Grande la Russia ha scelto di guardare a Occidente, ha scelto l’Europa, ma lo ha fatto con metodi “asiatici”: sia ai tempi dell’europeizzazione forzata di Pietro, quando l’Asia, la Siberia, divenne luogo d’elezione per deportati, sia in quelli sovietici, quando la Siberia rimase luogo d’elezione per destinati ai gulag proprio per la sua ripudiata presenza, e i tratti mongoli di Lenin lo ricordano ancora oggi da tutte le piazze della sterminata steppa russa.

Popolazione un po’ triste, dolce, affabile, attenta, quella russa sembra in alcune espressioni ossessionata dalla “enormità”, cioè dalla sua necessità di essere riconosciuta come “potenza”. Pochi cittadini di quelle terre con i quali ho avuto modo di parlare hanno dimostrato nostalgia per l’Unione Sovietica, in tantissimi guardando le statue di Lenin mi hanno detto che quel signore va ricordato soprattutto perché li ha condannati a settant’anni d’inferno.

Ma quegli stessi interlocutori dimostravano o testimoniavano nostalgia per l’impero, ritenendo Georgia, Armenia e analogamente le repubbliche asiatiche “parte irrinunciabile del nostro spazio”, che solo l’ubriacone – cioè Eltzin- poteva lasciar andare.

Il viaggio procede verso la sua destinazione finale, Vladivostok, dove i sorrisi divengono improvvisamente diffusi e la presenza turistica si fa smisurata, come la popolazione cinese (foto che segue).

I cinesi qui sono tantissimi, li trovo davanti o dentro tutte le chiese cittadine, con le donne che si coprono il capo come prescritto dal rituale ortodosso. I cinesi qui dispongono di alberghi di loro proprietà, di ristoranti, di compagnie di trasporto. Il continuo calo del valore del rublo li avvantaggia, ovviamente, a fronte di un viaggio di pochi chilometri. E sciamano contenti. Ma i russi che vedono i loro salari perdere valore ogni settimana non possono esprimere la loro insoddisfazione per il corso delle cose. Chi voglia manifestare con un cartello di protesta, magari per la situazione di impoverimento che patisce, deve stare attento a farlo da solo: sopra le cinque persone la legge antiterrorismo dispone l’arresto.

 

In viaggio con Lenin ultima modifica: 2017-07-24T20:38:52+00:00 da RICCARDO CRISTIANO

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