Questi fantasmi di veneziani

È una città spettrale quella portata in scena dalla Compagnia della Calza “Ai Antichi”. Spettrale, ma non terrificante. “Veniceland, a Venezia è sparito il futuro” è pur sempre una “tragicommedia farsesca”
scritto da CRISTINA VALENTINI

È una Venezia spettrale quella portata in scena dalla Compagnia della Calza “Ai Antichi” lo scorso sabato al Teatrino alla Salute, con una prova aperta che ha registrato il tutto esaurito.

Spettrale, ma non terrificante. Infatti, “Veniceland, a Venezia è sparito il futuro” è pur sempre una “tragicommedia farsesca”, nata da un’idea di Alberto Madricardo, Margaret Rose e Adriana Tosi, per la regia di Germano Nenzi.

Gli spettri che s’aggirano tra calli e campielli sono i veneziani rimasti, macchiette più che personaggi, morti viventi che nemmeno sanno di esserlo, inconsapevoli o meglio incoscienti autori del loro trapasso, avvenuto in un passato non lontanissimo, in cui hanno accettato di svendere la loro città – e quindi loro stessi – in nome del dio denaro.

Colpisce in particolar modo come s’esprimono questi ectoplasmi, che rappresentano i veneziani “tipo”: il tassista che non ama far ricevute fiscali, l’affittacamere che non trova più la sua licenza e teme la finanza, il faccendiere chiamato “Inbetween” che ha contatti con New York per lanciare una campagna pubblicitaria che attragga ancor più visitatori, puntando su una nuova immagine: una bella giovane senza veli, al posto del Ponte dei Sospiri… Tutti loro parlano il dialetto spurio di oggi.

Onde, onde, ghe femo anca un tsunami se i vol, anca far i tuffi dal ponte de Rialto. Basta che i vegna…

E strappano inevitabilmente la risata allo spettatore…

Gli sparuti residenti che s’oppongono, invece, e che accusano i propri concittadini e la politica di aver causato la fine della città, di averle tolto la normalità del vivere e dunque il futuro, si esprimono in un italiano colto, senza accento, bene scandito, quasi a significare l’inconciliabilità del dialogo e dunque l’impossibilità di una catarsi. E nel loro parlare non c’è nulla di divertente…

La trama della pièce si sviluppa attorno alla ricerca di una fantomatica soluzione del problema della convivenza tra veneziani e turisti, che stavolta pare essere davvero vicina.

Il sindaco accetta di firmare un contratto che salverà Venezia: la multinazionale “Faraway” assumerà tutti i residenti affinché interpretino se stessi, dietro compenso. Verranno chiusi gli occhi sulle irregolarità fiscali, che saranno considerate errori di interpretazione, l’importante sarà dare ai visitatori sempre ciò che chiedono: perché, se milioni di turisti non possono essere gestiti, almeno cinquantamila veneziani sì.

Un inaspettato finale stravolge però le aspettative degli avidi di tutte le specie: i fantasmi veneziani vengono aspirati da una mefistofelica macchina, azionata dallo spettro-contestatore, che, prima di andarsene, rinunciando a vivere in questo non-luogo, vi scaglia contro la parrucca che gli hanno fatto indossare. L’inquietante congegno appartiene alla “Ghost Aspirator”, azienda con cui il Comune ha in passato sottoscritto un altro contratto – non ancora rescisso per lungaggini burocratiche – con cui ha tentato di risolvere il problema della residenza in modo “definitivo”.

Il peggio, insomma, sembra essere scongiurato…

Ma gli spettatori sanno che nella realtà quest’aspirapolvere spaziale non c’è, mentre ci sono politici capaci di sottoscrivere contratti scellerati, così come migliaia di cittadini che s’arrogano il diritto di sfruttare la “risorsa-Venezia” fino al limite e oltre, incuranti del futuro, incapaci di concepire un interesse che non sia meramente il proprio.

A sipario calato, gli spettatori si godono la convivialità della serata, un bicchiere di vino e qualche “cicheto”, ma escono inquieti, sapendo bene di essere quegli spettri, rimasti intrappolati in una dimensione senza futuro.

Questi fantasmi di veneziani ultima modifica: 2017-07-25T11:37:31+02:00 da CRISTINA VALENTINI

1 commento

Enzo 25 Luglio 2017 a 15:00

Brava Cristina!!!

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