I gioielli dimenticati dell’archeologia industriale di Roma

Nel quadrante Garbatella-Ostiense-Marconi-Testaccio, esiste un patrimonio ambientale e culturale poco conosciuto che esigerebbe un’adeguata valorizzazione. Per ora, nell’ignavia delle istituzioni, e in primo luogo di quel comune che, in mano alla Raggi e a Grillo, doveva essere rivoltato da cima a fondo.
scritto da GIORGIO FRASCA POLARA

Tra le cose straordinarie dell’immenso patrimonio ambientale e culturale di Roma, tra le meno conosciute e che esigerebbero invece un’adeguata valorizzazione sono cinque gioielli che insistono nel quadrante Garbatella-Ostiense-Marconi-Testaccio. Li elenco con una sommaria descrizione, soprattutto per i non romani (ma anche per molti della capitale).

Anzitutto il Gasometro, non lontano dalla Piramide Cestia, all’ombra della quale sorge quel prezioso cimitero acattolico, detto una volta degli inglesi, cui altre volte abbiamo dedicato parecchi servizi. Fu costruito, il Gasometro – un’immensa e altissima struttura in ferro che purtroppo nell’incuria si va deteriorando – nel 1937 ed è in disuso da quasi mezzo secolo. Si erge possente, forse è il maggior monumento di archeologia industriale della città, elemento caratteristico dell’identità e del paesaggio urbano di Roma. Da anni un comitato di cittadini si dà da fare per sollecitare misure di tutela e valorizzazione. In commissione cultura, scienza e istruzione della Camera si dovrebbe discutere presto (presto?) una risoluzione presentata da deputate e deputati di vari gruppi in cui si chiede al governo di promuovere un tavolo con regione e comune per prevedere vincoli su di esso e misure di recupero e conservazione. Non è il caso di sperarci troppo.

La stessa risoluzione pone analoghi problemi per gli ex Mercati generali, una vastissima area che dal 2005 (Veltroni sindaco) attende di essere ristrutturata secondo un progetto che prevede la sua trasformazione in una “cittadella” dei giovani: strutture ricettive per cinquemila studenti, biblioteca e mediateca, attrezzature multiuso, una platea più grande di Piazza di Popolo. Tutto bloccato da pasticci finanziari e burocratici. Il gruppo Tosi ne aveva ottenuto la concessione, ma ne ha passato la subconcessione alla potente famiglia De Balkanj. Ad ogni cambio di amministrazione municipale, cambio di idee. Risultato: tutto fermo, e il riuso produttivo di un altro capolavoro dell’archeologia commerciale romana è rinviato sine die.

Gli ex Mercati Generali

Un esempio straordinario di riconversione è testimoniato invece dalla Centrale Montemartini, che fu agli inizi del secolo scorso il primo impianto pubblico di produzione di elettricità nella capitale. Ebbene la Centrale è stata trasformata – con intelligenza e cure straordinarie –, oramai da molti anni in un museo, poco conosciuto e poco frequentato: accanto ai vetusti impianti oramai in disuso ma perfettamente conservati sono collocati centinaia di reperti greco-romani (statue soprattutto) che erano finiti in vari depositi e che invece sono rinati in un paesaggio forse per alcuni, e solo nell’immediato, straniante, ma di straordinaria suggestione. Ytali ne raccomanda caldamente la scoperta e la visita.

Ma il punto è che questa della riconversione della Centrale è un’assoluta eccezione nel quadrante sud-est di Roma. Eccezione per l’effettuata trasformazione, ed eccezione per il fatto che è isolata: non c’è (non ci può ancora essere, purtroppo) alcun legame, alcun rapporto con gli altri beni altrettanto ricchi ma abbandonati, solo e sempre potenzialmente sfruttabili. Insomma, la visione d’insieme manca. E a pagare le conseguenze sono anche e proprio le poche cose che sono state recuperate.

L’ex Centrale Montemartini

Tra i beni non recuperati ce ne sono almeno altri due degni di menzione. Anzitutto la vasta e inaccessibile area Italgas o ex Officina di San Paolo dove c’erano i magazzini del carbone, le sale forni, le macchine per l’estrazione del gas e l’estrazione umida, le vasche per l’acqua ammoniacale e per il catrame, e ancora locali, fabbricati e i condotti per il Gasometro di cui abbiamo già parlato. Tutto semidistrutto da un bombardamento aereo del marzo ’44. Rapida rinascita e più lento abbandono con la metanizzazione della città. I fabbricati dell’ex officina sono stati dismessi gradualmente e gli impianti smantellati. L’area, in particolare nel settore vicino al Tevere, è in una situazione di grande degrado ambientale (pensiamo a quel che a Parigi ci si inventa ogni giorno per sfruttare ad uso collettivo le aree limitrofe alla Senna…). Anche qui tutto fermo: non esiste neppure un progetto di riutilizzo.

Esattamente come per i resti archeologici dell’antico Porto Fluviale, che fu il principale nodo di rifornimento della Roma repubblicana e imperiale tra due secoli prima e cinque secoli dopo Cristo. Una campagna di scavi (poi sospesa) ha portato alla luce in vari luoghi, soprattutto della sponda testaccina del Tevere, depositi di fusi oleari, ricoveri, depositi, scali. A Ponte Sublicio, per esempio sono visibili ma non praticabili dai visitatori, romani e turisti, notevolissimi reperti: che cosa impedirebbe di farne un museo a cielo aperto? Perché tutto è in stato praticamente di abbandono mentre potrebbe costituire una risorsa eccezionale se non di archeologia industriale certo di testimonianza (archeologica) dell’efficienza tecnologica e ambientale della Roma antica quando il Tevere era ed è restato navigabile per tanti secoli, sino alle porte dell’epoca più recente.

L’antico Porto Fluviale

Questo immenso spreco è sotto gli occhi di tutti: basta farsi un giro nel quadrante per rendersi conto dei danni ad un patrimonio antico paragonabile – per importanza storica, per bellezza, per interesse culturale e sociale – a quello sin troppo sfruttato e sin troppo frequentato. Prediche inutili, vox clamans nel deserto dell’ignavia delle istituzioni, e in primo luogo – manco a dirlo – di quel comune che, in mano alla Raggi e a Grillo, doveva essere rivoltato da cima a fondo….

I gioielli dimenticati dell’archeologia industriale di Roma ultima modifica: 2017-08-03T10:28:25+00:00 da GIORGIO FRASCA POLARA

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1 commento

vittorio 9 agosto 2017 a 14:48

Abito in quel quadrante da anni ed i mancati interventi hanno progressivamente deteriorato e stanno ancora deteriorando gli esempi citati di architettura industriale; il degrado, ahimè, avanza anche nelle zone ad essi adiacenti. In particolare per l’area degli ex mercati generali, nonostante vi sia un progetto approvato da più di un anno da parte dell’ex Commissario Tronca, la Giunta grillina non solo non accenna a muoversi, ma i suoi attivisti, con l’ignavia dei Consiglieri comunali del M5S, si oppongono a qualsiasi sensato intervento di riqualificazione, rispolverando concetti gridati negli anni ’70 ed ormai superati dagli eventi e dalle dinamiche socio-culturali. Da questo mix di vecchio e di nuovo, di superficialità e di slogan, di incompetenza e di presunzione, deriva l’oggettiva incapacità di amministrare la città da parte del M5S. Una prova politica di questa situazione si può riscontrare nelle dimissioni del Presidente grillino dell’VIII Municipio (quello dell’area in questione) dovute al contrasto con i Consiglieri del suo stesso Movimento proprio sulla riqualificazione degli ex mercati generali. Aspettiamo con molta pazienza che prima o poi qualcosa al riguardo si muova (sigh!)

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