Verità vere e rapimenti caritativi

Nel "Caso Malaussène. Mi hanno mentito" torna in scena la tribù di Daniel Pennac
scritto da ROBERTO ELLERO

Il tempo passa per tutti. Anche per la tribù Malaussène, che torna in libreria con “Il caso Malaussène. Mi hanno mentito” (Feltrinelli 2017, traduzione di Yasmina Melaouah). E neanche Belleville, il quartiere multiculturale di Parigi cinto a sud dal monumentale Père Lachaise, è più quella di una volta. Tanto che Benjamin Malaussène – il capostipite, nonché capro espiatorio per antonomasia ed eroe eponimo dei romanzi di Daniel Pennac – passa volentieri buona parte del suo tempo nel Vercors, catena delle Prealpi, luogo simbolo della Resistenza francese: mentre a Parigi i collaborazionisti trescavano con i tedeschi, lì, fra quelle montagne, nell’estate del 1944 il Maquis istituiva la Libera Repubblica. E Vercors è il nom de plume dello scrittore Jean Bruller, autore nel 1942 del romanzo resistenziale “Il silenzio del mare” (Le silence de la mer), un classico, poi, nel 1947, grandissimo esordio cinematografico di Jean-Pierre Melville, antesignano della Nouvelle Vague. Insomma, rischiamo di incasinare il lettore, proprio come ama fare Pennac. Torniamo al punto: che sta facendo in questo preciso momento Benjamin Malausséne (Ben per gli amici) nel Vercors?

In pianta stabile da tempo alle Edizioni del Taglione, dirette con mano ferma dalla Regina Zabo per dare voce agli autori della verità vera, i cosiddetti vevé, Ben ha il compito di proteggere Alceste, che con Mi hanno mentito ha avuto il coraggio di scoperchiare gli altarini di famiglia, rivelando che lui e gli altri nove fratelli/sorelle non sono figli di quegli eroi nel cui mito sono stati cresciuti – a fin di bene? – dai genitori adottivi, Tobias e Mélimé. Figli di persone qualsiasi, in realtà, come ora si appresta ad approfondire nel secondo romanzo, “La loro grandissima colpa”, prossimo alle stampe. Solo che fratelli e sorelle non ci stanno, a loro va benissimo la mitopoiesi d’adozione. E lo vogliono morto. Ben deve per l’appunto proteggere il vevé recidivo, ignaro di quel che nel frattempo va succedendo a Parigi, dove l’uomo d’affari ed ex ministro Georges Lapietà è appena stato rapito.

Instancabile esploratore dei mercati stranieri. Punta di diamante delle nostre aziende. Il ministro giramondo. Poliglotta e viaggiatore.

Così, sulle prime pagine dei principali quotidiani, i titoli dedicati al “povero” Lapietà, per la cui liberazione viene chiesto un riscatto di ventidue milioni ottocentosettemiladuecentoquattro euro (22.807.204), non un euro in più non un euro in meno, l’esatto equivalente del “paracadute d’oro” incassato dallo stesso Lapietà per la liquidazione del LAVA, un consorzio specializzato in forniture di acqua potabile e nel trattamento delle acque reflue, con 8.302 licenziamenti e relative famiglie sul lastrico. Non proprio uno stinco di santo, uno di quegli imprenditori spregiudicati che vanno odiernamente di moda.

Si sospetta la matrice politica, tanto più quando arriva il manifesto dei rapitori, redatto in stile “comitato di salute pubblica”. Richiamato il preambolo della Costituzione del 1946, che garantisce a tutti adeguati mezzi di sussistenza, considerato che i governi di destra e di sinistra succedutisi nel tempo se ne sono infischiati, assicurando ai ricchi sempre maggiori ricchezze e ai poveri sempre maggiori povertà, i rapitori (magistrati volontari costituiti in tribunale provvisorio) chiedono che la somma sia consegnata dagli amministratori del gruppo LAVA nelle mani del reverendo Courson de Loir, una certa mattina, sul sagrato della cattedrale di Notre-Dame di Parigi. In forma rigorosamente pubblica e con l’impegno da parte del Reverendo di disporne liberamente ad uso degli orfanotrofi e dei centri di accoglienza sotto la sua giurisdizione. E occhio alla chiusa del manifesto:

Condanniamo inoltre l’attuale governo, sedicente socialista, ad accollarsi per intero lo scorno del primo rapimento caritativo della storia della giustizia. Carità che dichiariamo forte e chiaro di spregiare, in memoria della Solidarietà assassinata e del Diritto negato.

Che ci sia lo zampino della tribù?

Benjamin Malaussène è sulla breccia dal 1985 (Au bonheur des ogres, da noi “Il paradiso degli orchi”, Feltrinelli 1991), nato per caso, pare in seguito alla scommessa di saper scrivere un giallo. I guai se li va a cercare. O gli capitano a sua insaputa, con questa fama di capro espiatorio per cui se succede qualcosa sicuramente sarà colpa sua. La famiglia, o se preferite tribù, rigorosamente multiculturale, si è così allargata nel corso del tempo da necessitare di una vera e propria guida ai personaggi, passati e presenti: quel repertorio che compare in testa all’odierno Caso Malaussène, prima parte di un dittico à suivre, come per i film americani di successo, che non chiudono la storia e rimandano alla puntata successiva.

Maestro universalmente riconosciuto del polar surreale, tanto fiabesco e immaginifico quanto fedele nelle trasfigurazioni della realtà, Daniel Pennac (all’anagrafe Pennacchioni, famiglia corsa) confida come sempre sulla complicità dei lettori, propenso a concentrarsi più sui comprimari che sul protagonista: la sorella più giovane Verdun, per esempio, nata urlante ne “La fata carabina” e perciò battezzata come l’omonima battaglia, ora inflessibile giudice Talvern, dal nome del marito, costretta quotidianamente a un make up bestiale per vestire i panni forensi. Oppure il figlio (che si chiama Signor Malaussène) e i nipoti Nange (sta per Est un ange, È un angelo) e Mara (Maracuja, innamorata – quando si dice il caso – di Iuc, l’unico figlio di Lapietà). Nel preciso momento in cui viene rapito il losco uomo d’affari, dovrebbero starsene ai tre angoli del mondo (Mali, Nordeste brasiliano e Sumatra), impegnati in azioni umanitarie. Dovrebbero… Insomma, s’è capito, largo ai giovani, tanto l’imprinting di famiglia è garantito.

Verità vere e rapimenti caritativi ultima modifica: 2017-07-26T19:25:14+02:00 da ROBERTO ELLERO

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento