A Mosul, dove l’Isis ha ucciso anche il futuro

I ponti della città sul Tigri impraticabili, la popolazione scioccata da tre anni di “prigionia” a causa della presenza del proclamato califfato islamico.
scritto da MILENA NEBBIA

[di ritorno dall’IRAQ]

Una giornata a Mosul può venire a costare sui cinquecento-seicento dollari, a seconda di quello che si vuole vedere. È  il prezzo per avere un posto in prima fila sugli orrori della guerra.

Mosul ovest è semidistrutta, i ponti sul Tigri impraticabili, la popolazione scioccata da tre anni di “prigionia” a causa della presenza del proclamato califfato islamico e, in particolare, dalle vittime provocate dal conflitto dell’ultimo anno.

Per vedere tutto questo, ai giornalisti viene chiesto un compenso da parte dei fixer, coloro che organizzano i press tour, i giri dei giornalisti, e procurano loro gli interpreti, le guardie del corpo, i giubbotti antiproiettile e i caschi: un po’ un business, viene da pensare, ma in fondo loro rischiano la vita. Come biasimarli?

L’hanno chiamata “liberazione”, ma alle spalle si lascia morte e distruzione.

Ancora mancano i dati definitivi, ma l’arretramento dell’Isis prima da Mosul est e poi da Mosul ovest, sotto la pressione delle forze governative irachene e della coalizione a guida Usa, ha provocato un numero tale di perdite civili che, secondo la direttrice delle ricerche di Amnesty International sul Medio Oriente, Lynn Maalouf, devono essere immediatamente e pubblicamente riconosciute dalle massime autorità dei paesi coinvolti nel conflitto.

L’orrore sperimentato dalla popolazione di Mosul e il disprezzo per la vita umana mostrato da tutte le parti in conflitto non devono rimanere impuniti. Intere famiglie sono state distrutte e molte di loro giacciono ancora sotto le macerie. Il governo ha il dovere di rassicurare chi ancora è rimasto in città circa il fatto che vi saranno giustizia e riparazione. Chiediamo l’istituzione di una commissione indipendente, che assicuri che, ovunque emergano prove credibili di violazione del diritto internazionale, vi siano indagini efficaci e che i loro esiti siano resi pubblici.

I crimini dell’Isis, innanzitutto.

A partire dall’ottobre 2016, lo Stato islamico ha portato avanti una campagna sistematica di trasferimenti forzati, spostando migliaia di civili dei villaggi circostanti nelle zone di Mosul, sotto il suo controllo, per poi usarli come scudi umani, piazzati tra loro e i missili.

Poiché lo Stato islamico trasferiva civili nelle aree di combattimento e impediva loro di fuggire, le zone di Mosul ovest, le ultime controllate dal gruppo armato, sono diventate più affollate con l’infuriare della battaglia.

Le forze irachene e della coalizione non hanno adattato le loro tattiche a questa situazione e hanno continuato a usare armi esplosive imprecise, che hanno prodotto effetti su ampie zone di un ambiente fittamente popolato. A questo proposito, Amnesty ha documentato una serie di attacchi in cui le forze della coalizione e irachene non hanno colpito l’obiettivo militare designato, ma hanno distrutto o danneggiato obiettivi civili, uccidendo o ferendo civili.

Le violenze tra gruppi armati e forze governative hanno causato negli ultimi tre anni tre milioni di sfollati interni all’Iraq e la liberazione di Mosul, con le violenze sopra descritte, ne sta inevitabilmente aumentando il numero; 250.000 sono invece i rifugiati siriani giunti nella regione del Kurdistan iracheno.

L’accoglienza dei rifugiati avviene in tendopoli, i campi, di solito costruiti dall’Unhcr e poi gestiti in modo misto con interventi governativi – “finché durano”, dice qualcuno – Nazioni Unite e ong internazionali.

Tra le altre, a operare nei campi e nel territorio, c’è Terre des Hommes Italia, una onlus che è una costola dell’associazione nata in Svizzera nel 1960, con l’intento di proteggere i bambini da ogni forma di violenza e abuso e garantire loro il diritto alla salute e alla vita. Novanta sono i progetti di Terre des Hommes in ventidue paesi del mondo.

In Iraq, con sedici progetti, c’è una delle missioni più grandi.

Dice la capo progetto Miriam Ambrosini:

I nostri sono i profughi dimenticati perché, a parte questo momento legato alla liberazione di Mosul ovest, l’attenzione si è focalizzata di più su coloro che arrivano in Europa, scappando dalla Siria. E non sugli sfollati che hanno perso tutto, ma restano in Iraq, nella speranza, per ora molto remota, di tornare nelle loro case.

L’attenzione di Terre des Hommes nei campi e sul territorio, qui nel nord dell’Iraq, è rivolta in particolare ai bambini, con progetti di child protection, assistenza psicologica, friendly space, attività ludiche e doposcuola, assistenza ai disabili.

I loro disegni ti colpiscono al cuore. A sette anni tratteggiano in tutta la sua brutalità un uomo nero con la barba e i capelli lunghi da jihadista, che spara in testa a un guerrigliero curdo. Un altro mujahed con la faccia da invasato falcia con una raffica di mitra un gruppo di bambini. I piccoli rifugiati disegnano anche gli elicotteri e gli aerei della coalizione alleata, che bombardano le bandiere nere. Non c’è più molto spazio per i sogni nella loro mente, purtroppo,

continua la giovane Miriam.

E la caduta del califfato a Mosul non vuole certo dire che questo sia stato annientato: l’Isis controlla ancora ampie aree in territorio siriano, ma anche in Iraq, dove mantiene il possesso di un’area di cinquecento chilometri quadrati a Hawija, a ovest di Kirkuk, e una fascia di territorio lunga quattrocento chilometri alla frontiera con la Siria.

E Isis non significa solo Siria e Iraq. Anzi, proprio le sconfitte subite potrebbero spingerlo a reagire dove troverà spazi.

A Mosul, dove l’Isis ha ucciso anche il futuro ultima modifica: 2017-08-02T23:14:56+00:00 da MILENA NEBBIA

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