La piccola Enego racconta la Grande Guerra

Una mostra nel paese dell'Altopiano allestita da un autodidatta che colleziona reperti. Molto bella e coinvolgente nella sua semplicità comunicativa. E un esempio da imitare di democrazia culturale partecipata.
scritto da GUIDO MOLTEDO

[ENEGO, Vicenza]
Quanti anni avrà avuto? Neppure dodici anni. E già allora, nelle sue passeggiate in montagna, adocchiava e scovava reperti della prima guerra mondiale che affioravano lungo i sentieri e nei crepacci. Li puliva, li lucidava, tornavano a splendere i colori di vecchie scatolette, e li conservava. Ed era ancora un ragazzo quando iniziò a organizzare meticolosamente e metodicamente i tanti e diversi oggetti che rinveniva nelle sue lunghe escursioni sull’Altopiano, epicentro bellico di inverni crudeli e d’inferni in terra, per poi poterli esporre in mostre, numerosissime e via via sempre più accurate.

Michele Cerato (foto di Gian Augusto Fincato)

A 56 anni Michele Cerato conserva intatta la curiosità e l’eccitazione d’allora, ha il gusto della ricerca e della scoperta tipico del collezionista. Anzi, collezionista, no: “Preferisco essere definito un appassionato”, puntualizza. Infatti, ancor più evidente in lui, nelle parole, nei gesti che le accompagnano, nell’entusiasmo, è il senso della “missione” che motiva le sue esplorazioni e le sue esposizioni, lo stesso spirito dei giorni in cui scoprì nei crepacci i primi pezzi di quella che sarebbe diventata una cospicua collezione. Oggetti della quotidianità della guerra. Oggetti che raccontano giorni e notti senza fine di durezza estrema, di inenarrabili sofferenze, di indicibili rinunce, giorni e notti fortunate se non si finiva impallinati, come capitò a centinaia di migliaia di giovani e ragazzi.

foto di Gian Augusto Fincato

Se cercate fucili, proiettili e baionette, non andate a curiosare nella collezione di Michele. Lui è un pacifista, le sue mostre non esaltano eroici assalti e nemici accoppati. Raccontano la sofferenza di commilitoni e nemici, d’italiani e austriaci, di militari e civili, di uomini e donne, tutti protagonisti involontari di un conflitto disumano e devastante.

Abbiamo incontrato Michele Cerato a Enego, che con Conco, Foza, Gallio, Lusiana, Roana e Rotzo è uno dei sette Comuni dell’Altopiano che circondano Asiago e sono associati alle vicende della Grande guerra. Oggi è conosciuto come paese ameno e salubre, meta di villeggiatura dall’aria frizzante e dalla gente ospitale e simpatica. Qualche fan del ciclismo sa che Enego è il paese di una delle ultime rivelazioni della bici, Andrea Pasqualon, classe 88, “un passista veloce”, come lui si definisce,“il falco di Enego”, come lo chiamano i tifosi del luogo.

Foto di Maurizio Vanzetto

Siamo entrati nella mostra che Michele ha allestito nel centro del suo paese, un po’ esitanti, con il sospetto di trovarci di fronte alla solita esposizione di cimeli e residuati bellici che documentano la guerra, con il sottotesto evidente di un’esaltazione del conflitto.

Sì, questa è la Storia che ci viene normalmente raccontata, a scuola e nei musei, sui libri, la storia delle trincee e delle battaglie, dei generali e dei soldati, dell’eroismo e del sangue sparso, ma c’è una “storia minore”, quella narrata da Michele, una storia non meno importante di quella con la S maiuscola.

Una storia costellata di stufe, scaldini, fornelli, tascapane, scatolette di carne e di acciughe, gerle, stoviglie e indumenti. Lanterne. Indumenti laceri. Scarponi disfatti. Una guerra che gira intorno alla battaglia quotidiana per la sopravvivenza fisica nelle condizioni più avverse che si possano immaginare. Per giorni, mesi, anni. Si moriva di stenti e malattie, non solo per il fuoco nemico.

In verità, era stato il titolo della mostra ad attirarci – “Il rancio del soldato. L’alimentazione al fronte” – ma mai avremmo immaginato di trovarci in una mostra che riporta i fatti della guerra nella loro dimensione più reale. Fuori della retorica ufficiale.

Il territorio di Enego fu lo scenario delle più grandi battaglie tra l’esercito italiano e quello austro-ungarico. Ricorre proprio quest’anno il centenario della sanguinosa battaglia dell’Ortigara. E in questi luoghi, a metà luglio, il 16, si è tenuta LaEnegoMarcesina, una mezza maratona a cui hanno partecipato migliaia di atleti da tutte le parti d Italia.

“Hanno marciato nella nostra storia, tra natura e squarci meravigliosi di verde, dove essa stessa è un museo all’aperto, dove sport e cultura si abbracciano”, dice orgogliosamente un comunicato del presidente Denis Fincato. A quest’iniziativa, che ha attirato tanti visitatori a Enego, si connette l’idea di un’esposizione tematica sulla Grande Guerra.

foto di Gian Augusto Fincato

Ci aggiriamo tra gli oggetti, leggiamo i pannelli chiari, ben fatti, in un salone che sarà poco più d’un centinaio di metri quadrati. Le cose sono proposte nel loro contesto, con un semplice e riuscito lavoro di diorama. Un “presepe” di manichini, soldati e donne, e anche un mulo, e tutt’intorno oggetti che hanno come comune denominatore il vitto, la logistica e la distribuzione del cibo fino alla trincea e dentro la trincea, insomma la vita, se così si può dire, nella quotidianità della guerra.

galleria fotografica di Gian Augusto Fincato

S’avvicina un signore incuriosito dalla nostra curiosità. È lui, Michele Cerato, dipendente del Comune, licenza di scuola media, ex muratore. Suo nonno, Riccardo, con il quale “ho fatto a tempo a parlare, ma lui la guerra la fece sul Carso, in fanteria”, gli trasmise l’interesse per i fatti della guerra, una curiosità che si combinò con la sua passione per le escursioni in montagna. Montagne costellate d’oggetti, ancor oggi reperibili (a patto che affiorino sul terreno e che si abbia un apposito patentino). Tutto questo a Enego, dove la memoria della prima guerra è ancora presente.

Trovarsi a duemila metri, sapendo il freddo che fa qui d’inverno, e chiedersi ‘ma come facevano quei ragazzi a farcela, per giorni, per mesi, per diversi anni, come facevano a resistere?’ Ecco, queste domande mi facevo quando da ragazzo m’inerpicavo sull’Ortigara (la montagna del calvario degli alpini). Come passavano la notte in alta quota? Cosa, come mangiavano? Come arrivavano i rifornimenti, l’acqua, i viveri?

Michele tira fuori da un teca una scatoletta di alici, dai colori vivi. Ce ne sono alcune con l’effigie di Garibaldi. Altre dei bersaglieri. Dove sono state trovate? “Nelle zone delle battaglie, lungo i sentieri”. L’industria conserviera italiana conobbe allora un boom, grazie ai soldati che acquistavano al fronte carne, tonno, sardine e altre conserve da aggiungere a un rancio, quello sì gratuito ma spesso letteralmente immangiabile.

Nelle mie mostre – sottolinea Michele – non si vedono bombe o armi, solo oggetti della quotidianità del soldato. Ho sempre visto la guerra come tanta sofferenza.

Questa, come le precedenti, è una mostra “tematica”, tiene a sottolineare Michele. L’ultima è stata sulla sanità in guerra. Michele, la prima mostra l’allestì che aveva vent’anni, poi via via ha affinato la tecnica espositiva, andando in giro in diverse località del Nordest, e facendo della sua residenza una sorta di casa museo, dove vanno in visita studiosi, storici e scolaresche.

La collezione di Michele s’è andata arricchendo nel corso del tempo grazie a donazioni e ad acquisti nei mercatini e ad altre forme di collaborazione spontanea. È un museo che si rinnova e cresce “dal basso”, un museo davvero popolare. C’è il signore che trova l’elmetto in cantina e lo regala a Michele che per riconoscenza l’espone con un’etichetta su cui è scritto il nome del donatore. E le stufe? Di ghisa, resistenti, dopo la guerra tante non sono state certo buttate via, hanno continuato a funzionare in tante case di contadini e allevatori e nei capanni di caccia. Nella mostra a Enego ce n’è d’ogni sorta e dimensione, per lo più austriache.

Sara Peruzzo (foto di Gian Augusto Fincato)

In un ampio angolo della mostra, diversi manichini “al femminile”, alcuni con la gerla sulla schiena, ci ricordano il ruolo cruciale che ebbero le donne nel conflitto, proprio nelle delicate operazioni di rifornimento e di collegamento con la realtà “civile”. Ne è particolarmente fiera Sara Peruzzo, che, anche con l’aiuto della giovane Giulia, ha partecipato attivamente all’allestimento di questa mostra. Sua l’idea di inserire le portatrici carniche.

foto di Gian Augusto Fincato

foto di Gian Augusto Fincato

foto di Gian Augusto Fincato

Al ruolo delle donne, mio marito [Michele] non ci aveva pensato. Abbiamo fatto da poco una mostra sulla sanità, in cui erano esaltate le figure del cappellano, del medico, della crocerossina. Ma le crocerossine non furono le uniche donne protagoniste della grande guerra. Ed ecco qui le portatrici carniche. Erano molto considerate allora, i soldati le ammiravano. Le donne erano quelle che portavano il cibo e il necessario per sopravvivere e raccontavano ai soldati quello che succedeva in paese. Di ritorno a valle, portavano i feriti ma anche i morti, e dovevano anche seppellirli, e a casa avevano vecchi e bambini da accudire e dovevano portare avanti le famiglie. Eppure nei libri di storia stentano a essere considerate. Oggi lo sono. Furono donne straordinarie.

Mi chiede del loro abbigliamento? Mi sono documentata guardando le foto su archivi, su internet, e ho trovato queste donne con le gonne lunghe e ampie, con il foulard, che serviva a proteggere dal sudore e dal peso della gerla. Le stoffe? Ci sono state donate dalla famiglia Ceccato, che aveva anni fa un negozio di scarpe e prima ancora di stoffe. Me le ha donate il figlio. I manichini, quelli più vecchi, vengono dalla famiglia Caregnato che avevano anche loro un negozio e ce li ha donati.

Parlando con Michele e Sara hai davvero il senso di un’operazione culturale collettiva, che coinvolge la comunità in modi spontanei e inediti. Ci potrà essere qualche storico di professione che storcerà il naso, ma è questa la storia che sa “parlare” a tutti e sa farsi capire, oltre a essere un esemplare esercizio di democrazia culturale partecipata.

È Sara che redige gli accurati cartelloni che spiegano gli eventi dell’epoca e illustrano quanto è esposto nella mostra.

Sono perita agraria, dice di sé, la storia m’appassiona e credo che appassioni tutti soprattutto quando non è una sfilza arida di date e di dati, di battaglie e di figure famose, nomi e fatti da memorizzare. Proprio vedendo gli oggetti che Michele andava accumulando, ho imparato ad apprezzare la storia. Di solito accade l’inverso. I diorami rendono molto l’idea anche agli ignoranti. Anche a un’ignorante come me (sorridendo).
Anche un bambino, vedendo la scena si può figurare cosa succedeva. Non sono una letterata né una storica. I testi? Li ha rivisti, Luca Girotto, un dentista di Borgo Valsugana, appassionato di storia e autori di numerosi libri sulla guerra mondiale, un grande amico di mio marito. Errori? Un po’ di sintassi e grammatica, qualche dato, ma Girotto mi ha fatto i complimenti per il mio lavoro.

foto di Gian Augusto Fincato

foto di Gian Augusto Fincato

foto di Gian Augusto Fincato

In questi anni di ricorrenza d’un secolo dalla prima guerra, c’è stato un grande interesse per questi luoghi dove il conflitto chiese un pedaggio pesantissimo, ma il prossimo anno, il 2018, tutto sarà finito. Lo dicono in tanti, riflette Michele, esprimendo il timore che le generazioni che verranno saranno ancora più disinteressate a vicende storiche ormai lontane ma che hanno segnato per sempre il nostro paese e meritano di essere studiate e ricordate.

Certo, se la tragedia di cent’anni fa continuerà a essere ridotta all’aridità di cifre e di date, o condannata alla staticità dei musei, è facile che l’oblio abbia la meglio. Ma intanto Michele, con Sara, e con la comunità di Enego, continua la sua battaglia d’informazione “pacifista”, rivolgendosi soprattutto

a quei ragazzi che visitando la mostra si fermano a scrutare nella vetrinetta la borraccia o la gavetta, e chiedono informazioni, non a quei ragazzi che appena entrano chiedono di vedere riproduzioni di assalti e di scontri, che peraltro non ci sono né mai ci saranno nelle nostre mostre.

La piccola Enego racconta la Grande Guerra ultima modifica: 2017-08-01T15:58:19+00:00 da GUIDO MOLTEDO

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1 commento

sergio benesso 16 ottobre 2017 a 18:00

grande Michele, e grande la tua passione !!!

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